Sussidi ai media di regime per diffondere fake news

Giu 15 • Dalla Svizzera, L'opinione, Prima Pagina • 298 Views • Commenti disabilitati su Sussidi ai media di regime per diffondere fake news

La partitocrazia si compra il favore degli organi d’informazione con i nostri soldi.

Di recente la Commissione economia e lavoro del parlatoio cantonale ha firmato i rapporti (uno favorevole, l’altro contrario) sulla proposta di introdurre sussidi cantonali alla stampa di regime.

Sussidi ai quali ci opponiamo fermamente. Nel Febbraio 2022, i cittadini svizzeri hanno detto NO alla nuova legge sui media, che conteneva appunto i nuovi sussidi. Ciononostante, lo scorso mese di marzo, il parlatoio federale – approvando a maggioranza un’iniziativa parlamentare «uregiatta» presentata solo un mese dopo la votazione del 2022 – faceva rientrare dalla finestra ciò che i cittadini avevano buttato fuori dalla porta. E non si tratta di noccioline, bensì di quasi 250 milioni di franchetti di aiuti aggiuntivi sull’arco di sette anni. Sicché, invece di risparmiare, i politicanti usano i soldi dei contribuenti per foraggiare i giornali «amici». Così questi poi si sdebitano tramite promozione elettorale. Lo scambio di favori non potrebbe essere più sfacciato. Contro questi nuovi aiuti è stato lanciato un referendum (vedi il sito https://staatsmedien-nein-danke.ch, purtroppo solo in tedesco). Il termine per la consegna firme scade il 10 Luglio, quindi tra poco. Speriamo che il referendum riesca.

Copiamo la fallita UE

Immaginare di aggiungere ai finanziamenti federali anche quelli cantonali non sta né in cielo né in terra. I promotori dei sussidi blaterano di sostegno all’informazione indipendente, ma sono balle di fra’ Luca. I soldi dei cittadini servono a comprare i media affinché essi pratichino il lavaggio del cervello ai cittadini medesimi, secondo i desiderata della partitocrazia. Si tratta dell’ennesimo, fallimentare modello UE che viene importato in Svizzera. A inizio giugno, il quotidiano italico La Verità ha pubblicato un articolo sui finanziamenti distribuiti dalla Commissione europea a media e agenzie di stampa che «tifano» per Bruxelles. Nel giro di 10 anni, con l’obiettivo di creare consenso attorno agli eurobalivi, è stato distribuito un miliardo di euro. Ne hanno approfittato giornali, agenzie di stampa (in particolare Ansa), emittenti televisive e radiofoniche. Chi diffonde la narrazione della fallita UE incassa. «Si tratta – scrive La Verità – di pubblicizzare un governo europeo con obiettivi precisi. Parliamo, per inciso, delle stesse istituzioni che una settimana sì e l’altra pure si sdegnano per le condizioni della libertà di stampa in questa o in quella nazione, e nel mentre pagano giornalisti per portare avanti il loro punto di vista (…). Il bello è che, con la scusa di combattere le bufale altrui, l’UE spinge le bufale sue». «Il mantra politikamente korrettissimo della “lotta alla disinformazione” ha il chiaro obiettivo strategico di plasmare il dibattito politico e di promuovere l’agenda di Bruxelles», scrive dal canto suo il giornalista e saggista Thomas Fazi. Da una recente inchiesta, è emerso che un quarto (!) dei deputati al parlatoio europeo è coinvolto in vicende di corruzione. A Bruxelles le mazzette sono di casa. Pagare i media di regime per ottenere propaganda pro-saccoccia è una forma di corruzione istituzionalizzata.

Bufale di Stato

Anche alle nostre latitudini, la maggioranza di centro $inistra usa il termine alla moda «fake news» per screditare le posizioni non allineate al pensiero unico (euroturbo, multikulti, climatista, internazionalista, islamo-gauchista, pro-Pal, spalancatore di frontiere, ta$$aiolo, sovranofobo, gender e woke). Il disegnino, insomma, è chiaro: dicendo di voler promuovere l’informazione di qualità (?), la partitocrazia foraggia la propaganda pro-saccoccia. Si diffondono fake news sostenendo di combattere le fake news. Il Triciclo non vuole affatto un’informazione pluralista o indipendente. Vuole un’informazione al suo servizio.

Repubblica delle banane

Un esempio che ben chiarisce l’andazzo inverecondo sul panorama mediatico svizzero è l’accordo recentemente siglato tra la SSR e l’Associazione degli editori della Svizzera tedesca. In base a esso, la SSR limita la presenza online ed investe una quota maggiore del proprio budget per la pubblicità sul web nelle case editrici firmatarie. In cambio, i giornali faranno propaganda contro l’iniziativa popolare «200 franchi bastano». Quindi: la SSR, con il canone più caro del mondo, si compra il sostegno politico della stampa di regime contro la riduzione del canone. E quest’ultima si fa comprare. Sembra di stare in una repubblica delle banane. Invece siamo in Svizzera. Il settimanale Weltwoche scrive di un «sistema mediatico degno della DDR». Altro che la bufala dei «quotidiani indipendenti»! ️Si ricorda inoltre che il direttore del Corriere del Ticino, a inizio anno, ha scritto in un editoriale che sosterrà elettoralmente partiti e politicanti favorevoli ai sussidi ai media. Ogni commento è superfluo. È fin troppo chiaro che, in Ticino come a Berna, tramite gli «aiuti ai media» la solita partitocrazia vuole usare i soldi dei cittadini per asservire gli organi d’informazione.

Asservimento, non indipendenza

La risposta può essere una sola. Anzi due. No all’aumento dei sussidi alla stampa di regime. E avanti con il canone a 200 franchi, che sono ancora troppi. Il canone radioTV più caro del mondo è una mangiatoia. Non foraggia solo la SSR, ma anche una serie di iniziative di vario genere. Il trucchetto è evidente: moltiplicando i beneficiari, si moltiplica il numero di quanti poi prenderanno posizione contro la riduzione del canone. In sprezzo del ridicolo, contro l’iniziativa «200 franchi bastano» è scesa in campo pure un’organizzazione farlocca denominata «Alleanza a sostegno della pluralità mediatica». Quando il primo ostacolo alla pluralità mediatica è proprio la monopolista SSR. Per un’informazione pluralista e indipendente ci vogliono meno canone e meno sussidi. I soldi pubblici non generano indipendenza, bensì asservimento.

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