Echi dal Gran Consiglio
Il Ticino difende la democrazia diretta: sul trattato di sottomissione all’UE devono decidere sia il popolo che i cantoni!
Il Consiglio federale vorrebbe aggirare il popolo sul trattato di sottomissione all’UE. La risposta del Ticino non si è fatta attendere: referendum obbligatorio e doppia maggioranza. Su sovranità e libertà non decide Berna, non decide Bruxelles. Decide il popolo svizzero – e decidono i cantoni.
La scelta del Consiglio federale è politicamente inequivocabile: il trattato di sottomissione all’UE non deve essere sottoposto al referendum obbligatorio.
Tradotto: il governo federale non vuole garantire che una votazione popolare abbia luogo. Senza referendum obbligatorio, il popolo potrà esprimersi soltanto se qualcuno raccoglierà le firme per un referendum facoltativo. È un calcolo politico chiaro.
Eppure, il trattato di sottomissione all’UE non è un accordo qualsiasi. Prevede l’adozione automatica del diritto europeo, la sottomissione ai giudici europei, il pagamento di contributi miliardari ricorrenti e un indebolimento sostanziale della nostra democrazia diretta. Significa cedere la nostra sovranità legislativa, giuridica e ridurre la libertà decisionale della Svizzera.
Un cambiamento strutturale di questo tipo non può essere deciso a porte chiuse, con una semplice maggioranza parlamentare. La Confederazione svizzera è una federazione di cantoni. La doppia maggioranza di popolo e cantoni è una garanzia costituzionale, non un fastidio da aggirare.
Chi oggi rifiuta il referendum obbligatorio teme il giudizio del paese reale.
Il Ticino non si piega
Il Gran Consiglio ticinese ha dato una risposta chiara. Con l’approvazione della mozione UDC con 54 voti a 17, il Parlamento non si è limitato a prendere una posizione chiara. Ha conferito al Consiglio di Stato ticinese un mandato vincolante: attivarsi presso Berna per esigere che il trattato di sottomissione all’UE sia sottoposto al referendum obbligatorio.
Non è un atto simbolico, ma un incarico istituzionale preciso. Il governo cantonale è chiamato ora a intervenire a livello federale e a difendere la doppia maggioranza di popolo e cantoni su un accordo che incide direttamente sulla sovranità nazionale e sulle competenze dei cantoni.
Politicamente rilevante è il fatto che, oltre alla Lega e il Centro, anche il PLR ticinese ha sostenuto il referendum obbligatorio, nonostante a livello nazionale il partito segua una linea diversa sugli accordi con l’UE. Questo dimostra che la questione supera le logiche di schieramento. Qui non si tratta più di simpatia verso Bruxelles, ma di rispetto della democrazia diretta.
Su un trattato di questa portata la legittimazione deve essere la più forte possibile. Il Ticino lo ha detto chiaramente: senza doppia maggioranza non c’è mandato democratico.
Il voto del parlamento ticinese è una vittoria di percorso. Dimostra che quando si tratta di sovranità e democrazia diretta, il Ticino sa alzare la voce. Ma la partita è tutt’altro che conclusa. Il confronto politico a livello federale sarà decisivo e la pressione per far passare il trattato sarà forte.
L’UDC è pronta a dare battaglia insieme a tutte le cittadine e a tutti i cittadini che, come noi, credono che sulla nostra libertà, la nostra indipendenza e la nostra sovranità non si tratta!
Pressioni sulla commissione giustizia e diritti del Gran Consiglio per vendere i diritti democratici ai privati
Tre settimane fa la Commissione giustizia e diritti del Gran Consiglio ha promulgato la nuova legge sulla Polizia, elemento essenziale dello Stato democratico.
Questa legge prevede che la custodia e il trasporto delle cittadine e dei cittadini detenuti sia affidata allo Stato. Ciò è normale, poiché la perfetta democrazia svizzera prevede che il monopolio della violenza sia sottratto ai privati (a cui è vietato farsi giustizia da sé) e venga assunto esclusivamente dallo Stato sotto la sorveglianza degli organi democratici.
Sorprendentemente nella seduta di lunedì 13 aprile 2026, alcuni deputati hanno tentato di imporre un emendamento per affidare alle compagnie private di sicurezza (Prosecur, Securitas, ecc.) il trasporto dei cittadini con restrizione di libertà.
Il pretesto è il solito: i costi.
Tramite uno studio improvvisato dalla giurista Christel Nicora, si è tentato di dimostrare che affidando il trasporto coatto dei cittadini alle ditte private si risparmia.
In realtà l’intento è quello di garantire alle compagnie private succulenti mandati dello Stato.
Si è persino paventato che senza l’affidamento ai privati di questi ambiti mandati, la legge sulla Polizia potrebbe venire rinviata in seconda lettura (che in realtà può avvenire seduta stante) e magari bocciata.
Le compagnie di sicurezza private agiscono con la logica del massimo profitto assumendo personale a basso costo, che non ha neppure lontanamente la formazione di un agente di custodia o di un agente di polizia. Le persone trasportate sono spesso cittadine e cittadini innocenti in attesa di giudizio, che hanno diritto al pieno rispetto della loro personalità.
I fondamenti democratici della società svizzera non possono essere consegnati alla logica egoista delle compagnie private di sicurezza a cui interessa solo il proprio guadagno.
I Gran Consiglieri dovranno dimostrarsi all’altezza del loro alto compito respingendo pressioni e promesse.
Anche per correggere la perequazione, Sì all’iniziativa per la sostenibilità
Il legame tra perequazione e libera circolazione è diretto: quest’ultima incide negativamente
sui meccanismi di compensazione. Per questo serve un chiaro Sì all’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni (Iniziativa per la sostenibilità)» su cui saremo chiamati ad esprimerci il prossimo giugno.
La decisione del Consiglio federale di non modificare il meccanismo della perequazione prima del 2030 è sbagliata. La richiesta del Ticino di correggere il parametro di compensazione è legittima, perché risulta penalizzato rispetto agli altri cantoni.
Ma questa vicenda mette soprattutto in luce una clamorosa incoerenza politica.
Oggi, certi partiti alzano la voce perché il Ticino viene penalizzato in questi calcoli. Ma sono gli
stessi che per anni hanno difeso la libera circolazione delle persone e gli accordi con l’UE che
hanno fatto esplodere il numero dei frontalieri, passati in Ticino da circa 30’000 a 80’000.
Questa crescita incontrollata ha già prodotto effetti pesantissimi che tutti conoscono: sostituzione della manodopera residente, dumping salariale e pressione sul mercato del lavoro ticinese. Ma adesso produce anche un ulteriore effetto perverso: incide negativamente pure sui meccanismi della perequazione intercantonale, facendo sì che il Ticino incassi meno di quanto dovrebbe perché risulta più ricco di quanto in realtà non sia.
In sostanza, chi ieri sosteneva senza riserve la libera circolazione, oggi si lamenta delle sue conseguenze. È troppo comodo. E soprattutto è poco credibile.
L’incoerenza è ancora più evidente perché questi stessi partiti sono anche contrari all’iniziativa
che voteremo il 14 giugno «No a una Svizzera da 10 milioni (iniziativa per la sostenibilità)». Da
una parte denunciano i danni della crescita incontrollata, dall’altra si oppongono a qualsiasi proposta che aiuterebbe a frenarla.
La verità è semplice: il Ticino paga due volte il prezzo delle scelte sbagliate di questi partiti. Lo paga sul lavoro, con più frontalieri e più pressione sui salari. E ora lo paga anche nella perequazione, con meno risorse di quelle che meriterebbe.
Questo, è solo un altro motivo per il quale il prossimo 14 giugno bisogna votare SÌ all’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni (iniziativa per la sostenibilità)».
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