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«Messa da Requiem» di Verdi capolavoro per tutti i tempi

Fritz Stein inizia la prefazione alla partitura «Eulenburg» della «Messa da Requiem» di Verdi con queste parole: «Benché, dei 30 lavori scritti dal più grande compositore italiano di opere del diciannovesimo secolo, solo circa nove sopravvivano realmente oggi … il presente Requiem consegue ancora il successo spontaneo della prima esecuzione sessanta anni orsono. Il mondo di oggi … vede in questa Messa – creata da un grande compositore – un sublime capolavoro di musica sacra, con la sua forza primitiva, la purezza e la verità della sua espressione al di fuori di ogni dogma, la sua calda passionalità e il nobile senso della bellezza». C’è qualche approssimazione in questo vecchio testo ma il suo senso rimane sostanzialmente valido e spiega il motivo per cui il «Requiem» verdiano si mantiene saldamente nel repertorio, anche molto dopo i sessant’anni menzionati dallo Stein. Il Festival Verdi di Parma ne fornisce una prova mettendolo in cartellone a ogni edizione della rassegna.

Prima di parlare del direttore di quest’anno (uso il maschile come sta scritto sul programma di sala, ma trattandosi di una donna, non vedo per qual motivo non si debba dire «direttrice») conviene richiamare qualche riflessione generale. Per l’uomo esistono due modi di accostarsi a Dio. Uno è quello spirituale, contemplativo e mistico, l’altro invece consiste nel presentare al Creatore i nostri timori, ansie e turbamenti. Verdi, pur non trascurando completamente gli altri aspetti, si mise decisamente sulla seconda strada. Era compositore di melodrammi, aveva dato vita a contrasti e passioni forti e anche nel «Requiem» rimase fedele a sé stesso. Optò per la via conforme al suo temperamento e creò un grande capolavoro. Ho esposto queste considerazioni perché la direttrice Oksana Lyniv ha intuito la scelta del compositore e l’ha assecondata senza esitazioni. Talvolta ha commesso qualche eccesso, visibile anche nei gesti fortemente marcati, ma nel complesso la sua prestazione è stata assai apprezzata. Molto bene sia detto dell’Orchestra del Teatro comunale di Bologna. Il «Requiem» verdiano esige grandi prestazioni corali e questa volta a Parma la massa necessaria è stata raggiunta unendo il Coro del Teatro Regio di Parma (maestro Martino Faggiani) e il Coro del Teatro comunale di Bologna (Gea Garatti Ansini), con esito molto positivo.

Ma il punto di forza più rilevante di questa interpretazione del «Requiem» è consistito in una compagnia di canto straordinaria. Daniela Barcellona (mezzosoprano) e Michele Pertusi (basso), due cantanti di lunga esperienza ma tuttora aventi grande efficienza vocale, sono stati impeccabili per proprietà di accenti e qualità delle emissioni. Mi ha sorpreso favorevolmente il tenore Freddie De Tommaso, che sentivo per la prima volta: mezzi di ottimo timbro su tutta l’estensione, sicurezza nelle note acute, fraseggi ammirevoli. Il suo «Kyrie» è stato, per così dire, un biglietto da visita splendido.

Concludo con la soprano Federica Lombardi. È giovane, di bella presenza e dotata di una voce assolutamente limpida, calda, emessa senza problemi dalla nota più grave a quella più acuta. Possiede un evidente talento interpretativo. Cominciò la carriera al Teatro Sociale di Como come Donna Elvira nel «Don Giovanni», la parte con la quale cinque anni dopo esordì al Metropolitan e da allora si mantenne fedele a Mozart. Una scelta felice poiché la vocalità del Salisburghese giova allo sviluppo della voce e al perfezionamento della tecnica di canto. D’altra parte, è opportuno resistere alla tentazione di forzare l’ampliamento del repertorio. Ma ovviamente le ambizioni per il futuro vanno oltre. Affronterà presto con regolarità la produzione verdiana? Quando si ascolta la Lombardi cantare «senza misura» (così prescrive lo spartito) le note ribattute del «Libera me» e poi «a tempo» gli intervalli larghi sulle parole «coeli movendi sunt et terra» sembra che quel momento non debba essere lontano. L’articolo che la rivista inglese «Opera» ha dedicato l’anno scorso alla cantante conclude con riferimenti grossi, prospettando una carriera sulle orme, forse, di Tebaldi e Freni.

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Mi permetto un poscritto sul genere della parola «soprano». La grande maggioranza degli autori la usa al maschile, una esigua minoranza, alla quale appartengo, al femminile. L’uso maschile deriva dai tempi in cui, a causa della proibizione dei cori misti emanata dalla Chiesa, le parti alte venivano assegnate a bambini o castrati o falsettisti. Ma conservare oggi, in omaggio a una consuetudine sepolta da secoli, l’uso di un termine maschile per cantanti donne mi sembra un ridicolo scrupolo storico. Un critico musicale mio conoscente credette di risolvere il problema ricorrendo al maschile per il sostantivo ma al femminile per gli aggettivi. Ci si figuri l’effetto.

Attivisti del clima a Lucerna

L’8 settembre, mentre la Bayerische Staatsorchester, sotto la direzione di Vladimir Jurowski, stava eseguendo al Lucerne Festival la quarta sinfonia di Bruckner, due giovani simpatizzanti del gruppo di azione Renovate Switzerland si recarono vicino al podio e poi cominciarono a proclamare le loro richieste ad alta voce. Il direttore interruppe l’esecuzione dopo la fine del terzo tempo e parlò con gli attivisti. In seguito, comunicò al pubblico di aver preso con loro questi accordi: i due avrebbero spiegato le loro richieste ai presenti ma in seguito non avrebbero più disturbato. L’intesa non piacque a una parte del pubblico, ma il direttore troncò le proteste dicendo che, qualora non si fosse permesso agli attivisti di parlare, lui se ne sarebbe andato. Esposte le loro idee, i due lasciarono la sala, non senza aver ringraziato il direttore. Così l’episodio è stato riferito dalla stampa (chi scrive non era presente).

Jurowski è stato lodato, anche dai responsabili del Festival, perché avrebbe reagito con calma e in modo costruttivo. Una espulsione dei due attivisti con la forza avrebbe potuto avere conseguenze negative serie.

Espongo ora alcune considerazioni mie. Certamente il direttore ha mostrato tatto e risolto un caso che, affrontato in altro modo, avrebbe potuto prendere una brutta piega. A fronte di questo vantaggio vanno però  segnalati due aspetti negativi.

In primo luogo, in Svizzera esiste un’ampia possibilità di far conoscere nell’ambito della legge e dei buoni costumi le proprie idee ed eventualmente i propri dissensi. La tolleranza di un caso come quello di Lucerna incoraggia a inscenare altre manifestazioni del genere, per il clima o per altri motivi. A poco a poco la società si degrada. Come al solito i comportamenti prammatici permettono di scansare piccoli inconvenienti immediati (nel nostro caso eventuali disordini causati da una repressione con la forza) ma creano i presupposti per inconvenienti assai più grandi di periodo lungo (la degradazione della società).

In secondo luogo, osservo che tranquillità e silenzio sono presupposti indispensabili per il godimento artistico. Molti ascoltatori avevano compiuto un viaggio per assistere al concerto. Tutti avevano pagato un biglietto notevolmente caro. Però invece di tornare a casa con l’animo soddisfatto sono rimasti in preda a disgusto e magari rabbia. Tra spese di trasporto e di ingresso inutili i danni ascendono a parecchie centinaia di migliaia di franchi (che naturalmente non vengono dedotti dal prodotto interno lordo ma sono pur sempre danni effettivi). Chi indennizza ?

Carlo Rezzonico

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