Quando l’ambizione e l’interesse personale prendono il sopravvento
Ueli Maurer mi disse una volta: «In un politico, una moderata dose di ambizione è normale, addirittura benefica, altrimenti più nessuno entrerebbe in politica. Il problema sorge quando l’ambizione e l’interesse personale crescono a dismisura e hanno il sopravvento sulla dedizione alla causa.» La discussione verteva sui ghiotti posti in consigli d’amministrazione o cariche politiche internazionali ben remunerate da cui parecchi politici – a livello federale, a anche, sebbene in forma diversa, a livello cantonale e comunale – si lasciavano sedurre. Una situazione che mi era stata confermata da un consigliere nazionale il quale, in confidenza e verosimilmente privato delle consuete inibizioni da eccessive libagioni, si era lasciato scappare che «a Berna, i primi quattro anni servono a tessere utili conoscenze ma, a partire dalla seconda legislatura, se ci sai fare, moltiplichi di non poco le entrate grazie ai gettoni di presenza in consigli d’amministrazione che ti vengono offerti a iosa». Premesso che non si può generalizzare – le mosche bianche ci sono, anche se sono quelle nere a prevalere – la situazione è reale e qualche spunto di riflessione lo dà.
L’ambizione che ti sprona
Perché si entra in politica? Qui da noi è un’occupazione di milizia, non una scelta professionale come in altri paesi anche a noi vicini; quindi, è presumibile che i primi passi vengano effettuati per puro ideale. Anche perché il nostro regime di democrazia diretta ci porta a votare praticamente ogni tre mesi, facendoci partecipare alla politica, volenti o nolenti, in modo attivo. La voglia di fare qualcosa di concreto – dapprima per il tuo comune, ma poi, perché no, anche a livelli più alti – a un certo punto ti fa decidere al «gran salto», a passare cioè dalla politica partecipativa (solo andare a votare) a quella più attiva (candidarti e possibilmente essere eletto). Chiaramente, per quanto l’ambizione sia ancora in quel momento solo latente e quindi in qualche modo irrilevante, quando partecipi a una gara, nella fattispecie a un’elezione, lo fai per vincere o perlomeno per classificarti in zona medaglie. La partecipazione alla prima campagna elettorale coincide, di solito, con l’impegno attivo nell’ambito del partito in cui militi. Non per caso, molti membri del comitato cantonale sono anche consiglieri comunali o municipali nel proprio comune. E qui, l’ambizione comincia a farsi un po’ più marcata. La crescita dell’apprezzamento all’interno del partito significa anche qualche voto in più il che, in un’elezione, può fare la differenza. Ci si sente un po’ più «importanti» di chi si limita semplicemente a votare, per non parlare di quelli che a votare nemmeno ci vanno. Quando nel 2000 il Gran Consiglio accettò la mozione di Virgilio Nova (Lega) volta ad abolire il titolo di «onorevole» – che, dal 1830, fregiava i deputati eletti a tutti i livelli – non pochi si sentirono un po’ defraudati di quel piccolo riconoscimento del loro impegno a favore della «res publica».
L’ambizione e l’interesse personale crescono poi in modo proporzionale con la carriera politica e, prevalentemente, colpiscono gli esecutivi nei quali la remunerazione in «vil denaro» – specialmente nei grandi centri, per non parlare di cantone o Confederazione – si fa interessante. Nei legislativi si è meno (ma non del tutto) toccati, anche perché la possibilità di ricambiare con una contropartita è inferiore. La possibilità di apparire alla TV e nei media, tuttavia, costituisce per molti un valido surrogato per acquisire una – benché effimera e limitata alla durata del mandato – importanza agli occhi del «comune mortale». Dopotutto, anche il proprio quarto d’ora di gloria ha un suo valore.
Il clientelismo, prima cellula del tumore
Sebbene ritenga che i partiti siano indispensabili per orientare in qualche modo la politica verso gli ideali di ognuno, non posso non osservare come nel tempo l’interesse partitico abbia prevalso sull’ideale politico. La politica significa anche amministrazione, con relativi ghiotti posti di lavoro e appalti vari. Impieghi e appalti che ogni partito cerca di assegnare ai propri adepti, allargandone la cerchia e assicurandosi così un sempre maggior numero di sostenitori che, alle prossime elezioni, voterà per i suoi candidati. È un sistema collaudato che in Ticino ha assicurato per decenni il potere al PLR, ma anche una comoda sopravvivenza degli altri, PPD, PS – e pure, inutile negarlo, della Lega. Quest’ultima, infatti, nata per «bütà in aria ul tavol da sass», in poco tempo ha trovato che il tavolo di sasso non è poi così scomodo quando si ottengono due delle sedie che lo circondano. Era proprio questo il fulcro del mio discorso con Ueli Maurer citato all’inizio. L’UDC era agli albori della rinascita che oggi ne fa una compagine di tutto rispetto in Gran Consiglio e in crescita in quasi tutti i comuni del cantone. Ed esprimevo il mio timore che, quando il partito avesse raggiunto una forza tale da essere presente in Consiglio di Stato, si sarebbe lasciato fagocitare dal sistema, giungendo a indegni compromessi e partecipando alla distribuzione arbitraria di impieghi e appalti. Un timore che rimane, con la crescita costante del partito in Ticino, nonostante la fiducia nell’integrità dei suoi esponenti.
Uno scetticismo giustificato
Se a livello cantonale si possono nutrire delle speranze che il fenomeno rimanga ancora entro paletti ragionevoli – anche se il costante aumento degli impieghi statali in barba al regime di austerità chiesto dall’UDC in parlamento e dal sovrano in votazione popolare non è di buon auspicio – temo che nella Berna federale l’ambizione e l’interesse personale abbiano ormai preso un irreversibile sopravvento sugli ideali politici. Quest’ultimi rimangono sì – bisogna pure avere qualcosa da declamare nella prossima campagna elettorale – ma sono sempre più sfocati e pronti al cedimento di fronte agli interessi personali o di lobby, all’ambizione di prestigiosi incarichi e riconoscimenti in patria o, ancora meglio, sul palcoscenico internazionale. La smania internazionalista (e anticostituzionale) di Cassis, quella di Amherd nell’ambito della NATO, la nomina a segretario del Consiglio d’Europa di Berset, gli innumerevoli CdA di Doris Leuthard, ne sono solo alcuni esempi.
Spes ultima dea
La speranza è l’ultima a morire ed è quella che UDC Ticino riesca, nonostante gli auspicabili futuri successi, a rimanere fuori da questa insana spirale. Ma occorreranno impegno, dedizione e spirito di sacrificio, tutti concetti che non sembrano stare ai primi posti in classifica della gioventù di oggi. Chissà che l’odierna generazione dell’UDC non costituisca una piacevole smentita?
« Rivalutiamo le tradizioni Wenn Ehrgeiz und Eigennutz die Oberhand gewinnen »

