Beethoven e Schumann per il secondo concerto di «PRESENZA»

Giu 23 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 573 Views • Commenti disabilitati su Beethoven e Schumann per il secondo concerto di «PRESENZA»

Spazio musicale

Il secondo concerto del festival «PRESENZA» si è svolto domenica 28 maggio al LAC. L’ora – 11.00 – era insolita e nella maggior parte dei casi manifestazioni musicali con inizio prima di mezzogiorno fanno spazio a programmi brevi e scarsamente impegnativi, sia per gli interpreti sia per il pubblico. Questa volta però non è stato così poiché la prima parte ha fatto ascoltare diversi brani dal balletto «Le creature di Prometeo» di Beethoven, raramente eseguiti, se si eccettua l’ouverture, nonostante il loro valore e la seconda parte il concerto per violoncello e orchestra di Schumann.

Comincio a parlare di questo poiché «Le creature di Prometeo» mi daranno occasione per qualche considerazione particolare.

Il tempo iniziale suscita continuamente un senso di irrequietezza. Tale particolarità emerge in entrambi i temi. Il primo, dopo un avvio ascendente, disteso, a note lunghe, tale da far aspettare un tranquillo lirismo, improvvisamente scivola verso il grave con una figurazione sorprendente. Il secondo invece, specialmente nel passaggio in cui intervengono i legni, assume un andamento leggero, quasi spensierato, creando una divergenza rispetto a quanto precede e quanto segue. Non trascurabile è anche la differenza nei valori. Mentre il primo compie una svolta originale ed efficace, il secondo scade in un discorso banaluccio. L’irrequietezza alla quale accennavo non caratterizza soltanto i due motivi più importanti ma penetra in ogni piega del tessuto musicale, ad esempio facendo compiere allo strumento solista frequenti salti verso l’alto e verso il basso (il che appare anche, guardando la partitura, dai numerosi cambiamenti di chiave). Inoltre, il rapporto fra solista e orchestra non riesce a trovare una strada precisa ed evita i contrasti, però senza conseguire coerenza e fusione.

Una ammirazione incondizionata merita invece il «langsam»: qui il violoncello porta e sviluppa una melodia che, grazie a una intensità espressiva eccezionale, entra nello spirito del più puro romanticismo. Intensità espressiva che poi attinge una evidenza ancora maggiore con l’episodio a corde doppie. Sembra di sentire il lamento di un uomo colpito da una ingiustizia. Lo strumento solista domina, ma non in modo assoluto poiché i brevi interventi dei legni da un lato introducono varietà formale con le loro armonie e i loro colori, dall’altro si inseriscono nel discorso del violoncello come se sospirassero e lasciassero cadere lacrime consolatrici. L’«etwas lebhafter» adempie più che altro la funzione di preparare il terzo tempo. Questo tradisce lo sforzo del compositore, solo in parte coronato da successo, per concludere il concerto con energia e brio.

Superlativa è stata l’interpretazione della Gabetta, che ha saputo attenuare i difetti della composizione e d’altra parte esaltarne i momenti splendidi. La qualità della cavata, il modo in cui ha plasmato le melodie, l’eleganza e la purezza dell’espressione sono stati motivi di raffinata soddisfazione per gli ascoltatori. Infine, la tecnica sicurissima e gli impeti straordinari hanno reso trascinante anche il non eccelso tempo finale.

Passo ora al balletto «Le creature di Prometeo» di cui il concerto del 28 maggio ha presentato l’ouverture e una ricca scelta di numeri. Ideatore dello spettacolo fu Salvatore Viganò (1769-1821), un famosissimo danzatore e coreografo italiano con vasti interessi (fu anche musicista, pittore e scrittore), seguace di Georges Noverre, il riformatore che volle infondere più forza drammatica nell’arte della danza. Non si sa chi gli abbia suggerito di ricorrere a Beethoven per la musica. La coreografia naturalmente è persa però conosciamo la trama grazie al libro «Commentarii (sic) della vita e delle opere coredrammatiche di Salvatore Viganò da Carlo Ritorni Reggiano» pubblicato a Milano nel 1838. Si tratta di una tipica vicenda allegorica che presenta il vantaggio di offrire molti spunti utili per un balletto. La prima assoluta avvenne a Vienna il 28 marzo 1801 con notevole successo di pubblico (16 rappresentazioni, più altre 13 l’anno dopo).

L’ouverture, alquanto slanciata e focosa, rispetta rigorosamente le forme classiche (esposizione, sviluppo, ripresa e coda) ed è l’unico brano tuttora suonato con una certa frequenza, nell’ambito dei concerti sinfonici. Tuttavia, anche gli altri numeri eseguiti a Lugano destano ammirazione, non soltanto per la qualità musicale, ma anche per la loro funzionalità a uno spettacolo di danza. Evocano atmosfere in cui si percepisce l’inconfondibile magia del balletto, portano ritmi che suggeriscono i movimenti del corpo e sfoggiano melodie eleganti. Certamente questa musica diventerebbe ancora più godibile se, come tutte le musiche scritte in rapporto a una coreografia, potessero essere ascoltate in unione con questa.

Stupisce pertanto che «Le creature di Prometeo» siano, per quanto a mia conoscenza, ignorate nei cartelloni teatrali e nella letteratura concernente il genere balletto. Il «Dictionary of Ballet» di G. B. L. Wilson, un lavoro molto succinto ma assai valido per completezza e precisione, non gli dedica una parola. Anche nel repertorio delle opere contenuto in «Le Ballet» di André e Vladimir Hofmann non trovo traccia. Quanto a rappresentazioni in tempi moderni solo Frederick Ashton nel 1970, in occasione del bicentenario della nascita di Beethoven, riportò il soggetto sulle scene, però sconvolgendo personaggi e trama originali. Mi domando perché, in un’epoca come la nostra, in cui non si esita a creare balletti su vicende e musiche completamente estranee alla danza (sinfonie di Mahler, passioni di Bach, Messa da requiem di Verdi eccetera) si trascuri invece una partitura molto valida e adeguata. Mi associo volentieri alla proposta di colmare la lacuna, auspicando però una coreografia e un allestimento che, pur facendo del nuovo, non contraddicano sostanzialmente la natura mitologica e classica dell’assunto.

Se si giungesse a tanto il merito spetterebbe anche a questa edizione di «PRESENZA» e alle prestazioni veramente maiuscole del Poschner e dell’Orchestra della Svizzera italiana.

Carlo Rezzonico

Comments are closed.

« »