Ridistribuire la ricchezza: fino a che punto?
(enm) Da una caricatura tratta da una rivista del XIX secolo, «Fliegende Blätter» (Fogli volanti): un comunista parla con un borghese. Questo dice: «Sì, parli sempre di uguaglianza e di condivisione dei beni, ma supponiamo che abbiamo condiviso, io risparmio la mia parte, ma tu sprechi la tua, e poi?». E il comunista risponde: «Semplicissimo! Condividiamo di nuovo».
È il ritratto satirico di una mentalità purtroppo diventata regola delle sinistre nostrane, che non fanno eccezione a quelle più esotiche sparse in tutto il mondo. Arraffare il denaro – che, secondo loro, va preso dove c’è ( a quando la legalizzazione delle rapine alle banche?) – per farlo spendere a gente che quel denaro non ha minimamente contribuito a produrre. Già, perché per quei soldi qualcuno ha sgobbato duramente – oppure li ha ereditati da genitori o antenati che lo hanno fatto – mentre buona parte di coloro che oggi ne pretendono «un’equa ridistribuzione» nulla hanno fatto per meritarsela.
La classica cultura dell’invidia
È quella che detta tutte le iniziative pseudo sociali – ma in realtà parassitarie – che la sinistra lancia in odio a quella classe sociale più benestante che, peraltro, è quella che già paga la maggiore percentuale di imposte con cui vengono finanziate tutte le prestazioni messe generosamente a disposizione dallo Stato ai meno abbienti. In questa direzione andava anche la recente iniziativa dei GISO «Per una politica climatica sociale – fiscalmente giusta», fortunatamente spazzata via in votazione popolare da quattro Svizzeri su cinque. Il rischio di veder fuggire all’estero i migliori contribuenti è, per il momento almeno, scongiurato.
Non con il ladrocinio statale, ma con trattative su ragionevoli proposte si migliora lo Stato sociale
È quanto ci insegna la storia – almeno quella del nostro paese – di uno Stato sociale avanzato, ottenuto a piccoli passi tramite una costante trattativa fra datori di lavoro disposti a ragionevolmente considerare le richieste della controparte, e lavoratori che, altrettanto ragionevolmente, moderavano le loro pretese. Dal regime di quasi schiavitù d’inizio del secolo scorso si è passati – attraverso la limitazione a 40/42 ore settimanali l’impegno lavorativo, quattro o cinque settimane di ferie l’anno, l’istituzione di assicurazioni infortuni e malattia, di svariati tipi di prestazioni assistenziali, eccetera – a un livello di vita fra i più avanzati al mondo. Ancora perfettibile, per carità, ma sempre con miglioramenti progressivi, non con soluzioni drastiche che ci si rivolterebbero contro, una sorta di autocastrazione per far dispetto alla moglie.
Qualcuno arriccia il naso sentendo definire «ladrocinio statale» la tassa di successione? E come definire altrimenti un ennesimo ulteriore prelievo su patrimoni per i quali si è già pagato più volte, sotto forma di imposta sul reddito prima, e sulla sostanza poi?
E l’incentivo a produrre?
Già, se la ricchezza risulta penalizzante, quale incentivo rimane a produrre e a guadagnare (facendo così progredire l’economia)? Se per assicurare l’avvenire mio e dei miei figli (esempio puramente accademico, di figli non ne ho!) sono disposto a duro lavoro e sacrifici, chi me lo fa fare se il profitto mi viene tolto per «ridistribuirlo» a cani e porci, senza offesa per quest’ultimi? Piuttosto vado anch’io a raggiungere la folta schiera dei beneficiari dell’aiuto statale e che a mantenermi siano gli odiati ricchi, classe da cui dimissiono (altro esempio accademico, purtroppo, accetterei volentieri l’odio popolare, ma ricco non sono).
La politica climatica – un coperchio per tutte le pentole
L’ultima iniziativa dei GISO celava il ladrocinio sotto la subdola etichetta di «politica climatica sociale», una ragione in più per il mio personale NO nell’urna. I temi climatici ed ecologici – cui un’economia avida e opportunistica è riuscita a ipersensibilizzare una generazione alla ricerca di qualsiasi motivo esistenziale che non abbia a che fare con il lavoro – sono ormai un coperchio per tutte le pentole. Il pianeta esiste da circa 4,5 miliardi di anni, è passato attraverso – e sopravvissuto – cambiamenti climatici (sì, perché questi esistevano già prima che quattro balordi autodefinitisi esperti, ne addossassero la responsabilità agli eccessi umani veri o presunti degli ultimi cinquant’anni), a surriscaldamenti e glaciazioni, pestilenze, carestie e chi più ne ha più ne metta. Ma non importa, oggi le polluzioni dei combustibili fossili dovute all’uomo starebbero portando all’apocalisse! Mi sono sempre chiesto quanti TIR si aggirassero sul pianeta 65 milioni d’anni fa, per provocare la serie di fenomeni atmosferici e geologici che portò all’estinzione dei dinosauri.
I ricchi: non servilismo, ma nemmeno becera persecuzione
I ricchi servono al paese molto più dei poveri. Qualcuno si scandalizzerà per questa cinica affermazione ma, purtroppo, è così. Infatti, non sono i nullatenenti esenti da tasse a finanziare lo Stato, bensì il ceto medio – che si vede decurtare il reddito proporzionalmente all’entità di quest’ultimo – e i ricchi e super-ricchi cui la decurtazione è vieppiù pesante e dolorosa.
Questo non deve necessariamente portare a un atteggiamento servile nei loro confronti, i tempi del «sì buana», «sì badrone»,«yes sir», sono finiti, almeno alle nostre latitudini. Ma nemmeno è giustificata la loro becera persecuzione che la sinistra – giovane o meno giovane – mette in atto a ogni piè sospinto.
Se dovessi scegliere a chi far lasciare il paese fra i ricchi finanziatori e i sinistri parassiti, per chi pensate opterei? A voi la (neanche tanto) ardua sentenza.
