Frontalieri siamo alle solite!

Mar 7 • Dal Cantone, Dalla Svizzera, L'opinione, Prima Pagina • 397 Views • Commenti disabilitati su Frontalieri siamo alle solite!

In questi ultimi tempi ci sembra che i nostri giornali, scritti e online, si preoccupino più delle problematiche dei frontalieri che delle quotidiane difficoltà dei Ticinesi.

Recentemente, abbiamo letto alcuni scritti che parlano dell’introduzione nella finanziaria 2024 della famigerata tassa sulla salute per i cosiddetti «vecchi» frontalieri. Quest’ultima viola esplicitamente il trattato internazionale – tra Svizzera e Italia -, introduce la doppia imposizione malgrado le chiare regole OCSE e si pone in contrasto con l’art. 32 della Costituzione rispetto all’universalità dei trattamenti sanitari essenziali. La risoluzione accolta da sei sigle sindacali svizzere e italiane al termine dell’assemblea organizzata sabato 15 febbraio a Varese (CGIL, CISL, UIL, UNIA, OCST e SYNA) chiede perciò di «fermare l’ingiusta tassa». Le organizzazioni sindacali in questione si riservano il diritto, in caso contrario, di adire alle vie legali per verificare la costituzionalità del balzello, introdotto dal governo italiano nella finanziaria 2024, poco dopo la firma del nuovo accordo sui frontalieri siglato da Berna e Roma. Balzello, va precisato, che fin qui non ha potuto essere applicato perché la Svizzera, in assenza di una base legale, non comunica alle autorità italiane i dati fiscali dei «vecchi» frontalieri!     

L’accordo tra Italia e Svizzera definisce due categorie di lavoratrici e lavoratori frontalieri: quelli «vecchi», che lavoravano già nella Confederazione prima del 18 luglio 2023, e quelli nuovi, ovvero coloro che hanno iniziato l’attività oltreconfine dopo l’entrata in vigore dell’intesa. I «vecchi frontalieri» continuano a  essere tassati alla fonte in Svizzera, mentre quelli nuovi pagano l’IRPEF in Italia.                                                                                                                                                       

Quella che i sindacati definiscono una «tassa» (mentre la Regione Lombardia preferisce chiamarla «contributo») dovrebbe essere applicata ai «vecchi» frontalieri.                                   

Le conseguenze del nuovo accordo sui frontalieri in vigore 17 luglio 2023: cosa cambia con questa intesa?

Per le cure mediche, questi ultimi hanno la possibilità di optare o per il sistema sanitario svizzero, pagando l’assicurazione malattie elvetica, che costa fino a circa 500 franchi mensili, o per quello italiano. Sui circa 65’000 «vecchi» frontalieri sono però pochissimi quelli che prediligono la prima soluzione. «Se invece un lavoratore frontaliero opta per il sistema sanitario italiano, erogato dalla Regione, quest’assicurazione vale per tutta la sua famiglia ed è pagata dalle imposte. Si ritiene dunque corretto che il vecchio frontaliere passi pure lui alla cassa», aveva dichiarato Massimo Sertori, assessore della Regione Lombardia e responsabile per i rapporti con la Confederazione.

La legge di bilancio dello Stato italiano prevede un prelievo compreso tra il 3 e il 6% del salario netto, per un minimo di 30 e un massimo di 200 euro mensili. Sono le regioni che possono scegliere l’aliquota da imporre. Nelle stime sono previste entrate totali annue attorno ai 110 milioni di euro.

L’obiettivo è di destinare questi fondi al personale sanitario italiano delle strutture di cura nelle regioni di frontiera, al fine di contrastarne l’esodo all’estero e in Ticino in particolare.

I sindacati, appoggiati da diverse amministrazioni comunali, fanno da parte loro valere che questa categoria di lavoratori partecipa già al finanziamento del sistema sanitario italiano, poiché la Svizzera riversa a Roma il 40% delle imposte alla fonte prelevate nella Confederazione e continuerà a farlo sino al 2034. Una somma piuttosto consistente: nel 2023 i cosiddetti ristorni sono ammontati a oltre 108 milioni di franchi. Nei 50 anni di validità del vecchio accordo sulla tassazione dei lavoratori e lavoratrici frontalieri, il canton Ticino ha versato nelle casse dello Stato italiano 2 miliardi di franchi sotto forma di ristorni.

Il vecchio testo prevedeva, che il 40%, poi sceso al 38,5% delle imposte  prelevate dalla Confederazione ai lavoratori frontalieri fosse versato allo Stato italiano: i cosiddetti ristorni fiscali, che andavano a favore dei comuni, province e comunità di montagna di frontiera. 

«In questi 50 anni esatti di validità dell’accordo  – racconta il direttore della Divisione delle contribuzioni del canton Ticino, Giordano Macchi, che ha guidato la delegazione svizzera ad Aosta – abbiamo versato nelle casse italiane 2 miliardi di franchi. Ora abbiamo congedato il vecchio accordo e il testimone passa a quello nuovo». Con cambiamenti importanti.

Il nuovo accordo sull’imposizione dei lavoratori frontalieri è entrato in vigore il 17 luglio 2023, ma si applica fiscalmente solo dal 1° gennaio 2024. Rispetto al suo «predecessore», esso separa i «vecchi» dai «nuovi» frontalieri (coloro che hanno un contratto di lavoro firmato dopo l’entrata in vigore dell’accordo). I primi continueranno a essere tassati solo in Svizzera fino alla loro pensione, i secondi da subito anche in Italia.

Infine, dopo un periodo transitorio di 10 anni, dal 2034, se ci saranno ancora «vecchi» frontalieri, questi continueranno a essere tassati al 100% in Svizzera e la Confederazione potrà trattenere la totalità del gettito fiscale. I ristorni saranno definitivamente aboliti.                                                                                                     

I soldi versati dalla Confederazione verranno sostituiti dall’intervento finanziario di Roma. A tale scopo, è stato istituito il «Fondo di sviluppo e potenziamento delle infrastrutture delle zone di confine italo-elvetiche».A regime, nel 2045, le autorità italiane prevedono che il fondo avrà una dotazione teorica di 221 milioni di euro l’anno, destinati a essere investiti nei territori di frontiera. Come si può notare, negli ultimi anni, considerato il costante aumento delle lavoratrici e lavoratori frontalieri in Ticino, questi ristorni si aggirano attorno ai 100 milioni di franchi l’anno.           

Evoluzione del numero di frontalieri (e ristorni in franchi) negli ultimi tre anni:                             

2021 numero frontalieri: 65’958; ristorno: Euro   91’313’338
2022 numero frontalieri: 68’944;  ristorno: Euro 100’882’092
2023 numero frontalieri: 70’834;  ristorno  Euro 108’917’103.
Totale ristorni: Euro 2’073’407’214

Come poi questi importi vengono spesi non è reso pubblico.                                                       

In cima alla lista dei comuni che ricevono i maggiori fondi c’è Como con 7,2 milioni nel 2021. I suoi 5’272 frontalieri hanno contribuito, tra le altre cose, a pagare in parte un cantiere problematico, ossia quello delle paratie del lungolago. Iniziato 15 anni fa e bloccato più volte tra fallimenti e inchieste giudiziarie, dovrebbe concludersi prossimamente. La quota destinata invece alle «spese correnti» dei comuni di frontiera era inizialmente del 10%, poi salita fino al 30% nel corso dei decenni. Nel 2020 è stata fissata al 50%. Questo significa che un franco su due inviato in Italia non viene investito, come da accordi originali, in servizi e infrastrutture a favore della mobilità transfrontaliera. Ma vi sono anche esempi virtuosi. Il comune di Verbania, ad esempio, negli ultimi anni ha investito i fondi frontalieri esclusivamente in opere pubbliche: un parcheggio vicino al porto di Intra, il lungolago di Pallanza (rifatto in un anno, a un centesimo del costo di quello comasco), rotatorie e asfaltature di strade.

Quindi, per noi, in questo campo ne vedremo ancora delle belle.

Basta che non siano le disastrate casse del Ticino a farne le spese.

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