Il recente successo dei partiti «di destra» (Seconda parte)

Mag 30 • In terza, L'opinione, Prima Pagina • 322 Views • Commenti disabilitati su Il recente successo dei partiti «di destra» (Seconda parte)

L’avvocato Tito Tettamanti ha scritto recentemente un piccolo libro che ci ha gentilmente concesso di pubblicare a puntate ne «Il Paese». Il libro non è in vendita, si tratta di una pubblicazione che Tito Tettamanti ha realizzato per farne omaggio ad amici e conoscenti. La pubblicazione tramite il nostro giornale è quindi un’occasione per farne conoscere i contenuti anche al di fuori di questa stretta cerchia, e siamo sicuri dell’interesse che riscontrerà fra i nostri lettori. Consideriamo infatti l’avvocato una delle menti più brillanti del nostro cantone, un acuto osservatore di quanto succede sul palcoscenico politico, economico e finanziario (locale, cantonale, nazionale e internazionale) – ma non solo, i suoi interessi sono innumerevoli. Il suo libro è una lucida disamina di avvenimenti che hanno costellato la sua vita e che possono costituire un insegnamento per chiunque si trovi a vivere nella realtà odierna.

Certo, tutto il fenomeno migratorio va analizzato, nelle sue luci e ombre, in tutta la sua complessità politica e sociale: ma è difficile e anzi pressoché impossibile pretendere questa profondità serena dai cittadini europei più svantaggiati.

L’altra domanda che a questo punto possiamo porci è la seguente: questi partiti, questi nuovi soggetti politici che si stanno affermando possono venir considerati conservatori?

Mi rendo ben conto che più avanti nel tempo sarà necessario per i loro dirigenti e aderenti indagare davvero e capire cosa voglia dire «essere conservatore» e giudicare quali movimenti politici possano venir considerati tali.

Allo stadio attuale mi pare difficile inserire queste formazioni semplicemente nella famiglia conservatrice, che già di suo non è di facile classificazione. Vi sono senz’altro istanze che appaiono comuni sia ai nuovi soggetti politici di destra, sia al pensiero conservatore, proprio nel campo, per esempio, dell’immigrazione (seppure con sfumature diverse).

Ci sono poi punti di contatto evidenti nel campo della difesa di una condivisibile griglia di valori comuni, come la memoria attenta della propria storia e delle proprie radici culturali e spirituali. E del resto anche a questo proposito i nuovi movimenti di destra si trovano in frontale contrasto con le politiche attuali di molti governi di centrosinistra. Eppure, nonostante tutto questo, i nuovi partiti o movimenti di destra cosiddetti di inclinazione populista (anche se il termine di definizione appare confuso e persino ambiguo), non possono superficialmente venir definiti conservatori.

Il voto a questi movimenti, con punti e richieste simili ma non per questo esattamente uguali (anche per la forte presenza di istanze nazionali specifiche) ha motivazioni plurime, come per tutti i partiti, ma certamente, come si è detto, è motivato da alcuni punti fissi e in comune: fra di essi vi è naturalmente il tema dell’immigrazione (come abbiamo visto) affrontato da sinistra con pericolose forme di pietismo e all’origine di disagi nelle diverse realtà nazionali. Come ho già sostenuto, un collante comune di queste formazioni risiede proprio nella opposizione a una sinistra appassionata a tesi che, anche se legittime nel gioco delle libertà, non interessano le classi popolari e hanno anzi su di esse un impatto negativo. Non sto a entrare nei dettagli di tutta la costellazione di mutazioni nei linguaggi, nelle intolleranze, nel «politicamente corretto», nei sensi di colpa occidentali e nel buonismo a prescindere, nel tentativo di dare irrilevanza ai valori della nostra storia culturale e morale che ha forgiato sicurezza civile e coesione interclassista. È inevitabile che questa comune diffidenza susciti il desiderio di una reazione, tanto più davanti ai manifesti insuccessi di una parte delle politiche di molti governi europei. Le élites al potere, tanto nelle singole nazioni quanto nell’UE, si oppongono a questi movimenti popolari in modo per me errato.

Uno di questi errori è il ricorrere al termine di «fascista» usato quale epiteto spregiativo e quale pretesto per rifiutare il dibattito, il confronto. Fascisti, gente con la quale non si vuole avere rapporti, atteggiamento che non fa che avvelenare la competizione politica e impedire il confronto.

In Germania si vorrebbe addirittura mettere fuori legge il partito di estrema destra AfD: grosso errore. In politica ci si batte con i voti non con i veti, che normalmente sono l’espressione di un potere che ha paura di competere e dubita della propria capacità di convinzione, dubita della propria parola e dei propri argomenti e ricorre al comodo ma inefficace divieto, ostracismo che conferisce agli avversari persino la figura del martire.

La pericolosa alleanza tattica elettorale in occasione del secondo turno alle elezioni legislative in Francia attuata dal tecnocrate presidente Macron (per scongiurare una vittoria del partito di Marine Le Pen) con il comunista Mélenchon, che ha programmi che rovinerebbero il Paese, fan capire a cosa è disposto il potere pur di rimanere a galla.

Ma anche nell’UE la presidente della Commissione esecutiva Ursula von der Leyen ha ceduto al ricatto dei Verdi per venir rieletta e tentare di ignorare l’avanzata dei partiti contestatari di destra nelle diverse nazioni e nel Parlamento europeo.

Questi atteggiamenti di chiusura, di esclusione di avversari quasi fossero degli appestati, di rifiuto del colloquio e del confronto, (valori che dovrebbero essere alla base di ogni forma democratica) non fanno che irritare milioni di elettori considerati cittadini di seconda classe.

Pesante errore, perché i milioni di elettori dei nuovi partiti di destra hanno delle istanze in parte condivisibili che non possono venir ignorate ed esprimono un’insoddisfazione che è scorretto e pericoloso trascurare.

Questo atteggiamento mi ricorda quanto mi disse a Vienna, durante una colazione nel suo ufficio, il Cancelliere austriaco, ovvero Primo Ministro, Schüssel. Con amarezza commentava l’atteggiamento di Bruxelles e di Primi Ministri europei che faticavano a salutarlo perché avendo la destra di Haider, partito di protesta, avuto successo nelle elezioni, le aveva fatto posto nella coalizione di governo.

Mi consideravano un traditore della democrazia, diceva Schüssel, mentre non si rendevano conto che non possiamo ignorare chi non vota come noi, anzi nel limite del possibile, in caso di loro successo, metterli a confronto con delle responsabilità proprio per poterli, se del caso, pesantemente criticare per eventuali deficienze e successivamente sconfiggere democraticamente.

Tornando alla domanda di fondo, penso che questi movimenti contestatari, che hanno milioni di votanti nei diversi Paesi europei, non sono l’espressione corretta del conservatore in politica, anche se ne condividono molte istanze; sono però la prova dell’insuccesso e dell’inefficienza della politica recente guidata da una sinistra snobistica e da partiti una volta borghesi che oggi hanno vergogna di venir così definiti. L’arroccarsi, la chiusura, talvolta lo scherno che viene riservato dalla sinistra, dai centristi orientati a sinistra, insomma dall’élite al potere, a queste forze di destra popolare, non sono certo la soluzione dei problemi eventualmente connessi con questa destra. Il rifiuto non integra ma galvanizza il rifiutato. Tutto questo non fa presagire nulla di buono.

Continua nel prossimo numero

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