Non abbiamo proprio imparato niente!
Se la storia dovrebbe essere una scuola dei cui insegnamenti far tesoro per non ripetere gli stessi errori, allora mi dispiace, ma la maggior parte dei politici europeisti odierni non supererebbe nemmeno gli esami di fine primo anno, figuriamoci il conseguimento di diplomi o lauree di studio.
La storia insegna: l’Europa non è fatta per essere unita
In effetti, lo è stata più di una volta, ma sempre soggetta a tre regole base:
1. L’imposizione e il mantenimento dell’unità con la forza;
2. Durata più o meno lunga, ma sempre limitata;
3. Disgregazione immediata alla scomparsa del personaggio di turno che l’aveva guidata.
La pax romana
Che Montanelli definiva a giusta ragione la «pace dei cimiteri». In effetti, quando Roma passò dagli effetti ancora circoscritti all’area mediterranea del periodo repubblicano all’espansionismo a oltranza dell’impero, si può dire che unificò l’Europa. Una stessa lingua, una stessa amministrazione, una capillare rete di strade, un governo centralizzato a Roma, costituirono senz’altro il comune denominatore che univa popoli di radici e culture agli antipodi fra di loro ma, non dimentichiamolo, sempre imposto a suon di legnate. E infatti, l’imperatore di turno era perennemente occupato a sedare rivolte e a combattere guerre specialmente nelle zone presso i confini, dove le popolazioni mal digerivano il giogo romano. Insomma, circa mezzo secolo a tirare botte a destra e a manca nel tentativo (risultato alla fine vano) di mantenere innaturalmente unita un’Europa i cui popoli – di culture, lingue e tradizioni diverse – di essere uniti non avevano alcuna voglia.
Carlomagno
Dopo il disfacimento dell’Impero romano d’occidente, i vari Stati che ne erano derivati continuarono a scambiarsi botte da orbi fino all’VIII secolo, quando Carlomagno li unificò nel Sacro Romano Impero. Come? Ma a suon di legnate, naturalmente! La sua durata fu decisamente inferiore, circa 46 anni impegnato in oltre 50 campagne militari, di cui particolarmente feroci furono quelle contro i Sassoni, che sottomise sterminandone la gran parte.
Napoleone
Quello di Napoleone, un migliaio d’anni dopo, fu ancora più breve, poco più di dieci anni. Anche lui, seppure in minore misura, unificò buona parte dell’Europa sotto l’impero francese, imponendosi con la forza del suo esercito in una serie di campagne belliche, e soccombendo poi di fronte a una ennesima coalizione che, finita la guerra, fu ben lieta di tornare ai propri precedenti confini nazionali.
Hitler
L’avventura di Hitler durò ancora meno. Senza contare il periodo della presa del potere, limitato alla Germania, dal 1939 al 1945 – quindi 6 anni – fu caratterizzato da una serie di invasioni che portarono il Terzo Reich a unificare una grossa fetta di Europa sotto il suo dominio, guarda caso con la solita profusione di legnate sui denti.
Stesse ambizioni, stessa fine
Se nel caso dell’Impero romano d’occidente la fine fu distribuita su un paio di secoli durante i quali si susseguirono degli imperatori che di romano non avevano più nulla, né quali radici etniche né tantomeno in termini di orgoglio nazionale, le altre tre avventure portate ad esempio terminarono con la sparizione dalla scena di coloro che le avevano realizzate, rispettivamente avviate.
Il Sacro Romano Impero non sopravvisse a Carlomagno, così come l’impero francese si dissolse con la caduta di Napoleone. Per non parlare di Adolf Hitler che la guerra la perse prima di riuscire a consolidare le sue conquiste.
Anche oggi le stesse ambizioni: ci aspetta la stessa fine?
Oggi, l’Impero romano, il Sacro Romano Impero, i sogni di Napoleone e di Hitler si chiamano «Unione Europea». Dall’iniziale «Comunità europea del carbone e dell’acciaio» del 1951 – lodevole accordo di cooperazione meramente economica – attraverso diversi successivi trattati si è passati a un’Unione politica che si sta rivelando non meno pericolosa delle farneticazioni di Hitler. Io non so quanto i «Padri fondatori» dell’UE ambissero a un’unione politica, ma credo che degli statisti quali Konrad Adenauer o Alcide De Gasperi si girerebbero nella tomba vedendo oggi il mostro in cui è stata trasformata la loro creatura, a che fucina di interessi personali abbiano lasciato il posto gli alti ideali che li avevano ispirati.
Oggi, a degli statisti di peso come quelli citati sono subentrate delle mezze cartucce di capacità inversamente proporzionali alle loro ambizioni, prima fra tutti la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen la quale, non contenta di incassare milioni con traffici a dir poco sospetti, vaneggia di un esercito europeo da trascinare in guerra contro la Russia. Per buona pace del sogno di un’unione pacifica, a salvaguardia di sanguinose guerre – peraltro già sfatato in più occasioni nei Balcani. Stendiamo poi un velo pietoso sul costo (iniziale) di tale assurdità, stimato a 800 miliardi di euro. La morale di tutto questo è una sola: la convivenza pacifica e la collaborazione fra Stati per un reciproco interesse è cosa buona e giusta, un’unione politica imposta – spesso con veri e propri ricatti – per contro, è un’assurdità, un ideale chimerico che, di fronte alle difficoltà peculiari con cui si trovano confrontati i singoli Stati nazionali, dovrebbe essere l’ultima delle preoccupazioni. Prima di gridare «Viva l’Europa unita» insomma, bisognerebbe far sì che i popoli possano inneggiare a «Evviva…» l’Italia, la Francia, la Spagna, eccetera e, soprattutto «Evviva la Svizzera».
Primi segnali di imminente crollo?
Mai come ora, la struttura dell’UE ha traballato. Dopo la pragmatica uscita del Regno Unito, che ha avuto il coraggio di rifiutare le crescenti assurdità di questo mostro politico, l’atteggiamento di leader nazionali come l’ungherese Viktor Orbán o del governo polacco, rendono attendibile che alla Brexit abbiano a seguire una Ungarexit o una Polexit. Sarebbe un terremoto politico ma, soprattutto, economico, visto che il malumore è diffuso anche in altri Stati dell’Unione che potrebbero così seguirne l’esempio. Interessi enormi, indebitamenti pubblici astronomici, euro che lega mani e piedi agli Stati poveri (quelli che ricevono sussidi), e altri fattori fanno sì che il crollo non sia per domani ma, se si continuassero gli scossoni… Spes, ultima dea!
E la Svizzera?
Francamente, alla luce dell’insicurezza del futuro dell’UE testé citata, non capisco la smania eurofila che imperversa nella Berna federale, in particolare la voglia di adesione e la morbosa disponibilità ad accettare qualsiasi diktat – leggi accordo istituzionale «Bilaterali III» – non solo svendendo la nostra autodeterminazione, ma rinunciando alla nostra neutralità ed esponendoci al rischio di essere trascinati da Von der Leyen, Macron & Co. in una guerra armata, con relativa messa a disposizione di truppe da combattimento.
Alla luce di tutto questo, è imprescindibile che il popolo svizzero bocci i «Bilaterali III», che accetti l’iniziativa «Bussola» che vuole rendere obbligatorio il passaggio di fronte al popolo dei trattati internazionali, e quella sulla neutralità che sancisce il carattere permanente, integrale e armato della stessa.
Già che ci siamo, sarebbe anche opportuno l’allontanamento dal governo federale di alcuni ministri incapaci e addirittura traditori della patria. Ma forse è pretendere troppo, la competenza politica non è del popolo, e le rivoluzioni armate non sono nel nostro DNA.
« Ruag: siamo alla resa dei conti? Wir haben wohl nichts gelernt! »

