Ma è proprio necessaria una crescita demografica?
Il tema è dibattuto da sempre ma, con l’iniziativa sulla sostenibilità «NO a una Svizzera da 10 milioni» in votazione il prossimo il prossimo 14 giugno, è tornato prepotentemente alla ribalta, come del resto è accaduto ogni volta che il popolo è stato chiamato a decidere sulla rotta da tenere in politica degli stranieri e dell’immigrazione in Svizzera.
La storia si ripete…
Dalle prime iniziative degli anni ’70 – lanciate da uno Schwarzenbach che, alla luce della situazione odierna, non posso che definire lungimirante (per la verità, a me lo sembrava già a quell’epoca) – quando il tasso di stranieri in Svizzera era del 12, rispettivamente 14%, all’iniziativa del 18% che votammo nel 2000, tutte respinte fino al 2014 quando il popolo, fulminato sulla via di Damasco, votò finalmente SÌ all’iniziativa «Contro l’immigrazione di massa». Per la cronaca, nel frattempo il tasso di stranieri in Svizzera era salito al 23,8% su una popolazione di 8,2 milioni. Nonostante il carattere categorico dell’articolo costituzionale accettato dal 62% del popolo votante, in ossequio all’usuale servilismo nei confronti dell’UE, Consiglio federale e parlamento optarono per una legge d’applicazione «light» ed eurocompatibile che, di fatto, non applicava per nulla la decisione popolare.
… e le cifre inesorabilmente aumentano
Oggi, la popolazione ha superato i 9 milioni e il tasso di stranieri è aumentato di pari passo al 27%. L’unica cifra che rimane invariata è, purtroppo, quella della superficie del nostro territorio: 41’285 Km². 242 abitanti per Km2.oltre 7 volte la media europea (34) e comunque più del doppio della media UE (109). Con una media annuale di ca. 160’000 arrivi contro ca. 80’000 partenze, fa un incremento annuo netto di ca. 80’000 nuovi stranieri (calcolo molto approssimativo, certi studi portano questa cifra a 90-100’000). Ogni anno immigra in Svizzera una città delle proporzioni di Lucerna. Sono quindi più che legittime le preoccupazioni dell’UDC – oggi condivise anche da numerosi avversari politici – che ha lanciato l’iniziativa sulla sostenibilità «NO a una Svizzera da 10 milioni» in votazione il 14 giugno.
Se pensiamo che dall’inizio degli anni ’70 a oggi, la popolazione è cresciuta da poco più di 6 milioni (io ho vissuto la mia gioventù in una Svizzera di 4,5 milioni e ne ho ottimi ricordi) agli attuali 9 milioni abbondanti, è evidente che non lo si deve alla natalità autoctona – di cui, al contrario, si lamenta costantemente il decremento – bensì a una politica insensata che ci ha fatto perdere totalmente il controllo dell’immigrazione.
Un freno indispensabile
Porre quindi un freno a questa tendenza non è solo opportuno, bensì indispensabile, pena soffocare in uno Stato-formicaio perdendo ogni benessere cui ci hanno abituato secoli di politica accorta dei nostri avi che – fortuna loro, ma magari anche solo grazie a una saggezza andata purtroppo persa negli anni – non erano impegolati in organizzazioni sovrannazionali, badavano prioritariamente agli interessi del paese e, soprattutto, non avevano fatto del «politicamente corretto» la religione di Stato.
Cosa significa porre un freno? Ci sono diversi modi farlo, ma il primo fra tutti è la rescissione dell’accordo di libera circolazione delle persone con l’UE.
Un accordo scellerato
Mentre nei decenni precedenti il saldo migratorio (immigrati-emigrati) si aggirava mediamente sulle 25’000 unità annue, dal 2002 – data d’entrata in vigore della libera circolazione delle persone – dal 2002 a oggi ne sono immigrate in Svizzera 3,5 milioni, una media di 160’000 l’anno, per un saldo netto di ca. 1,5 milioni, e una media di ca. 80’000 l’anno.
E in questi conti della serva non entrano i frontalieri – fenomeno che colpisce soprattutto i cantoni di frontiera fra cui il Ticino, che li ha visti passare da ca, 32’000 agli attuali quasi 80’000 -, i rifugiati, e i richiedenti l’asilo illegali. È una situazione assurda.
Prima…
I lavoratori stranieri – stanziali o frontalieri – ricevevano il permesso di lavoro dopo che il datore di lavoro aveva dimostrato di:
- Avere bisogno di un tipo ben preciso di manodopera;
- Di avere fatto invano la necessaria ricerca in Svizzera di un dipendente con le giuste qualifiche per occupare quella funzione.
Naturalmente, non c’è da escludere che qualche datore di lavoro «furbastro» ricorresse a qualche escamotage per aggirare l’ostacolo, magari oliando gli ingranaggi giusti ma, nel complesso, il sistema funzionava.
In certi settori poi, come l’edilizia, l’agricoltura o la ristorazione, si poteva assumere personale stagionale che lavorava per nove mesi e rientrava a casa per i rimanenti tre. Questo era ben contento di avere lo stipendio svizzero, superiore a quanto il dipendente avrebbe ricevuto in patria, se non era addirittura disoccupato. Dopo alcuni anni, poteva richiedere il permesso di dimora e farsi raggiungere dalla famiglia che, fino ad allora doveva rimanere al suo paese.
…poi…
Tutti contenti e soddisfatti, quindi? Certo, fino a quando qualche precursore del «politicamente corretto» decise che lo statuto di stagionale era disumano, perché non permetteva il ricongiungimento familiare, contemplava la possibilità del datore di lavoro di non rinnovare il contratto quando non avesse più la necessità e altre condizioni che davano all’impiego un «indegno» carattere di precarietà.
Tolto – a mio avviso stupidamente – l’impiego stagionale, rimanevano però comunque ancora le due condizioni che assicuravano l’assunzione di manodopera necessaria e qualificata.
…oggi
Con la libera circolazione delle persone, oggi è il caos più totale. Da un lato non c’è più la priorità al personale indigeno per cui, se prima avevamo dei lavoratori stranieri solo nei settori in cui li avevamo bisogno, oggi sono impiegati in tutti quei campi nei quali ci sarebbero elementi qualificati «nostrani», ma non possono competere con i salari che ai pendolari italiani – con un costo della vita nettamente più basso – permettono un’esistenza più che soddisfacente.
Siamo quindi al paradosso nel quale l’economia cresce e aumentano i posti di lavoro però, nel contempo, cresce il tasso di disoccupazione degli indigeni, ingiustamente emarginati perché troppo costosi. E non dimentichiamo poi la crescente e vieppiù pericolosa criminalità d’importazione. Sì, perché anche i criminali possono circolare liberamente in Europa – e anche in Svizzera grazie allo sciagurato accordo di Schengen – il che ha dato uno slancio incontenibile a episodi di violenza cui non eravamo abituati e di cui faremmo volentieri a meno.
Gli Svizzeri non fanno figli
È un mantra che ci perseguita da anni ormai. Gli stranieri assicurano la crescita demografica, dicono, sono delle risorse, ci pagano l’AVS.
A mio avviso, occorre porsi qualche domanda e fare qualche riflessione. Primo: intanto, che ci paghino l’AVS è opinabile. In ogni caso, non quelli che in Svizzera sono venuti per affluire in un sistema sociale eccessivamente generoso da cui si fanno mantenere con tutta la famiglia.
Un bilancio costi/benefici fallimentare per lo Stato
Secondo: con tutti i sussidi familiari e i servizi sociali (sarebbe meglio dire assistenziali) che garantiamo alle famiglie, il bilancio costi/benefici per lo Stato di queste «risorse» che prolificano al posto nostro, è senz’altro negativo, a essere generosi neutro. Quello che pagheranno in deduzioni salariali per l’AVS non compensa quello che ricevono sotto forma di assegni familiari, deduzioni fiscali, asili nido, servizi sociali e via di seguito, senza parlare delle strutture necessarie a ospitare ogni anno una «Lucerna» in più (scuole, alloggi, ospedali, strade, ecc.).
A chi serve la crescita demografica?
Terzo: può darsi che la crescita demografica assicuri una fetta di mercato alla nostra economia, ma non certo l’esistenza, visto che la gran parte delle nostre aziende opera sui mercati esteri. Semmai garantisce personale alla produzione e ai vari settori commerciali, ma non ne beneficia certamente chi, a causa di queste «risorse», deve far ricorso alla cassa disoccupazione (che, di transenna, siamo ancora noi a pagare). Quindi sì (forse) a una ragionevole e moderata crescita demografica, ma NO alla libera invasione che finirà per stiparci come acini d’uva in un tino dopo la vendemmia. Con l’UE che ci schiaccia con i piedi per far posto a ulteriori «risorse».
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