«Woke culture» ovvero cronache di un delirio collettivo
Premessa: nel mio quotidiano navigare in Internet, mi sono imbattuto nell’impareggiabile direttore di «Libero», Vittorio Feltri che, con il suo solito stile intelligentemente sarcastico, stronca la presa di posizione della cantante «queer», «gender fluid» e «woke» – mi si perdonino gli anglicismi, ma non hanno a mio avviso ancora una traduzione in italiano che ne interpreti in modo soddisfacente il significato che hanno assunto nel mondo anglosassone – Francamente (al secolo Francesca Siano). Questa, invitata a cantare in occasione di una manifestazione sportiva, avrebbe rifiutato di cantare l’inno nazionale italiano perché «non inclusivo». Fratelli d’Italia … ma dove lasciamo le sorelle, per non parlare dell’altra settantina di generi rivendicata dalla comunità LGBTQ+ (XYZ)?
Per la verità, non sono riuscito a capire se l’«artista» si sia effettivamente rifiutata o se – per evitare un’accusa di vilipendio alla bandiera – abbia poi adottato, al posto di cantare l’inno modificandone le parole, la soluzione da lei stessa menzionata in un’intervista: «La seconda (alternativa, n.d.r) … è la decisione che ho intrapreso, ossia l’opportunità di prendere uno spazio. L’opportunità di cantare l’inno, che è sì un linguaggio non inclusivo, ma farlo da donna queer e vestendo determinati colori per dare un messaggio molto chiaro». Ne deduco che si sia presentata bardata di arcobaleni LGBTQ+ (XYZ), ma la cosa non ha importanza ai fini di questo discorso. Semplicemente, il caso è emblematico del delirio collettivo che negli ultimi decenni ha colpito la società (in)civile.
Un’errata interpretazione del termine «inclusione»
Ai tempi della mia gioventù – o meglio, della mia mezza età, dato che questa esplosione di scemenza data solo di alcuni decenni – quando si parlava di «includere» (anche se forse non era nemmeno questo il termine usato allora), si intendeva avere un occhio di riguardo verso le minoranze sì, ma non concedere loro la priorità in tutte le espressioni della nostra vita quotidiana. Giusto quindi togliere, nel limite del possibile, le barriere architettoniche a favore dei disabili in carrozzella, creare parcheggi riservati a loro, realizzare case per anziani, e altre concrete soluzioni a favore di persone sfavorite dalla malasorte. Ma, appunto, sfavorite da una sorte avversa al di fuori del loro controllo, non volontariamente scelta per dare libero sfogo alle proprie aberrazioni. E, infatti, le minoranze di quei tempi non sentivano alcun bisogno di un linguaggio che le includesse specificatamente, era ovvio che, dicendo «uomini», «cittadini», «fratelli», eccetera, si sottintendesse l’essere umano di entrambi i sessi (a quel tempo, quest’ultimi erano ancora solamente due ma, fortunatamente, dotati di un discernimento che li faceva concentrare sui veri problemi della vita).
L’inclusione quale alibi per orripilanti cazzate
Oggi, il termine è chiamato in ballo per giustificare qualsiasi cazzata salti in testa alla politica per giustificare le più assurde concessioni. Lungi dal tutelare dei concreti diritti (che sarebbe bello se una volta venissero anche fatti dipendere da altrettanti doveri) delle minoranze, il più delle volte l’inclusione di quest’ultime si trasforma nell’esclusione della maggioranza. O quantomeno nella sua penalizzazione con sempre nuove regole e divieti comportamentali comportanti sanzioni, di cui politici ma, soprattutto, giudici fanno uso a piene mani, spesso arbitrariamente (vedi il famigerato articolo 261bis del Codice penale).
«Cancel culture», altra faccia dello stesso problema
Negli ultimi anni si è fatta strada un’altra aberrazione mentale collettiva, proveniente dagli stessi ambienti ovviamente: la «cancel culture», che pretende di cancellare dalla storia e dal vivere civile tutte le espressioni di orgoglio, ma anche solo di memoria, di civiltà passate e, tutto sommato, migliori di quanto questa generazione di dementi abbia reso la nostra. Abbattiamo le statue di Cristoforo Colombo, era uno schiavista oppressore dei neri: il fatto che fosse un grande navigatore e che abbia scoperto l’America? Irrilevante! Rifacciamo il film «I tre moschettieri» incuranti di Dumas e dando la parte di protagonista a donne, possibilmente di colore. Che nella Francia del 17esimo secolo, pensare che delle donne potessero essere reclutate nei moschettieri del re, sia un’assurdità, non ha importanza. Il romanzo deve essere adattato al mondo di oggi, soprattutto alle sue fisime. E ci si è messa pure la Disney che, nella sua rivisitazione del film Biancaneve e i sette nani, ha affidato la parte della protagonista a un’attrice mulatta colombiana. I fratelli Grimm avevano esordito nella loro fiaba dicendo: E la regina pensò: «Come mi piacerebbe avere una bimba dai capelli neri come l’ebano, le labbra rosse come il sangue e la pelle bianca come la neve!». Che deficienti, non sapevano che non era politicamente corretto? E via dicendo…
Forse definirlo delirio collettivo è inesatto, qui si tratta di autentica pazzia.
Negli USA sono fortunati: hanno Donald Trump
Uno spot pubblicitario di qualche anno fa di un noto aperitivo analcoolico ne parafrasava lo slogan definendo Trump «Il presidente biondo che fa impazzire il mondo». Ma si sbagliava, almeno per il momento, sta facendo rinsavire il mondo, o perlomeno gli USA. Non tocca a me dare un giudizio sulla sua politica – anche se mi sembra ben lungi dall’essere scemo come lo dipinge la stampa «mainstream» – ma le sue prime decisioni anti woke me lo rendono molto simpatico. C’è da sperare che, almeno su questo tema, il suo cambio di rotta faccia scuola pure in Europa, facendo sì che anche i politici da questa parte dell’Atlantico si rendano conto di quanto sia dannoso il politicamente corretto e vi pongano rimedio. Ma occorrerebbe un pugno di ferro suscettibile di far perdere preziosi voti. E ciò, purtroppo, mi rende molto, ma molto scettico.
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