Amarcord: sport di ieri e di oggi a confronto

Lug 25 • L'opinione, Prima Pagina • 320 Views • Commenti disabilitati su Amarcord: sport di ieri e di oggi a confronto

(enm) Oggi va di moda definire, per ogni disciplina, il miglior sportivo di tutti i tempi. Il miglior calciatore: Pelè, Maradona, Ronaldo, Messi? Il miglior pilota motociclista: Agostini, Rossi, Marquez? Il miglior tennista: Laver, Borg, McEnroe, Federer, Sinner? In realtà, una classifica in tal senso è, oltre che arbitraria, del tutto assurda. Con l’evoluzione avvenuta negli anni, l’unica cosa che ancora accomuna l’altro ieri, lo ieri e l’oggi dei vari sport, è il nome. Le dimensioni, l’approccio, lo stile, quando non addirittura le regole sono cambiate e continuano a cambiare, a vantaggio delle performances degli atleti, e non di rado a scapito della sportività e del fairplay. A 78 anni, mi capita di fare – con un po’ di nostalgia, lo ammetto, chi non guarda con rimpianto ai propri anni giovanili? – dei confronti fra i miei «bei tempi» andati e quelli odierni, ma senza avere la pretesa di imporre ad altri quali siano i migliori.

Tennis l’altro ieri

Il tennis della mia adolescenza – ancora considerato uno sport per ricchi al quale noi poveracci era permesso accedere solo in qualità di raccattapalle – era caratterizzato da severe regole comportamentali che nessuno (il ’68 era ancora lontano) si sarebbe sognato di infrangere. Tenuta sul campo rigorosamente bianca, pubblico silente con applauso permesso solo a scambio terminato e a un punto vincente – applaudire a un errore del giocatore era considerato inopportuno e antisportivo. Un uso moderato della smorzata era tollerato, ma si preferiva il «serve &volley» che non è un’invenzione dei tempi moderni, ma esisteva già allora ed era molto più utilizzato di oggi perché il ritmo dello scambio era molto più lento, per cui era relativamente facile intuire dove l’avversario avrebbe indirizzato la risposta al servizio. Salvo magari farsi impallinare da un passante inaspettato, per la gioia del pubblico che, finalmente, poteva applaudire senza sensi di colpa. L’impugnatura della racchetta era una sola, sia per il diritto che per il rovescio o il servizio. Ogni colpo presupponeva una corretta posizione del corpo, laterale rispetto alla pallina, il piegamento delle ginocchia, un approccio che ai massimi livelli tendeva ovviamente ad attenuarsi nella foga degli scambi, ma che rimaneva imprescindibile per chi al tennis si avvicinava per la prima volta.

Tennis ieri

Rod Laver

Con l’introduzione dei tornei «Open» (aperti ai professionisti) alla fine degli anni ’60, questo sport e tutte le sue implicazioni comportamentali subirono uno stravolgimento progressivo, a scapito della tradizione, ma ad assoluto vantaggio delle prestazioni sul campo. Ai vari Laver, Rosewall, Emerson e altri campioni di quegli anni, veri paladini del «serve &volley», fecero seguito dei «pallettari» (di lusso, ma pur sempre pallettari) come Borg, Connors, Lendl, eccetera che, alla veloce conclusione del colpo preferivano il lungo scambio da fondo campo. Il gioco era meno brillante e piacevole per il pubblico, ma i risultati davano ragione a loro. Ovviamente, la durata delle partite aumentò di conseguenza, richiedendo quindi anche una maggiore resistenza e prestanza fisica da parte dei giocatori. Non per caso, fu introdotto il «tie-break» che assegnava il set sul punteggio di 7 a 6, invece di andare avanti a oltranza fino a raggiungere i due giochi di vantaggio (a mo’ di esempio, la partita di Wimbledon nel 2010 – quindi dopo l’introduzione del «tie-break» salvo che nel quinto set – fra Isner e Mahut, terminò dopo 11 ore e 5 minuti con il risultato di 6–4, 3–6, 6–7, 7–6, 70–68).
Nel frattempo, la tenuta bianca sparì progressivamente dalla scena, salvo che al torneo di Wimbledon, McEnroe dimostrò che era perfettamente inutile girarsi per rispondere al servizio, e Connors introdusse la pessima abitudine degli urli disumani a ogni colpo, che purtroppo perdura ai giorni nostri, raggiungendo in campo femminile degli acuti che avrebbero fatto invidia a Maria Callas.
E che dire del pubblico? Grazie all’avvento dello sport in televisione, a una diffusione popolare del tennis che ne ha attirato l’attenzione di grandi gruppi industriali quale veicolo di pubblicità, con conseguente pioggia di sponsorizzazioni miliardarie, le poche centinaia di spettatori che assistevano in silenzio, con il divieto di applaudire l’errore, sono state sostituite da migliaia di fanatici urlanti che delle austere regole del passato si fanno un baffo.

Tennis oggi

Jannik Sinner

Ho visto recentemente le finali del Roland Garros e di Wimbledon fra Jannik Sinner e Carlos Alcatraz, e sono rimasto davvero sbigottito. La potenza dei colpi ma, ancora di più, i riflessi, la prestanza fisica e la velocità dei giocatori sono impressionanti. Mi chiedo se, schierati nei 100 metri piani, non farebbero saltare qualche record di Usain Bolt. La racchetta è impugnata a volte in modo «ortodosso», altre come una padella a seconda dell’effetto che si vuole dare alla pallina. Quest’ultima è il proprio peggior nemico, e va colpita – salvo qualche rara smorzata – con tutte le forze.
Con una certa malinconia, devo rendermi conto che gli eroi della mia gioventù – Laver, Rosewall, Emerson eccetera – di fronte a tali fenomeni, non riuscirebbero probabilmente nemmeno a vincere un game. Probabilmente, i loro successori – Connors, Borg, Lendl, eccetera – riuscirebbero a evitare l’onta del 6/0 6/0, ma non andrebbero molto oltre. E anche i Federer, Nadal e Djokovich soccomberebbero, seppure onorevolmente (del resto, Djokovich lo sta tuttora facendo in barba all’età).

Il migliore di tutti i tempi? No, semmai il migliore dei suoi tempi!

A questa evoluzione non si è arrivati da un giorno all’altro, bensì progressivamente. I quattro moschettieri di Francia – Borotra, Brugnon, Cochet e Lacoste – e l’inglese Fred Perry spopolavano negli anni ’30, negli anni ’50 presero il loro posto in particolare gli australiani Laver, Rosewall, Emerson, seguiti da Newcombe, Stan Smith e molti altri, cui fecero seguito poi a loro volta i campioni degli anni ’80, Borg, Connors Lendl. Dopo di loro, gli anni ’90 e 2000 con Sampras, il nostro Federer, Nadal e Djokovich. Ognuno di loro ha incrociato nella sua carriera qualcuno della generazione precedente, riuscendo un momento o l’altro a batterlo e segnando così un ulteriore tappa dell’evoluzione tennistica. Chiedersi oggi se Roger Federer sia stato più forte di Rafael Nadal è lecito, si sono affrontati un sacco di volte e i risultati parlano per loro. Ma voler stilare una classifica fra i tennisti degli ultimi cento anni è stupido, oltre che inutile. Campioni diversi per sport diversi (anche se con lo stesso nome).

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