«Il wokeismo è una crociata contro il cristianesimo»

Lug 16 • L'opinione, Prima Pagina • 315 Views • Commenti disabilitati su «Il wokeismo è una crociata contro il cristianesimo»

Dalla Weltwoche del 18.06.2025, un’interessante intervista

La civiltà occidentale rischia di andare incontro alla stessa sorte dell’Impero Romano? Il filologo classico e storico Gerd Dönni vede nel presente dei parallelismi con l’antichità. Un viaggio nel tempo con lo studioso vallesano, da Agostino a J. D. Vance.

David Biner

Come ogni filologo classico, anche Gerd Dönni si è occupato per tutta la vita della caduta di Roma. Come può crollare un impero del genere? E perché i governanti di oggi dovrebbero riuscire laddove gli imperatori di allora hanno fallito?

Dönni è forse l’insegnante liceale più qualificato della Svizzera, sicuramente uno dei più interessanti. Il 59enne è un cattolico praticante, così fresco nel suo conservatorismo che anche la sinistra lo ascolta volentieri. Dal 1991 insegna al collegio Spiritus Sanctus di Briga, di cui è stato vicepreside per otto anni.

Due anni fa ha sollevato un polverone con un controverso articolo pubblicato dalla NZZ sulla «woke cancel culture» nelle scuole medie. Ora fa scalpore una conferenza in cui paragona la caduta di Roma al declino dell’Occidente. Non tanto per le sue impeccabili analisi storiche, quanto piuttosto per le sue conclusioni sul presente.

Naturalmente sta lavorando per meritarsi l’aggettivo di «controverso», ride Dönni mentre prepara un caffè.

Weltwoche: Gerd Dönni, quando oggi parliamo di imperi, cosa intende esattamente: grandi potenze militari ed economiche come gli Stati Uniti e la Cina? O concetti più astratti come quello di «Occidente»?

Gerd Dönni: Un impero proietta sempre il proprio potere oltre i propri confini nazionali. Lo vediamo nell’influenza culturale del Commonwealth, ciò che resta dell’Impero britannico. In Ucraina vediamo che le idee della Russia sul potere e la geopolitica sono molto diverse da quelle a cui siamo abituati in un piccolo Stato neutrale che da oltre 500 anni non nutre più alcuna ambizione espansionistica. Oppure prendiamo Trump, un genio del potere…

Weltwoche: … un genio?

Dönni: Trump pensa e ragiona nella logica di un egemone. Noi ridiamo delle sue pretese sulla Groenlandia o sul Canale di Panama, oppure ci indigniamo. Ma dal punto di vista di una grande potenza quale sono gli Stati Uniti da oltre un secolo, è perfettamente normale preoccuparsi dei propri interessi strategici, sia economici che militari. Allo stesso tempo, e questa è la genialità di Trump, sente che deve correggere alcune cose se gli Stati Uniti – e con loro il mondo occidentale – vogliono continuare a esistere come impero: le finanze, la migrazione, i numerosi focolai di crisi. Trump vuole rimanere una potenza mondiale, ma evitare l’eccessiva espansione imperialista. Se ci riuscisse, sarebbe un risultato incredibile.

Weltwoche: Trump come trionfatore: il presidente degli Stati Uniti riporterà in auge anche la storia degli uomini potenti?

Dönni: La storia non è mai stata diversa in questo senso – naturalmente con famose eccezioni che confermano la regola.

Weltwoche: Angela Merkel, per esempio.

Dönni: Non nego alla Merkel il fatto di essere donna, ma certo non le riconosco la grandezza. Ma guardatevi intorno: il mondo è dominato soprattutto dagli uomini, o meglio dalla mascolinità, dai lupi alfa che cercano lo slancio e vanno avanti, mentre gli altri discutono se e come seguirli. Anche in questo caso Trump è la regola storica, non l’eccezione. La maggioranza lo ha votato perché gli Americani hanno intuito che Trump non è solo colui che capisce il nostro tempo, ma anche quello che può cambiarlo.

Weltwoche: Pur essendo un conservatore convinto, lei è favorevole al cambiamento?

Dönni: Trump rappresenta una controrivoluzione, una sorta di contro-riforma – da cattolico, ovviamente mi è molto simpatico. (Ride.) Scherzi a parte: dice che la pace è meglio della guerra, la diplomazia è meglio della distruzione, meno Stato è meglio di troppo Stato, bisogna finalmente ridurre il debito pubblico, ripristinare il principio della meritocrazia, gli uomini biologici non dovrebbero poter picchiare le donne biologiche su un ring e così via. Trump osa il ritorno alla storia, alla normalità. Certo, è volgare, privo di stile e raffinatezza, si vanta e mente, in questo simile a molti papi del Rinascimento. Ma sono le loro chiese e i loro palazzi che ancora oggi ammiriamo a Roma, e anche la Guardia Svizzera risale a uno di loro.

Weltwoche: Lei paragona la caduta di Roma al presente, ma i tempi sono ben diversi. Basti pensare alla rapidità con cui si susseguono gli eventi.

Dönni: Certo, nell’antica Roma non esisteva la «Weltwoche daily» né Internet, e l’accesso a informazioni più o meno tempestive era privilegio di pochi. Ma, probabilmente, già allora era presente quella sensazione di frenesia della storia. I successi di Cesare si basavano in gran parte sulla velocità di marcia delle sue truppe. All’improvviso appariva dove nessuno lo aspettava. Oppure prendiamo Agostino, che impiegava tre segretari contemporaneamente per scrivere lettere. Appena uno finiva, lui già dettava la seconda e la terza.

Weltwoche: Agostino di Ippona, un «influencer» della tarda antichità.

Dönni: La sua enorme prolificità epistolare dimostra che non bisogna immaginarsi quell’epoca in modo troppo stereotipato. La tranquillità nella villa di campagna, dove si sorseggiava un bicchiere di vino annacquato e il tempo scorreva lentamente – non era così. Quando il re dei vandali Genserico era alle porte di Ippona, Agostino sapeva bene cosa sarebbe successo.

Weltwoche: Può un impero ancora reagire quando è già in declino?

Dönni: Anche in questo caso Agostino, con il suo «De civitate Dei», è una fonte meravigliosa. Dopo il sacco di Roma nel 410 d.C., che forse descrive in modo leggermente esagerato, riflette su come andare avanti. E sente che l’impero è alla fine. Consola quindi il popolo, dicendo che alla fine ciò che conta è la salvezza dell’anima. In questo periodo si crea uno squilibrio tra il regno divino e quello terreno. Per Agostino è fondamentale che la Chiesa sopravviva – ed è infatti praticamente anche l’unica istituzione sopravvissuta alla tarda antichità e al Medioevo.

Weltwoche: Quindi lo storico britannico Edward Gibbon aveva ragione quando, nella sua principale opera sul declino dell’Impero romano, scriveva che la Chiesa era la principale responsabile della caduta di Roma?

Dönni: L’opera di Gibbon, piena di odio verso il cristianesimo, è un tipico prodotto del tardo Illuminismo: la Chiesa è responsabile di tutto. Tuttavia, non aveva completamente torto. L’energia e l’attenzione dei contemporanei di Agostino si allontanavano dall’Impero per concentrarsi sulla Chiesa, sui monasteri e sui missionari. I cristiani hanno tenuto a freno lo Stato. È interessante, perché da cento anni viviamo esattamente l’estremo opposto: il wokeismo non è altro che una crociata contro il cristianesimo. In questo senso, ripongo le mie speranze nel vice di Trump, J. D. Vance, che pochi anni fa si è convertito al cattolicesimo.

Weltwoche: Che trasforma un pendolo che oscilla in una palla da demolizione?

Dönni: Ogni impero ha bisogno di questo equilibrio tra terra e cielo. Non è un bene quando ardono i roghi dell’Inquisizione e l’indice dei libri proibiti diventa sempre più lungo. Né in passato, quando era la Chiesa a dettare legge, né oggi con i sommi sacerdoti della cultura della «cancel culture». Anche il mondo islamico, con le sue teocrazie, non è necessariamente un modello di successo da imitare. A questo proposito, trovo che gli Stati Uniti non se la cavino poi così male. Hanno libertà di religione e lo Stato se ne tiene più o meno fuori. Trump va d’accordo con tutte le comunità religiose, purché non lo contestino. Ad esempio, le chiese non sono soggette a tasse ecclesiastiche esorbitanti come da noi, ma possono svilupparsi liberamente nei limiti della legalità. Gli imperatori nel periodo di massimo splendore dell’Impero Romano non facevano di meglio.

Weltwoche: In «Romolo il Grande» di Friedrich Dürrenmatt, l’Impero Romano d’Occidente cade anche perché l’ultimo imperatore, Romolo, preferisce dedicarsi all’allevamento di polli piuttosto che ai problemi dell’impero. Ma forse non è andata proprio così?

Dönni: Sì, Dürrenmatt coglie piuttosto bene il punto.

Weltwoche: Davvero?

Dönni: Ebbene, il Romolo di Dürrenmatt si occupa di pollame perché ritiene che l’impero sia corrotto e non più vitale. Invece di Maga (Make America great again, NdT), una sorta di Meda, «Make the Empire dead again» (Rendi l’impero morto di nuovo, NdT).

Weltwoche: E come mai Romolo giunse a questa conclusione? Quali furono, in fin dei conti, le ragioni principali della caduta dell’Impero Romano?

Dönni: Il declino fu un processo complesso che si protrasse per secoli. Non vi fu un’unica causa, bensì una combinazione di diversi fattori. Facciamo felice la signora Thunberg e cominciamo con il cambiamento climatico. Naturalmente i problemi iniziarono quando il clima divenne più freddo, non più caldo.

Weltwoche: Declino dovuto al raffreddamento climatico.

Dönni: Roma, in quanto Stato agricolo, registrava raccolti inferiori, con conseguente diminuzione delle entrate fiscali. Lo Stato reagì con un aumento delle tasse, quindi con un aumento dei funzionari pubblici e una svalutazione della moneta. Il contenuto d’argento del denaro diminuì rapidamente. Il clima più freddo spinse poi i popoli del nord a considerare molto ambita una vita sulle spiagge dell’Adriatico. I profughi climatici si riversarono alle frontiere. Ma la difesa del paese era ormai indebolita…

Weltwoche: . . . e, oltre a ciò anche una terribile pandemia.

Dönni: La peste antonina aveva lasciato enormi vuoti nella popolazione, in particolare tra i soldati, che erano costretti a vivere in spazi ristretti. Inoltre, l’Impero persiano era rinato sotto i Sassanidi e Roma doveva ora combattere su due fronti.

Weltwoche: E si rimase semplicemente a guardare?

Dönni: No, si fece una politica di sinistra.

Weltwoche: È sempre colpa della sinistra, ora sta esagerando!

Dönni: L’imperatore Diocleziano emanò un decreto sui prezzi massimi, che fissava un tetto per centinaia di beni. Il libero mercato fu eliminato. Le conseguenze sono visibili ancora oggi, quando i governi di sinistra congelano gli affitti: il mercato immobiliare crolla definitivamente, nessuno ristruttura più e le casse pensioni non costruiscono più perché semplicemente non è redditizio. E in precedenza, l’imperatore Caracalla aveva emanato un decreto, la Constitutio Antoniniana, che concedeva automaticamente la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’Impero. Invece di combattere per 25 anni nell’esercito per ottenere l’agognata cittadinanza, questa veniva semplicemente concessa a tutti. Perché allora andarne fieri? In generale, nella tarda antichità la burocrazia crebbe enormemente. Si sviluppò il Dominio, uno Stato che cercava di controllare la vita dei cittadini con una marea di leggi e regolamenti, anche se all’epoca in parte non disponeva dei mezzi per farlo.

Weltwoche: L’UE allo stato embrionale.

Dönni: Non ho ancora menzionato quello che a mio avviso è il punto cruciale: la crisi di significati. Nella letteratura tardoantica si cerca disperatamente di strappare un ultimo briciolo di originalità ai temi ben noti, ma, salvo poche eccezioni, si tratta di un rifacimento. Scetticismo, insicurezza, intellettualismo astratto o il neoplatonico Plotino, che predicava non la vitalità, ma un’estrema ostilità verso il corpo. Come ci si indignava per i cristiani che credevano in un Dio incarnato, in un Cristo che diceva addirittura di essere la via, la verità, la vita! Inaudito. Non c’è da stupirsi che fossero perseguitati fino allo spargimento del sangue. E quando il cristianesimo fu tollerato dall’imperatore Costantino, i cristiani non trovarono di meglio da fare che litigare tra loro.

Weltwoche: Dal punto di vista postmoderno odierno, le eresie sembrano piuttosto insignificanti. Cristo è simile a Dio o uguale a Dio? Ma dai!

Dönni: L’europeo medio non riesce quasi più a immaginare che la disputa sull’interpretazione della cristologia e della Trinità, ovvero il modo in cui si vive la spiritualità, fosse davvero una questione esistenziale all’epoca. Certo, se a redimermi sulla croce fosse stato Dio o un megalomane, faceva sicuramente una bella differenza. E oggi non discutiamo forse di questioni come: quanti generi esistono? Si può ancora dire «testa di moro»? Una band bianca può suonare musica reggae? Chi è meschino, noi o i primi cristiani?

Weltwoche: La migrazione rafforza gli imperi, ma può anche distruggerli. Com’era nell’antica Roma?

Dönni: Gli immigrati sono una risorsa se la società che li accoglie è in grado di integrarli. Poiché nell’Impero Romano ci si era già dati per vinti, anche i nuovi arrivati non trovavano più l’Impero così fantastico. Arrivavano freschi, vivevano nell’Impero, ma rimanevano Germani nella lingua, nell’abbigliamento, nello stile di vita. Suona familiare, no?

Weltwoche: Non sono prospettive proprio incoraggianti.

Dönni: Un sistema finanziario internazionale fragile, un’economia basata sul debito come mai vista prima, purtroppo anche in America e quasi ovunque in Europa (la Svizzera è un’eccezione), tendenze inflazionistiche in molti paesi, cambiamenti climatici, un movimento migratorio paragonabile per dimensioni alle migrazioni dei popoli, programmi scolastici che già dai primi anni di scuola elementare preparano i bambini alla «wokeness» … Inoltre, il numero crescente di giovani che si convertono all’Islam dimostra quanto sia profonda la crisi di identità della nostra società e quanto siano deboli le nostre chiese, non nell’insegnamento, nel messaggio fondamentale, ma nella realtà dei fatti.

WeltwocheL’Islam è oggi per noi ciò che il cristianesimo fu per l’Impero Romano?

Dönni: Quando dico ai miei studenti che digiuno prima di Pasqua, mi rispondono: «Ah, fa il Ramadan»! In qualche modo l’Islam riesce a fornire un certo orientamento alle giovani generazioni attraverso virtù piuttosto conservatrici come la rinuncia, la disciplina e la castità. Nel Medio Oriente, inoltre, il vecchio anti-imperialismo si fonde con il più crudo islamo-fascismo. Credo che questo sia anche il risultato di un insegnamento della storia completamente trascurato qui in Occidente. Siamo come i flagellanti del tardo Medioevo, ci fustighiamo, ci crogioliamo negli errori del passato; che naturalmente ci sono stati, ma dov’è l’orgoglio per la nostra eredità, per le incredibili conquiste dei nostri antenati? Se lo si menziona, si rischia di ritrovarsi con i servizi segreti in classe.

Weltwoche: Quanto tempo ci dà ancora?

Dönni: Se persino un signor nessuno della provincia – vivo e lavoro nell’Alto Vallese – sente che non si può andare avanti così, allora l’orologio segna cinque minuti a mezzanotte. Ma, appunto, non è ancora mezzanotte. Anche sul Titanic furono i fuochisti, gli uomini che lavoravano nella stiva, a rendersi conto per primi della catastrofe imminente, mentre le élite continuavano a ballare al suono della musica allegra dell’orchestra. Ora, però, è soprattutto Trump ad aver creato una forte disarmonia nel valzer «woke». Che si tratti di distruzione creativa, che quindi porterà a qualcosa di nuovo e dinamico, o che sia stata l’ultima nota stridente della melodia della morte, dipende anche da noi. Guardo al futuro con cauto ottimismo.

WeltwocheLe speranze dell’Occidente, questo impero meraviglioso e libero, sono riposte in un imprenditore immobiliare newyorkese dall’aspetto un po’ burbero.

Dönni: Altri quattro anni di Joe Biden o quattro anni di Kamala Harris e l’Occidente avrebbe potuto definitivamente chiudere i battenti – ne sono convinto. Trump è un genio del potere, certamente eccentrico e a volte grottesco. Personalmente spero nella seconda linea, in J. D. Vance. Forse riuscirà a costruire qualcosa di spirituale dietro le quinte. Abbiamo bisogno di un nuovo equilibrio. Ma andrà tutto bene.

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