Un Ufficio federale di giustizia, due opinioni

Mag 30 • Dalla Svizzera, In terza, L'opinione, Prima Pagina • 382 Views • Commenti disabilitati su Un Ufficio federale di giustizia, due opinioni

Dalla Weltwoche del 21 maggio 2025, un articolo di David Biner

I giuristi della Confederazione volevano sottoporre l’accordo di Schengen/Dublino al voto delle Camere. Per i trattati UE fanno l’esatto contrario e tengono nascosto il vecchio parere.

Essere consigliere federale una volta nella vita, almeno per una conferenza stampa: Michael Schöll ha realizzato questo sogno tre settimane fa. Il direttore dell’Ufficio federale di giustizia (UFG) era seduto al tavolo dei relatori, allo stesso livello del consigliere federale Ignazio Cassis, capo del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE), e del suo segretario di Stato Alexandre Fasel.

Schöll avrebbe dovuto illustrare la procedura giuridica formale con cui il parlamento e infine il popolo saranno chiamati a pronunciarsi sui trattati UE. Invece ha dettato la linea politica della sessione di domande. Il capo funzionario del Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP), sebbene subalterno, ha improvvisamente messo in ombra gli ambasciatori e il consigliere federale del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE), presunto esperto di relazioni internazionali.

Il consigliere federale Schöll: un’altra farsa

Senza che nessuno glielo avesse chiesto, ha elogiato il team negoziale del capo negoziatore Patric Franzen (seduto un gradino sotto di lui) e, mentre era ancora in corso la raccolta delle firme, ha accusato pubblicamente i promotori dell’iniziativa Kompass, critica nei confronti dell’UE, di aver presentato un testo non idoneo. Il consigliere federale Schöll: un’altra farsa in questo spettacolo appena iniziato ma già tanto assurdo sui trattati UE.

In realtà Cassis avrebbe dovuto spiegare alla popolazione perché, dal punto di vista politico di quattro consiglieri federali – oltre a lui i due rappresentanti del PS Beat Jans ed Elisabeth Baume-Schneider e il centrista Martin Pfister – non sia necessaria una doppia maggioranza (popolo e cantoni) per risolvere una questione esistenziale per il paese, ossia chi deciderà in futuro su infrastrutture critiche come la rete ferroviaria, la sicurezza energetica o l’immigrazione: il popolo svizzero e i cantoni o i funzionari di Bruxelles e i giudici di Lussemburgo?

Con la sua consueta spregiudicatezza, Cassis ha chiarito che la mini-maggioranza del governo federale intende deliberatamente escludere i cantoni per abbassare l’ostacolo e portare a buon fine gli accordi. Cassis ha ammesso che in questo contesto hanno sicuramente giocato un ruolo «considerazioni di tattica politica». Allo stesso tempo, è chiaro che con una doppia maggioranza gli accordi godrebbero di un sostegno «molto più forte». È stato uno dei pochi momenti di sincerità del ministro degli Esteri – che ultimamente si è lasciato convincere dai sostenitori dell’integrazione europea nel suo dipartimento, dal suo PLR e, soprattutto dalla sinistra, a prendere rapidamente una decisione contro la doppia maggioranza – anche perché il momento è di nuovo favorevole all’UE, dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump ha scosso il mondo durante i suoi primi cento giorni di mandato.

Considerata la «situazione geopolitica tesa», le relazioni con l’UE sono indispensabili per garantire il benessere del paese, ha affermato Cassis. Ricordiamo che la Germania è al terzo anno di recessione, la Francia è di fatto in bancarotta e le previsioni di crescita dell’Eurozona per l’anno in corso sono state appena riviste al ribasso. A Schöll, alto funzionario pagato con i soldi dei contribuenti, tutto questo evidentemente non importa.

Durante la conferenza stampa, senza che gli fosse stato chiesto, ha affermato che l’adozione dinamica del diritto, che aveva fatto fallire l’accordo quadro nel 2021, non è in contrasto con la Costituzione e le istituzioni locali. Il meccanismo secondo cui in futuro il popolo svizzero e i cantoni potranno votare sull’introduzione del diritto dell’UE solo con la riserva permanente di sanzioni è, secondo Schöll, «in linea» con la Costituzione federale. In queste condizioni, con questi rapporti di potere, la «formazione della volontà e l’espressione fedele del voto» sono ancora tutelate in Svizzera, come sancito dall’articolo 34 della Costituzione federale? Sarebbe una questione interessante da sottoporre a un parere dell’UFG.

«Ovviamente incostituzionale»

Quanto possano essere scottanti tali questioni è dimostrato da un altro episodio. Lo stesso Ufficio federale di giustizia che lo scorso anno – quindi prima della conclusione dei negoziati tra la Svizzera e l’UE – ha affermato in una perizia che non sarebbe necessaria una maggioranza dei cantoni per gli accordi con l’UE, era giunto a una conclusione completamente diversa in merito all’accordo Schengen/Dublino. Allora, poco più di vent’anni fa, l’autorità aveva proposto al Consiglio federale di sottoporre la votazione sui Bilaterali II alla doppia maggioranza. Ciò risulta dalla relativa richiesta dell’Ufficio federale di giustizia del 4 giugno 2004, resa pubblica dall’Ufficio su richiesta della Weltwoche.

Ciò dimostra, da un lato, che l’UFG non è affatto l’istanza indipendente, la «coscienza giuridica dell’Amministrazione federale», come il direttore Schöll ama definire se stesso e l’autorità. A seconda del committente, le perizie possono essere diverse, in questo caso completamente opposte. Sia Schengen/Dublino che i trattati UE prevedono una ripresa dinamica del diritto. Sotto il ministro della giustizia Christoph Blocher, UDC euroscettico, l’UFG era giunto nel 2004 alla conclusione che gli accordi bilaterali II con Schengen/Dublino dovessero essere sottoposti alla doppia maggioranza. Sotto il ministro della Giustizia Beat Jans, euroturbo del PS, secondo Schöll e Co., la maggioranza dei cantoni per gli attuali accordi UE è improvvisamente impensabile. «Sono rimasto sorpreso io stesso dalla chiarezza del risultato della nostra analisi», ha dichiarato in un’intervista alla NZZ.

D’altro canto, la vicenda evidenzia che la questione della maggioranza dei cantoni in casi di tale portata è di natura politica. Nel caso di Schengen/Dublino, Blocher fu messo in minoranza dai suoi colleghi del Consiglio federale, in primis dalla ministra degli esteri Micheline Calmy-Rey (PS) e dal ministro dell’economia Joseph Deiss (PPD). Il lavoro preparatorio di Jans e Schöll è stato invece accolto con grande entusiasmo dal DFAE e dalla classe politica. L’attivista europeo Eric Nussbaumer, ancora in carica come presidente del Consiglio nazionale, ha scritto che la maggioranza dei cantoni è un «errore». «È politicamente auspicabile dai detrattori, ma ovviamente incostituzionale!». Udite, udite! La campagna diffamatoria di Nussbaumer e compagni contro gli euroscettici è particolarmente accesa anche perché ritengono che la perizia dell’UFG «oggettivizzi» la loro posizione, il che dà «ragione» ai sostenitori dei trattati.

Con la maggioranza dei cantoni, Schengen sarebbe fallito

L’aspetto politicamente delicato è che i quattro consiglieri federali e Schöll giustificano ora l’esautorazione dei cantoni principalmente con la decisione su Schengen/Dublino. All’epoca, il Consiglio federale era giunto alla conclusione che già gli accordi bilaterali II non avrebbero comportato «alcuna modifica sostanziale» del regime politico e non avrebbero intaccato «l’ordinamento costituzionale». Per questo motivo, secondo Schöll, oggi non è necessaria una maggioranza dei cantoni, come ha affermato durante la conferenza stampa.

Questo è vero, naturalmente, poiché è stata una decisione politica dell’allora Consiglio federale. Ma come ha motivato l’allora DFGP la sua richiesta di sottoporre anche Schengen/Dublino alla maggioranza dei Cantoni? L’attuale DFGP, sotto la guida di Schöll, invoca il segreto d’ufficio per gli affari del Consiglio federale e mantiene segrete le considerazioni giuridiche formulate dai suoi predecessori. Un altro atto discutibile nel culto del segreto, dopo che si è dato accesso ai trattati UE solo ai sostenitori. Allo stesso tempo, resta la consapevolezza che i funzionari dell’UFG agiscono nell’interesse del loro superiore politicamente legittimato. Altrimenti detto: un Ufficio federale di giustizia, due opinioni.

Oggi a Berlino e a Roma ridono sotto i baffi, mentre ormai solo la Svizzera, sotto la guida di Jans e Schöll, continua a rispettare scrupolosamente gli accordi di Schengen/Dublino. A causa dell’accordo, il Consiglio federale si vede ora obbligato ad accogliere un numero maggiore di richiedenti l’asilo o ad attingere alle tasche dei contribuenti per rafforzare le frontiere esterne dell’UE, anche se questo cosiddetto «meccanismo di solidarietà» non sarebbe vincolante per la Svizzera in quanto Stato non membro dell’UE. Oltre a ciò, Schengen/Dublino costano molto di più di quanto promesso dal Consiglio federale vent’anni fa. All’epoca il progetto superò l’ostacolo della maggioranza popolare semplice, ma se l’UFG guidato da Blocher fosse riuscito a imporsi, sarebbe stato bocciato dalla maggioranza dei cantoni.

Comments are closed.

« »