Echi dal Gran Consiglio
Controllo giudiziario sulle nomine: messo a tacere
Nella seduta del 22 giugno 2020 il Gran consiglio aveva accolto all’unanimità, con 60 voti favorevoli, 0 contrari e 0 astenuti l’iniziativa elaborata dell’allora deputato Ghisletta, che chiedeva di completare l’art. 89 cpv. 1 della LPamm, obbligando l’autorità di nomina a procedere con una nuova decisione, laddove il Tribunale amministrativo (TRAM) avesse giudicato l’assunzione o la nomina di un dipendente illegittima.
Tutti allora convennero che la norma precedentemente in vigore costituiva un ingiustificato deterrente all’accesso alla giustizia, ritenuto che il ricorrente otteneva una «vittoria di Pirro», poiché priva di qualsiasi carattere sanzionatorio.
Infatti, il dipendente nominato illecitamente, restava in carica e il ricorrente si trovava perdente anche dal profilo economico, poiché l’ammontare delle ripetibili non era sufficiente per coprire la nota del patrocinatore.
All’unanimità questo gremio conveniva che lo scopo dell’allora iniziativa era quello di regolare meglio «il controllo giudiziario» sulle assunzioni e sulle nomine.
Le motivazioni del governo a favore del ripristino, dopo nemmeno 2 anni, della norma precedentemente in vigore, contenuta nel messaggio del 15 febbraio 2023, non hanno convinto la Commissione giustizia e diritti.
Sia il rapporto di maggioranza che quello di minoranza miravano a mantenere il carattere sanzionatorio della norma; tuttavia il primo, mediante la controproposta formulata, restringeva in modo ingiustificato le possibilità di ricorrere.
Attualmente l’autorità di nomina ha un tale potere di apprezzamento che per il ricorrente è già un percorso in salita ottenere giustizia. Da qui l’allestimento del rapporto di minoranza sostenuto dall’UDC e teso a mantenere lo status quo.
Restringere ulteriormente le possibilità di ricorso, così come proposto nel rapporto di maggioranza penalizza oltremodo il ricorrente in modo abusivo e ingiustificato, poiché pretendere di circoscrivere il ricorso a motivi discriminatori legati al sesso, allo stato civile o all’origine, è riduttivo e squalificante. Questo significa che al candidato non prescelto è totalmente precluso poter ricorrere perché è più qualificato o ha più esperienza del candidato prescelto.
Questi motivi devono invece essere alla base dei ricorsi, poiché lo Stato ha l’obbligo di garantire che i funzionari in carica siano i più idonei a ricoprire la loro funzione!
La motivazione secondo cui la norma attuale crea ritardi in caso di ricorsi è fuorviante, perché è inimmaginabile credere che l’amministrazione pubblica venga paralizzata in caso di ricorso contro una nomina. Infatti, ci saranno pur, dei vice o dei collaboratori in grado di svolgere il lavoro, senza contare che, dal 2021 a oggi, ci sono state 600 nuove assunzioni!
Mediante l’accoglimento del rapporto di maggioranza il Gran consiglio ha dunque messo a tacere il controllo giudiziario sulle nomine, ritenuto fino a ieri essenziale da questo gremio. Fatto preoccupante in uno Stato di diritto.

Deputata UDC in Gran Consiglio
Cantone e Comuni: si metta al centro il cittadino e si ricostruisca il paese
Nel 1991 il Consiglio di Stato si riunì sul Lago d’Orta per riformare dipartimenti e amministrazione. Oggi sarebbe necessario un summit simile – anche se si potrebbe optare per un rifugio ticinese meno costoso – per ripensare in modo concreto, e non solo sulla carta, i rapporti tra cantone e comuni.
Da decenni, infatti, si parla della necessità di una maggior autonomia da parte dei comuni e di una migliore definizione delle competenze, ma alle parole non seguono i fatti. Ancora recentemente si sono manifestate lamentele da parte dei comuni e questo anche nel contesto istituzionale in cui siedo.
L’auspicata riforma Ticino 2020, che ora pare essersi arenata, si concentra soprattutto sulla sistemazione dei flussi finanziari, mentre sarebbe auspicabile una visione più ampia della ripartizione dei compiti e delle competenze; ma, al contrario di oggi, al centro di una riforma, va messo il cittadino. L’architettura di una riforma strutturale va fatta sulle esigenze della popolazione e non al contrario, cioè sulle esigenze dell’amministrazione pubblica. Quest’ultima è al servizio del cittadino e non l’inverso. Se questa prospettiva non viene condivisa da tutti gli attori (cantone e comuni), resteremo al palo come finora, con tutte le conseguenze che stiamo vivendo.
Bellinzona, in linea di principio, auspica una maggiore autonomia dei comuni ma, nella realtà, le divisioni dei compiti sono spesso fumose e non ben definite e i municipi stessi si trovano a occuparsi di questioni puramente burocratiche, senza avere un reale spazio di manovra. Se da una parte vi sono leggi che legano mani e piedi alle amministrazioni comunali ostacolando una loro maggiore autonomia, allora che vengano modificate queste leggi. In questo caso, una parte di responsabilità passerebbe anche al parlamento cantonale e quest’ultimo, a mio giudizio, sarebbe pronto.
Le conseguenze citate prima sono rallentamenti, sovrapposizioni di competenze e di lavoro, eccessiva burocratizzazione e impiego di risorse, sia finanziarie che umane, che invece potrebbero essere impegnate meglio. Il Ticino è ancora organizzato come negli anni ’90 ed è necessario andare verso un’amministrazione più snella, agile ed efficiente, che sappia rispondere ai problemi e alle necessità di oggi dei cittadini di questo cantone.
È un esercizio questo che andava fatto anni fa, ma la politica ha fatto «orecchie di mercante» per varie ragioni di opportunità politica e partitica.
Il tempo però è stato ed è tiranno per queste indecisioni e mancanza di coraggio nel trasformare il nostro in un cantone moderno e al passo con i tempi.
La tempistica in ogni modo la conosciamo e, visto che siamo quasi a mezza legislatura, il dubbio che rimane è che anche a questo giro non si faccia nulla. Perdendo così tempo senza veramente incamminarsi su una nuova strada che possa essere la più condivisa possibile con un patto di paese di cui, oggi più che mai, necessitiamo.

