Se i fantastilioni danno alla testa

Mar 21 • L'editoriale, Prima Pagina • 370 Views • Commenti disabilitati su Se i fantastilioni danno alla testa

Eros N. Mellini

Quando chiedono a Paperon de’ Paperoni a quanto ammonti il suo patrimonio, risponde: «Tre ettari cubici di dollari», tutti rigorosamente guadagnati con lavoro e sani investimenti, a partire dalla mitica «Numero uno», la sua prima moneta da un cent guadagnata cercando l’oro nel Klondike, che conserva incorniciata quale portafortuna. Un patrimonio che un articolo più faceto che serio trovato su Internet, quantifica arbitrariamente in 788’000 miliardi di dollari. Naturalmente, questa cifra iperbolica è dovuta anche e soprattutto alla parsimonia (eufemismo per estrema avarizia) con cui lo zio Paperone considera ogni spesa e ogni affare che effettua, nonché alla personale capacità di gestire tale patrimonio, dote spesso carente nei Paperoni dilettanti della politica odierna.

Cifre che fanno perdere il sano discernimento

Sono pochi i politici con alle spalle una carriera imprenditoriale che li ha portati a gestire un patrimonio miliardario. E, quand’anche succede, si parla nel migliore dei casi di qualche miliardo, importo certo molto importante, ma pur sempre contenuto, se comparato ai miliardi di un budget federale o anche solo cantonale. Se penso a come un individuo comune, abituato a gestire un’economia domestica o aziendale anche di buon livello, si trovi da un giorno all’altro proiettato in una dimensione finanziaria fin lì inimmaginabile, posso capire un certo grado di scombussolamento. Soprattutto perché, al contrario di Paperon de’ Paperoni che ogni singolo cent se l’è dovuto sudare, il denaro pubblico è lì tutto da spendere, a rifornire la cassa ci pensa il contribuente.

Ecco, penso proprio che questa perdita di sano discernimento di fronte a richieste relativamente facili da esaudire (fintanto che le vacche sono grasse e le casse piene) sia alla base del male più diffuso fra gli Stati di questo mondo: il debito pubblico. O meglio, il continuo e progressivo aumento dell’indebitamento pubblico.

Qualche santo provvederà

Sì, perché sperperando in futilità – anche se riempiono la bocca di lodevoli parole come «aiuto umanitario», «aiuto sociale», «aiuto allo sviluppo» e altre definizioni volte a sopire i nostri assurdi sensi di colpa per essere un paese benestante – le casse statali si svuotano. O, quantomeno, le entrate ordinarie sono inferiori alle uscite, per cui ogni anno il debito aumenta. O, in alternativa, per pagare quest’ultimo, si emette moneta a oltranza, senza copertura, con il risultato di un’inflazione galoppante che fa svalutare la moneta stessa. A livello cantonale, dato che i cantoni non hanno una propria moneta da emettere e svalutare, quella dell’aumento del debito pubblico è l’unica alternativa (salvo, ovviamente, quella di ritrovare il sano discernimento citato poc’anzi e tagliare le spese). A livello nazionale, invece, emettere moneta ad hoc sarebbe possibile. Fortunatamente non è – almeno credo – il caso della Svizzera, ma per la stragrande maggioranza degli Stati, è regola ormai acquisita. Non è un caso che il franco svizzero, assieme all’oro, sia un «bene rifugio» cui fanno capo investitori di paesi a forte inflazione dovuta a una moneta instabile. Si pensi solo agli anni sessanta, quando una sterlina inglese valeva 12 franchi, un dollaro americano 4.30, 1000 lire italiane 7 franchi, eccetera. Lo stesso euro, introdotto nel 1999 a 1.60 franchi, oggi ne vale circa 0.96.

C’è una sorta di fatalismo in questo irresponsabile atteggiamento: per intanto spendiamo, poi… qualche santo provvederà.

Un debito che, si suppone, mai nessuno estinguerà?

C’è da sperare che mai nessuno venga a chiedere il rientro del debito pubblico, altrimenti, i santi chiamati a provvedere saranno le prossime generazioni. Nel frattempo, si pagano alle banche interessi il cui tasso è relativamente basso ma che, dato il costante aumento dell’indebitamento, crescono di continuo. E il buco si allarga.

Il debito pubblico quale strumento di pressione e ricatti?

Non c’è uno Stato al mondo (salvo forse il Vaticano) che non abbia un debito pubblico, piccolo o grande che sia. Verso banche, privati, Stati esteri, eccetera. E fin qui, passi ancora. Ma ora ci si è messa anche l’Unione europea. Introducendo l’euro – a mio avviso, stampando banconote oltremisura – e sostenendo, senza limiti o quasi, tutti i progetti dei singoli Stati membri, ha legato questi ultimi mani e piedi al suo carro, ricordando loro quanto devono a «Santa UE» ogni qualvolta ci sia un anche vago rigurgito di rivendicazioni nazionaliste. Perché la Banca centrale europea può stampare banconote a volontà, i singoli Stati invece no, i soldi li devono cercare sul mercato. Personalmente, credo che sia questo l’unico vero motivo per il quale l’Unione europea esiste ancora, nonostante le evidenti carenze di cui ha dato prova in questi quasi 70 anni di vita. Uno scossone gliel’ha dato la Gran Bretagna ma, si sa, l’orgoglio nazionale degli Inglesi è indiscutibile e, apparentemente, anche il loro buonsenso.

Menti obnubilate da pericolosa megalomania

Se a livello svizzero – sebbene palesi a chi abbia voglia di vedere e sentire – i danni sono ancora contenuti, la megalomania dei commissari europei è suscettibile di effetti dirompenti. Il peggio è che, sia Ignazio Cassis in quel di Berna, sia  Ursula von der Layen a Bruxelles, godono dell’appoggio di buona parte dei relativi parlamenti. I danni della irragionevole politica estera del nostro ministro – a parte quelli ancora invalutabili in materia di neutralità – sono alla fin fine riducibili a esborsi finanziari: eccessivi, inutili, estremamente fastidiosi ma, tutto sommato, senza conseguenze sanguinose. Ma la von der Layen mira ora a un esercito europeo, da trascinare in una potenziale terza guerra mondiale, i cui morti si conterebbero a milioni su tutti i fronti. E per la modica spesa di 800 miliardi di euro. Gli addetti alle rotative della BCE dovranno fare gli straordinari.

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