2025 – Neutralità e accordo-quadro con l’UE: due battaglie cruciali per la democrazia svizzera

Gen 12 • L'editoriale, Prima Pagina • 748 Views • Commenti disabilitati su 2025 – Neutralità e accordo-quadro con l’UE: due battaglie cruciali per la democrazia svizzera

Eros N. Mellini

L’articolo 173 cpv 1a della Costituzione svizzera assegna all’Assemblea federale il compito di prendere provvedimenti a tutela della sicurezza esterna, dell’indipendenza e della neutralità della Svizzera; l’articolo 185 cpv 1 assegna lo stesso compito – la formulazione non cambia di una virgola – al Consiglio federale. Data la gerarchia dei poteri, ne deduco che il compito spetti in prima istanza al Consiglio federale e che il parlamento debba assicurarsi che il governo lo applichi. Ebbene, da anni entrambi questi enti sembrano ignorare la preziosa neutralità assicurata alla Svizzera dal Trattato di Parigi del 1815. Dall’appoggio totale all’iniziativa per l’adesione all’ONU del 2000 – è vero che la stessa fu accettata in votazione popolare, ma dopo che a quella degli iniziativisti si aggiunse la convinta e quasi unanime (salvo UDC e UDF) propaganda della Berna federale, ovviamente sostenuta da tutti gli organi di stampa – la smania internazionalista dei nostri deputati non ha più avuto freni. Dal blaterare di «neutralità attiva» dei primi anni 2000 da parte dell’allora consigliera federale Calmy-Rey, alla più recente neutralità «flessibile» o addirittura «cooperativa» (qualunque cosa significhi) auspicata da Ignazio Cassis, da ormai oltre un ventennio i consiglieri federali a capo del Dipartimento degli affari esteri hanno imboccato la strada – o sarebbe meglio dire la deriva – dell’abbandono di tutte quelle peculiarità che hanno fatto della Svizzera un «piccolo grande paese». Fortunatamente, almeno finora, il popolo è riuscito a frenare le fregole EURO-file, NATO-file e più generalmente XENO-file, ma fino a quando durerà, è difficile da prevedere. Intanto, questa deriva incurante dei princìpi della neutralità – e, peggio, dei rischi che questo abbandono comporta – è stata avviata concretamente con le sanzioni alla Russia e l’atteggiamento «embrassons-nous» nei confronti di Zelensky, culminato con la conferenza unilaterale del Bürgenstock e con sovvenzioni milionarie. Tutto ciò, ignorando volutamente il parere popolare che, stando alla facilità con cui sono state raccolte le firme per l‘iniziativa, è molto probabile che si riveli contrario. Verosimilmente, proprio per questo è stato ignorato.

È in atto una guerra di sfinimento

Nonostante le numerose batoste in votazione popolare rimediate dalle varie iniziative per l’adesione all’UE che si sono susseguite, o forse proprio a causa di esse, gli eurofili della Berna federale si sono ispirati a Quinto Fabio Massimo il temporeggiatore – dittatore di Roma durante la seconda guerra punica – e si limitano a non lasciare che si spenga il sacro fuoco, con azioni di disturbo costituite da altre periodiche iniziative popolari, ma anche e soprattutto, portando avanti alle camere progetti e atteggiamenti volti a trascinare la Svizzera nel marasma internazionale. È in atto una vera e propria guerra di sfinimento, il cui obiettivo è l’annientamento della Svizzera prospera e di successo che abbiamo ereditato dai nostri antenati, ma che stiamo vieppiù dimostrando di non meritare. È una tattica che in passato si è già dimostrata efficace: i miei coetanei si ricorderanno forse di quando, negli anni sessanta, il popolo insorse contro un previsto aumento di 7 centesimi del prezzo di un litro di benzina (bei tempi in cui il carburante costava, salvo errore, attorno ai 60 centesimi al litro), e lanciò il referendum bocciando il progetto con il 53% di voti. Ebbene, qualche mese più tardi, il governo tornò alla carica, questa volta con un aumento di 5 centesimi, passato il quale ne arrivò un altro di 2 centesimi. E a chi reclamava fu risposto con un certo sarcasmo: «Nessuno ha lanciato il referendum questa volta». E qui siamo allo stesso punto: dagli e dagli, un momento o l’altro finiremo per cedere anche perché ormai convinti che «tanto fanno quello che vogliono lo stesso».

L’esempio classico è l’accordo-quadro istituzionale con l’UE. Dopo anni di trattative, il Consiglio federale – conscio della probabile bocciatura che avrebbe avuto in votazione popolare – nel 2021 ha comunicato all’UE che non l’avrebbe sottoscritto, soprattutto per tre motivi: l’inaccettabilità della ripresa automatica del diritto UE, della Corte di giustizia UE quale organo decisionale definitivo e inappellabile in caso di controversie e dell’estensione della libera circolazione delle persone. Ad abundantiam, possiamo aggiungere l’istituzionalizzazione di pagamenti miliardari ricorrenti che la Svizzera ha in passato già concesso «una tantum» (si fa per dire).

Ebbene, non si sa perché – o meglio, vista l’atmosfera eurodipendente che incombe sulla Berna federale, lo si sa benissimo – i nostri euroturbo stanno negoziando da oltre tre anni un accordo-quadro che, per ciò che riguarda i punti inaccettabili, è l’esatta fotocopia di quello rifiutato nel 2021. L’unica differenza è la «furbata» di presentare il pacchetto in  quattro decreti federali il che, svelato ai non addetti ai lavori, significa due cose: primo, i decreti separati evitano il referendum obbligatorio il cui risultato boccerebbe verosimilmente il pacchetto su tutta la linea. In secondo luogo, i referendisti – che sicuramente si organizzeranno in modo battagliero e determinato – dovranno raccogliere le firme per quattro singoli referendum, il che renderà quantomeno un po’ più difficile il loro compito.

Ma cosa abbiamo fatto per meritarci dei simili governanti?

Probabilmente, paghiamo la bocciatura, nel 2013, dell’iniziativa UDC che proponeva l’elezione del Consiglio federale da parte del popolo. Ne risulta che il nostro governo continua a essere eletto dalle camere federali e, in una sorta di tacita complicità, il parlamento ne avalla decisioni che, verosimilmente, a volte non supererebbero lo scoglio della votazione popolare. L’elezione poi, dipende da un sacco di fattori – appartenenza partitica, origine cantonale, ecc. – che in una votazione popolare entrerebbero meno in conto. Inoltre, non dovendo rendere conto al popolo ma solo ai parlamentari «complici» delle loro pecche, salvo rarissimi casi (vedi Metzler e Blocher), il loro «cadreghino» è praticamente assicurato fino a quando decidono volontariamente di dare le dimissioni.

Due battaglie cruciali

Oltre ad altri – non di trascurabile importanza, ma meno vitali per i destini del nostro paese – due sono quindi i temi su cui il popolo dovrà mobilitarsi. Il primo, sarà la votazione sull’iniziativa per la neutralità. Il messaggio del Consiglio federale era previsto entro la fine del 2024 e non tarderà ad arrivare. Sarà l’occasione per il popolo svizzero di ancorare il principio della neutralità senza se e senza ma nella Costituzione federale, ponendo finalmente fine alle fantasiose quanto arbitrarie interpretazioni, siano esse «attive, flessibili o cooperative» di un termine, peraltro, inequivocabile: o si è neutrali o non lo si è, punto!

La seconda «madre di tutte le battaglie» sarà il rigetto una volta per tutte di un accordo-quadro istituzionale il quale, in realtà non è altro che un trattato di sottomissione all’UE, propinatoci in quattro dosi, ma tutte indigeste.

Sono due battaglie di vitale importanza per la sopravvivenza della Svizzera come la conosciamo: libera, indipendente e prospera!

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