«¿Suiza no existe?» ¡Entonces la UE menos aún!
Mi si perdoni il titolo in spagnolo, ma l’infelice slogan «Suiza no existe» stava all’entrata del padiglione svizzero all’Esposizione universale di Siviglia del 1992 e ho quindi pensato di riprenderlo in lingua originale. Per chi non masticasse l’idioma iberico e non disponesse di un traduttore elettronico, la versione italiana potrebbe suonare: «La Svizzera non esiste? Allora ancora meno l’UE!».
Due storie solo apparentemente analoghe
Se si prendono come metro di misura l’alleanza fra popolazioni di lingua e cultura diverse e la progressiva espansione con l’annessione nel tempo di nuovi Stati, rispettivamente cantoni, la storia delle due entità potrebbe sembrare analoga. Quindi, perché avversare a livello europeo un’evoluzione che in Svizzera abbiamo vissuto e, ammettiamolo, con risultati sorprendentemente positivi? La risposta è semplice: perché il parallelismo è, appunto, solo apparente.
Innanzitutto, la motivazione storica
La Confederazione svizzera nacque dalla necessità, da parte dei tre cantoni primitivi – i Waldstätte – Uri, Svitto e Untervaldo, di conquistare e difendere con le armi la propria autonomia, sottraendosi al giogo asburgico. Un’alleanza, dunque, prettamente militare – anche se non scevra poi da sviluppi di carattere commerciale.
L’UE, invece, nacque quale accordo esclusivamente economico nel 1951 come Comunità europea del carbone e dell’acciaio, trasformata poi nel 1957 – con i trattati di Roma – in Comunità Economica Europea (CEE). La seconda «E» della sigla, sta a sottolineare il già citato carattere economico dell’accordo.
Quindi, mentre dal «Patto federale» del 1291 nasceva una nazione, la CEE era un mero trattato commerciale o di libero scambio che non vincolava nel modo più assoluto gli Stati aderenti a un’unione politica. E, infatti, finché rimase così, fu per i paesi membri di mutuo interesse e non creò problemi né a loro né, tantomeno, alla Svizzera che ne rimaneva fuori.
L’unità politica ovvero la rinascita del Sacro Romano impero
L’attuale Unione europea (UE) è il frutto di diversi accordi, sfociati nel Trattato di Maastricht del 1992, e dell’adesione progressiva di nuovi Stati membri: ai fondatori – Belgio, Francia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, e Germania – andarono ad aggiungersi Danimarca, Irlanda e Regno Unito nel 1972, Grecia nel 1979, Spagna e Portogallo nel 1985, Austria, Finlandia e Svezia nel 1994, Repubblica Ceca, Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Slovenia, Slovacchia e Ungheria nel 2003, Bulgaria e Romania nel 2005, Croazia nel 2011. Con l’uscita del Regno unito (Brexit), gli attuali Stati membri sono 27.
Una sorta di moderno Sacro Romano Impero che, a differenza di quello antico, non dispone (per ora) di un esercito suo da mandare in giro per il mondo (o anche solo al suo interno) a menare botte da orbi a tutti coloro che trovano insopportabili i sempre nuovi gioghi imposti loro da una burocrazia mastodontica e con la perenne necessità di giustificare la propria esistenza. Ma immaginatevi se l’avesse questo esercito unico: che fine farebbero gli Stati recalcitranti, l’Ungheria di Orbán, per esempio? Brrrrr, meglio non pensarci!
Il parallelo con il Sacro Romano Impero non è poi così astruso. Anche allora, le decisioni erano prese inappellabilmente dall’imperatore o, meglio, da una oligarchia di privilegiati che agivano in suo nome. Cosa che oggi fanno Ursula von der Leyen e i suoi accoliti della Commissione europea. Come allora, gli organi dirigenti non sono eletti democraticamente dal popolo, bensì nominati da un Parlamento europeo la cui maggioranza è più attaccata al proprio lautamente retribuito «cadreghino» che non agli ideali politici. E, siccome la Commissione europea è marcia, sì, ma molto generosa nei confronti dei suoi galoppini, ecco che – nonostante dei provati scandali finanziari – Ursula von der Leyen viene rieletta «imperatrice» del moderno Sacro Romano Impero. E con lei, tutta la sua corte di commissari, fedeli vassalli. Mandarla a casa – e, possibilmente metterla sotto processo – sarebbe l’unico strumento che questo parlamento potrebbe concretamente utilizzare, se non fosse per la maggior parte corrotto o comunque legato ai malandazzi di palazzo. Per il resto, non ha più potere di quello che a Lugano hanno le commissioni di quartiere. Esercitare una funzione «consultiva» quando va bene, altrimenti parlarsi addosso sapendo che ogni intervento non porterà ad alcun effetto. Un inutile festival della logorrea, peraltro retribuito con «ricchi premi e cotillons» (metafora per ben più concrete indennità di migliaia di euro), come si usava un tempo in ogni festa del partito, che si rispetti.
Un carro su cui non salire: ma la pseudo intellighenzia di Berna non demorde
Nel 1992, la Svizzera si salvò con il risicato NO allo Spazio economico europeo (SEE) – e per questo non finirò mai di ringraziare Christoph Blocher, vera anima di una campagna condotta contro tutti i partiti, i media, camere e Consiglio federale – da un passo che ci avrebbe portato ben presto all’adesione all’UE. Ma la Berna federale- o, meglio, una buona parte di essa, non demorde: dai reiterati tentativi di sottometterci all’UE con trattati unilaterali a solo vantaggio della controparte, si è passati all’attuale bozza di trattato di sottomissione a un’UE la quale, se va avanti a perdere colpi come sta facendo, ben presto cesserà di esistere, per il bene di tutti noi.
Basta che succeda prima che la Berna federale riesca a far accettare al popolo l’ignominioso trattato di sottomissione.
La Svizzera esiste, e come se esiste! Ma sopravviverà all’UE?
Sebbene non sia un fan di Che Guevara, ne riprendo lo slogan «¡Hasta la victoria siempre!»
« La «clausola di salvaguardia» non ha alcun valore L’accesso al denaro contante »

