L’influenza del mondo cattolico

Gen 27 • In terza, L'opinione, Prima Pagina • 691 Views • Commenti disabilitati su L’influenza del mondo cattolico

L’avvocato Tito Tettamanti ha scritto recentemente un piccolo libro che ci ha gentilmente concesso di pubblicare a puntate ne «Il Paese». Il libro non è in vendita, si tratta di una pubblicazione che Tito Tettamanti ha realizzato per farne omaggio ad amici e conoscenti. La pubblicazione tramite il nostro giornale è quindi un’occasione per farne conoscere i contenuti anche al di fuori di questa stretta cerchia, e siamo sicuri dell’interesse che riscontrerà fra i nostri lettori. Consideriamo infatti l’avvocato una delle menti più brillanti del nostro cantone, un acuto osservatore di quanto succede sul palcoscenico politico, economico e finanziario (locale, cantonale, nazionale e internazionale) – ma non solo, i suoi interessi sono innumerevoli. Il suo libro è una lucida disamina di avvenimenti che hanno costellato la sua vita e che possono costituire un insegnamento per chiunque si trovi a vivere nella realtà odierna.

Mi spiego meglio e qui dobbiamo, sia pure in modo sommario, parlare del-a relazione fra Chiesa e politica, o meglio ancora, per restare nel nostro ambito, dell’influenza della Chiesa cattolica sul Partito. Intendo qui la Chiesa quale potere temporale, esercitato in prima persona o quale alleata nel corso della storia, e soprattutto nel tempo degli assolutismi. Ma venendo allo scorso secolo, vediamo la Chiesa incontestabilmente sostenitrice (parlo delle gerarchie) dei movimenti fascisti o simili, in Francia (Action Française), in Spagna con il generale Franco (pur non volendo né potendo dimenticare che i «rossi» i preti li trucidavano), in Portogallo con Salazar, in Ungheria, in Croazia con gli Ustascia e ovviamente in Italia. La lettura della corrispondenza tra Papa Pacelli e il Principe d’Assia, emissario di Hitler, è raggelante, anche se la situazione non era certo facile. In genere la Chiesa si sentiva naturalmente alleata con chiunque si opponesse al bolscevismo ateo. Alla stessa Chiesa dobbiamo però riconoscere che alla fine della guerra, nel 1945, ha sostenuto in modo determinante la corrente cattolica dei Partiti Conservatori Democristiani e a questi stessi partiti dobbiamo riconoscere il merito, unitamente alle forze socialdemocratiche, di aver ricostruito la democrazia in Europa, sbarrando la strada ai partiti comunisti che, specie in Francia e in Italia, contavano su vaste masse popolari.

A scanso di equivoci voglio ripetermi: io mi addentro qui in considerazioni molto personali giudicando da «cronista» i fatti, visti dall’esterno, a proposito dell’evoluzione del rapporto tra Chiesa cattolica e politica. E non voglio travestirmi da studioso di filosofia politica e tantomeno da teologo o filosofo delle religioni. Dunque: terminato l’assestamento nei Paesi europei, annullato il ricordo di alleanze poco decenti, la Chiesa

ha cominciato a pensare ai propri interessi, preoccupata in particolare per l’erosione della partecipazione di fedeli alla vita ecclesiale, ovvero alla pratica attiva della fede, soprattutto da parte delle giovani generazioni. L’azionismo tipo Azione Cattolica e simili in una realtà, specie in Italia, che da agricola era diventata industriale, faceva sempre meno presa: di fatto l’urbanizzazione, i nuovi media e la maggiore diffusione culturale pluralista contribuivano a svuotare le chiese. A questo punto il Vaticano – che è tuttora una Corte feudale, anche con tutti i suoi difetti – ha ritenuto che schierandosi a sinistra – e con ciò volendo dimostrare di sostenere le classi più bisognose nel mondo – avrebbe recuperato fedeli e quindi potere e influenza. È in quel periodo che sono nati i «preti operai» (forse sarebbe stato più utile avere dei buoni preti piuttosto che talvolta dei cattivi operai) e addirittura nel Sud America si è arrivati alle follie dei «Frati Mitra», ovvero preti guerriglieri.

Da agnostico non sono certo abilitato a dar consigli alle gerarchie cattoliche, ma personalmente penso che se a quel tempo (e ancora oggi) invece di cedere a certi sinistrismi di maniera il Vaticano avesse sistemato il problema del celibato dei preti imposto solo a partire dall’XI secolo (se ben ricordo da Gregorio VII, con la chiara intenzione di evitare la concorrenza delle possibili famiglie dei sacerdoti nell’assegnazione dei notevoli lasciti dei fedeli) sarebbe stato meglio. Se poi aggiungiamo che nello stesso secolo è stato inventato il Purgatorio, al quale si credeva di poter accedere più facilmente con elargizioni, non possiamo che ammirare l’abilità di introdurre una tassa ereditaria a carico dei fedeli rendendoli, se non proprio più felici, perlomeno un po’ più sereni. Nel contempo la Chiesa – sempre secondo me – non ha avuto la capacità di regolare l’inaccettabile esclusione, nei suoi punti vitali di decisioni, delle donne (che andavano bene nei conventi ma non nelle stanze del potere ecclesiale).

Ovviamente il tema è ben più ampio e complesso e a mio parere una pietra miliare della riflessione e del dibattito è la magistrale relazione di Papa Ratzinger, Benedetto XVI (1927-2022) a Ratisbona, nella quale il Pontefice sviluppava il rapporto tra il Cristianesimo e la cultura occidentale. Ho avuto il privilegio di partecipare a una cena, ristretta a pochi invitati, ospiti del Presidente emerito della Repubblica italiana Francesco Cossiga, e di poter colloquiare su questi argomenti proprio direttamente con l’allora Cardinale Joseph Ratzinger, una delle persone che più mi ha impressionato, tra le tante che ho incontrato, per la lucidità e il rigore del pensiero.

Per chi è interessato ad approfondire il problema della frattura prodottasi nella gerarchia cattolica, raccomandabile è la lettura di «Au-delà des fractures chrétiennes», dell’antropologo francese Philippe D’Iribarne (1937). Si tratta di una rottura, specie dopo il Concilio Vaticano II, che accompagna il passaggio dalla modernità alla postmodernità del XX e ora XXI secolo, con l’affermarsi delle idee e delle ideologie della cosiddetta società inclusiva.

Sarebbe però scorretto dimenticare nel giudizio l’aspirazione universalistica della religione cattolica e la componente di trascendenza che non possono certo venir monopolizzate e rappresentate esclusivamente da un partito politico. In Germania la CDU (Christlich Demokratische Union) dopo l’infelice parentesi merkeliana, grazie al Presidente Merz è tornata su posizioni conservatrici ispirandosi ai valori cristiani che stanno a rappresentare l’adesione non  a una fede ma alla nostra civiltà e a una delle sue origini.

È dunque ovvio che con questi indirizzi – e non è soltanto un problema dottrinario per i Papi, ma più in generale l’espressione di correnti nelle gerarchie del mondo intellettuale cattolico – alla parte conservatrice dei diversi movimenti politici democristiani, specie in Italia ma anche in Svizzera, è stato tolto un importante supporto popolare.

Inoltre, era chiaro che formazioni politiche che si rivolgevano a un elettorato anche vagamente cattolico non potevano certo chiamarsi conservatrici.

In Italia il Partito Democristiano – anche in conseguenza del fenomeno cosiddetto di «mani pulite» – si è praticamente sciolto. I cattolici attivi in politica si sono divisi fra destra e sinistra, formando partitini piccoli e poco rilevanti. Diversi sono confluiti nel PD, assieme agli ex comunisti.

In Ticino, quasi vergognandosi di chiamarsi Conservatore, il partito si è ribattezzato come «popolare democratico». In Svizzera, per togliere il riferimento cristiano, si è cambiato nome passando dalla classica denominazione democristiana (CVP, Christliche Volkspartei) a una figura geometrica, il «Centro» (nome assunto ora anche dal partito ticinese). Una decisione, quella di chiamarsi «Centro», tatticamente astuta: chi si mette al centro – e si sposta quindi a seconda dell’inclinazione generale verso sinistra o destra – ha il vantaggio di poter fungere da ago della bilancia e quindi di potersi trovare dalla parte del vincitore.

Ma allora in questo caso parliamo di tattica, con calcoli di freddo opportunismo, e non parliamo certo di valori, di difesa di un proprio pensiero.

Nulla vieta ad un cattolico di essere conservatore, ma l’orientamento delle gerarchie cattoliche in politica trova maggior consonanza con il mondo della sinistra.

Continua nel prossimo numero

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