Quella scellerata prodigalità

Nov 3 • L'editoriale, Prima Pagina • 720 Views • Commenti disabilitati su Quella scellerata prodigalità

Eros N. Mellini

Da Facebook: «Se un paese ha sempre soldi da dare ad altri paesi, allora sta sicuramente raccogliendo troppe tasse» (Anonimo).

Non so chi sia l’autore di questa frase ma, alla luce di quanto sperpera la Berna federale all’estero, per i falsi richiedenti l’asilo, nonché per le conseguenze di una politica internazionalista [UE, ONU, contributi milionari unilaterali a Zelensky e organizzazione di vertici per la ricostruzione dell’Ucraina (entrambi in violazione della neutralità), e chi più ne ha più ne metta], non posso che condividerla.

Da una ragionevole solidarietà a una scellerata prodigalità

Una certa dose solidarietà con i meno fortunati sì, ce la possiamo permettere, ma solo investendo il superfluo (ammesso che ne rimanga), dopo che si è provveduto dapprima al benessere di chi i soldi ce li mette, ossia contribuenti indigeni. Attualmente si chiedono ulteriori sacrifici alla popolazione per la soluzione di ogni problema che l’affligge in questi tempi incerti e bui – ad esempio, 13esima AVS, contenimento dei premi di cassa malati e, perché no, la funzionalità dell’esercito che, con la guerra in   Ucraina, ha ripreso importanza – ma per brillare sulla scena internazionale, i soldi vengono prelevati senza indugio dalla cassa nazionale. E, a causa di un’assurda prodigalità, scarseggiano pure questi. Un esempio: l’imposta per la difesa nazionale. Così era chiamata l’imposta federale diretta quando fu introdotta temporaneamente nel 1941 in pieno tempo di guerra, una temporaneità che, a colpi di rinnovi ventennali è diventata ormai di una continuità irrevocabile. Nel 1982 – verosimilmente accortosi dell’ipocrisia che la prima denominazione aveva assunto in tempo di pace e soprattutto, per poter farla fluire nel pentolone della cassa federale senza vincolarla alle spese per l’esercito – il governo le ha cambiato il nome, pur mantenendone in uso il rinnovo ventennale tramite votazione popolare (la prossima nel 2035). Dopo l’IVA, è oggi il secondo maggior cespite finanziario della Confederazione.

Il problema è che quest’ultima è andata nel tempo assumendosi sempre più impegni, per il cui finanziamento il denaro non basta mai. Per la politica interna – che si spera ragionevole, anche se a volte opinabile – il consenso popolare è abbastanza scontato. Per esempio, la manutenzione della rete autostradale, i sussidi di cassa malati, l’appoggio all’economia e, perché no, persino l’esercito godono, magari a volte a denti stretti, del consenso popolare. Un altro discorso è invece quello riguardante la politica estera. Anni di smania di prestigio personale sulla scena internazionale, hanno portato ad aprire sempre più i cordoni della borsa, trasformando quella che era una ragionevole solidarietà in una scellerata prodigalità che vieppiù sta assorbendo fondi, che si stanno prosciugando a scapito del benessere del paese e dei suoi abitanti.

Casi tipici sono la politica dell’asilo, degli stranieri e degli aiuti all’estero.

«Nulla è più facile da spendere del denaro pubblico. Non sembra appartenere a nessuno. La tentazione di elargirlo a qualcuno è enorme.»

Anche questa frase di Calvin Coolidge, 30° presidente degli USA dal 1923 al 1929, è molto pertinente ed è totalmente applicabile pure a quanto sta succedendo a Berna (ma anche a livello internazionale e, ovviamente più in piccolo, nei cantoni e nei comuni). È un malvezzo a livello internazionale dove le banche di emissione da tempo sono diventate strumento dei governi e dirette responsabili di un’inflazione galoppante, stampando valuta a gogo per finanziare i progetti – spesso faraonici, inutili e anche utopici – voluti in prevalenza da governi di sinistra. E in Svizzera? Da noi, la banca nazionale ha sempre mantenuto una linea severa in questo senso (salvo, a mio avviso, la parentesi del tasso fisso di scambio franco-euro dal 2011 al 2015), il che ha fatto del franco svizzero una delle più stabili, o addirittura la più stabile, moneta del mondo. Alla mia età, ho vissuto il costante declino dei cambi delle valute straniere rispetto al franco svizzero, ma mai l’inverso. Dagli anni ’50 a oggi, risp. all’introduzione dell’euro, per esempio, 1000 lire italiane erano passate da 7 a 0.79 franchi; la sterlina britannica dai 12 franchi agli odierni 1.12; il dollaro USA da 4.30 franchi a 0.87. E l’euro? Fu introdotto nel 1999 (in circolazione dal 2002) e valeva 1.65 franchi: in poco più di vent’anni è caduto a 95 centesimi. C’è da chiedersi come mai e, secondo me, ciò è dovuto al fatto che sul mercato vengono buttate banconote sempre più prive di valore per permettere di giustificare la frase di Calvin Coolidge.

L’impressione è proprio quella che, avendo le ambizioni personali di chi ci governa preso ormai il sopravvento sulla visione del paese nel suo complesso, spendere i soldi dei contribuenti ignorando completamente le più logiche priorità, sia un male purtroppo attecchito anche nella Berna federale. Non siamo ancora arrivati alla stampa di valuta con la stampante del computer (una volta si diceva: con il ciclostile), però si stanno salassando i cittadini con sempre più imposte e tasse. Classico esempio: la 13esima AVS, per la quale si vuole aumentare il tasso dell’IVA, mentre un sacco di soldi vengono scialacquati in versamenti miliardari all’UE, a Zelensky e a richiedenti l’asili abusivi che fuggono dal loro paese non necessariamente perché hanno la guerra in casa, bensì semplicemente perché consci di quella scellerata prodigalità menzionata nel titolo. «Bisogna essere solidali con chi sta peggio di noi», affermano. Ma qui si è già superata la soglia che dalla solidarietà immette nell’imbecillità. Qualcuno si è già chiesto, quanti sussidi e aiuti ricevettero i nostri antenati dall’estero per fare di un paese privo di risorse naturali quella Svizzera oggi così benestante? Eppure, a quei tempi non eravamo a un livello di vita superiore a quello dell’attuale Terzo Mondo. Ma allora gli Stati non sussidiavano generosamente le invenzioni di oggi come le ONG e le ONLUS, i movimenti pseudo umanitari i cui detti sussidi vanno per la più gran parte a pagarne lautamente gli amministratori.

Mi sembra quindi giusto terminare – ma un discorso esaustivo sull’argomento necessiterebbe ben più degli spazi limitati de «Il Paese» e, soprattutto, meriterebbe l’attenzione della grande stampa – citando una frase di Ronald Reagan: «Il governo non risolve i problemi, li sovvenziona!»

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