Il conservatore e il multiculturalismo (prima parte)

Apr 7 • L'opinione, Prima Pagina • 357 Views • Commenti disabilitati su Il conservatore e il multiculturalismo (prima parte)

L’avvocato Tito Tettamanti ha scritto recentemente un piccolo libro che ci ha gentilmente concesso di pubblicare a puntate ne «Il Paese». Il libro non è in vendita, si tratta di una pubblicazione che Tito Tettamanti ha realizzato per farne omaggio ad amici e conoscenti. La pubblicazione tramite il nostro giornale è quindi un’occasione per farne conoscere i contenuti anche al di fuori di questa stretta cerchia, e siamo sicuri dell’interesse che riscontrerà fra i nostri lettori. Consideriamo infatti l’avvocato una delle menti più brillanti del nostro cantone, un acuto osservatore di quanto succede sul palcoscenico politico, economico e finanziario (locale, cantonale, nazionale e internazionale) – ma non solo, i suoi interessi sono innumerevoli. Il suo libro è una lucida disamina di avvenimenti che hanno costellato la sua vita e che possono costituire un insegnamento per chiunque si trovi a vivere nella realtà odierna.

Non vorrei peccare di presunzione pretendendo che tutti i possibili conservatori vengano rappresentati dalle mie convinzioni sull’argomento. I conservatori, fortunatamente, sono degli individualisti e non dei conformisti dominati dal pensiero unico. Ritengo però che, in materia di multiculturalismo, molti la pensino come me.

Da diversi anni è diffusa convinzione che il mondo debba orientarsi verso una forma di multiculturalismo, in virtù del quale ci si indirizzi verso un meticciato delle culture. Millenni di storia nei quali in singole aree del mondo si sono sviluppate culture, religioni, usi, costumi, convinzioni, atteggiamenti diversi, debbono venir dimenticati o messi in un frullatore generale nell’illusione di creare una sola cultura valida per tutti. I sostenitori di tali tesi affermano tra l’altro (ed è un loro legittimo diritto) che anche noi europei, per finire, siamo un miscuglio di popoli di origini varie.

Dimenticano però che, negli ultimi tremila anni, nel nostro alveo si sono decantate e affinate culture quali quella greco-romana, che ci ha dato la filosofia, il diritto e l’amministrazione e che ha segnato profondamente il nostro sviluppo; e da oltre duemila anni siamo stati insufflati e influenzati dalla cultura giudaico-cristiana (che non può venir associata, come cultura generatrice, all’islamismo e neppure al buddismo o all’induismo).

È dunque per mezzo di questo impasto possente fra tradizione greco-romana e giudaico-cristiana, corroborata poi da Umanesimo, Rinascimento e Illuminismo, che siamo riusciti a realizzare una virtuosa e fruttuosa capacità di convivenza tra religione e Stato (qui sta l’essenziale differenza con l’islamismo): e tutto ciò, negli ultimi tre secoli, anche grazie alla cultura degli illuminismi, quello di radice scozzese ma più ancora quello di radice francese. Tutto questo è nella storia dell’Occidente.

Preciso che quanto sto scrivendo qui non è pura farina del mio sacco: spesso non faccio che riprendere volentieri pensieri di altri che ho assorbito dalla lettura di testi di autori noti e competenti. Mentre scrivo non mi ricordo esattamente da chi e da quale testo provengano alcuni concetti e quindi mi scuso per i confessati casi di plagio non voluto; ma, d’altro canto, ogni riflessione su società, politica, natura umana, si rifà continuamente a molte sorgenti di pensiero che la influenzano. Così cammina nella società umana la sequela del pensiero.

Un autore che però non posso fare a meno di citare è Samuel P. Huntington (1927-2008), che ritengo possa venir considerato il vessillifero del pensiero conservatore sui temi appena qui accennati, grazie alla sua tesi del «Clash of Civilizations» sviluppata poi in un libro di grande successo alla fine degli an-

ni ’90: libro e tesi che, negli anni successivi, sono stati da taluni dimenticati, da altri considerati superati. Sostiene Huntington che mentre nel IXX secolo gli Stati si confrontavano per la preminenza territoriale, nel XX secolo lo scontro è stato tra le ideologie, nel nostro secolo, lo scontro sarà tra le diverse civiltà. Se prestiamo attenzione a quanto succede in questi tempi in cui viviamo (non dimenticando la guerra tra Russia e Ucraina e gli scontri tra i rispettivi sostenitori, la lotta tra Hamas e Israele, per essere più corretti tra l’islamismo iraniano e il mondo ebreo, e le divergenze tra USA e Cina per l’egemonia non solo asiatica), non si può che essere ammirati dalla lucidità e chiaroveggenza di Huntington, il quale aveva previsto negli anni ’90 ciò che si sta realizzando oggigiorno. Tra l’altro, ed è questa una mia riflessione ulteriore, appare abbastanza singolare quella difesa della multiculturalità ad ogni costo (cui ho accennato) la quale talvolta, in realtà, maschera l’idea di una cultura sì mondiale, ma influenzata dalla nostra. A quelli che ad ogni piè sospinto parlano di anticolonialismo potremmo obiettare che il loro potrebbe essere un nuovo – cosciente o meno – colonialismo camuffato.

Come si possa poi pensare di riuscire a conciliare civiltà così diverse e spesso opposte quali quella occidentale e quella islamica, non si capisce. La religione islamica domina completamente le proprie società. Il potere statale ne è soggetto, la cultura ne è condizionata, l’infedele è disprezzato, la donna discriminata e subalterna.

Non conosco bene quel mondo ma mi sembra difficile prevedere in quelle contrade l’arrivo di un altro Barone Paul Henry d’Holbach (1723-1789) con l’Enciclopedia che aveva diffuso l’illuminismo antireligioso all’alba della Rivoluzione francese. Già trent’anni fa Huntington invitava noi occidentali a salvaguardare le singolarità preziose della cultura occidentale: una esortazione, la sua, che con la «cancel culture» e il «politicamente corretto» in auge oggi, appare di una preoccupante attualità.

Sperimentiamo, tutti, gli eccessi che si manifestano in questo senso, fino a cadere nel ridicolo, come quando l’ONU propone un «patto migratorio» che invita tra l’altro gli Stati firmatari a organizzare delle food fair per valorizzare la cucina di culture esotiche: e questo è soltanto uno solo dei molti esempi di come, accecati da concezioni ideologiche, si finisca nel folclorismo.

Continua nel prossimo numero

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