Anche per i «debosciati» vale lo Stato di diritto

Mar 8 • Dalla Svizzera, L'opinione, Prima Pagina • 672 Views • Commenti disabilitati su Anche per i «debosciati» vale lo Stato di diritto

Dalla Weltwoche 26.02.2026 l’editoriale di Roger Köppel

Con stupore, davanti ai nostri occhi scorrono come in un film le rivelazioni sul caso dell’investitore americano Jeffrey Epstein, morto in una cella di prigione. Migliaia di pagine di documenti svelano abissi umani, comportamenti immorali e forse anche, sebbene sia piuttosto improbabile, reati concreti.

Nei documenti trapelati spiccano nomi famosi. Sembra che quasi nessuno fosse estraneo alla rete di questo intrallazzatore tanto oscuro quanto energico, che si circondava di ricchi e potenti, di star e intellettuali ma, soprattutto, di tante belle ragazze.

Nel frattempo, si sta scatenando una grande ondata di licenziamenti. Gli «Epstein Files» sono un patibolo, anzi, un rogo che divora tutti coloro che hanno la sfortuna di comparire nei documenti. Amministratori delegati, avvocati e persino un medico televisivo hanno perso il lavoro. Davanti a telecamere posizionate tempestivamente, la polizia ha arrestato un lord e un membro della famiglia reale.

Gli investigatori accusano questi quest’ultimi di abuso d’ufficio. Tra loro c’è Lord Peter Mandelson, fino a poco tempo fa ambasciatore del suo Paese negli Stati Uniti e, in precedenza, stretto collaboratore di diversi governi. Ma ancora più scalpore ha suscitato l’arresto di Andrew Mountbatten-Windsor, ex principe Andrea.

Ora leggiamo in rapporti autorevoli che il suddetto Andrea sarebbe sì il figlio prediletto della regina defunta ma, soprattutto un aristocratico non molto intelligente con inclinazioni discutibili. Per la prima volta dal 1649, quando Carlo I Stuart fu condotto al patibolo, di nuovo un «Royal» è finito in prigione.

Non abbiamo alcuna intenzione di giustificare le azioni, presunte o effettive, del principe. Anche Epstein non suscita alcun istinto difensivo. Ci si chiede però come questo arrivista sia riuscito a penetrare in circoli così illustri. Forse è stato anche grazie all’«harem» che lo accompagnava.

Più disagio di quanto ne provochi il desolante quadro dei costumi che emerge dai documenti Epstein, suscita la caccia alle streghe mediatica che ne è derivata. Essa imperversa anche in Svizzera, dove ora Borge Brende, presidente del Forum economico di Davos, deve giustificarsi per alcune dichiarazioni su Epstein, come se avesse ucciso un uomo.

I potenti governano serenamente quando la popolazione si lascia distrarre da processi farsa

Va ricordato che l’intera valanga di e-mail, immagini e documenti non documenta in modo probatorio alcun reato. Dal fatto che Epstein stesso sia stato condannato per un reato sessuale non consegue che tutti coloro che sono stati visti con lui ne fossero a conoscenza o abbiano commesso reati simili.

Ma i nostri media sembrano voler insinuare questa impressione con grande fantasia. Approfittano volentieri del torbido miscuglio di rivelazioni, per infangare tutti coloro cui hanno sempre voluto dare una lezione. Alcuni prendono di mira Trump, altri i suoi avversari. La NZZ tappezza il Cremlino con gli «Epstein Files».

Questa sfortunata vicenda mette in luce ciò che è lo Stato di diritto – o meglio ciò che non lo è. Anche i «debosciati» e i super ricchi – termini che alcuni dei principali accusatori nei media usano come sinonimi – non meritano la giustizia sommaria nella quale i nostri tribunali della morale stanno di nuovo degenerando.

La componente preoccupante è che la folla moralista, se lasciata sfogare senza controllo, compromette e addirittura mina l’amministrazione della giustizia. Quando vediamo come in Inghilterra Mandelson e Andrew vengono trascinati via in pubblico, con i media già pronti a immortalare la scena, ci tornano in mente ricordi del Medioevo.

Nessun pregiudizio! Sarebbe bello. In tempi di continua agitazione morale, l’accusa, per quanto inconsistente, è già più severa di qualsiasi sentenza. Se qualcuno viene assolto dopo essere stato ricoperto di pece e piume, nessuno se ne cura più. Ma qualcosa rimane sempre appiccicato.

Le diagnosi e i «dibattiti» sulla grande politica seguono gli stessi squallidi criteri. Al posto delle analisi ci sono verdetti precostituiti dei tribunali morali: loro sono i cattivi, noi i buoni. È così che vanno le cose da quattro anni nella guerra in Ucraina. La nostra società è così degradata da poter recepire e apprezzare solo degli spauracchi immaginari?

I potenti governano serenamente quando la popolazione si lascia distrarre e abbagliare da tali processi farsa. Il primo ministro britannico Keir Starmer, ormai allo sbando, si è improvvisamente trasformato in un presunto uomo forte quando ha licenziato il collega di partito Mandelson, per vaghe accuse di complicità – colpa di essere in contatto.

È triste che la polizia debba prestarsi allo spettacolo degli arresti pubblici. Ma è proprio così, gli istinti medievali continuano a vivere anche nell’era digitale. È divertente, finché non si è coinvolti in prima persona, vedere come i giornalisti invocano la presunzione di innocenza, mentre con i loro articoli la stravolgono completamente.

In definitiva, il teatro di queste semi-esecuzioni popolari serve gli interessi dei governanti. Per un momento, non sono loro a essere nel mirino, ma quelli che l’opinione pubblica considera dei delinquenti. Poi, a un certo punto, la carovana riparte, ormai stanca di distrazioni, lasciando nell’uno o nell’altro l’amaro in bocca.

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