Quanto «umanitarie» sono le ONG o ONLUS?
Da Wikipedia: «ONG = organizzazione non governativa (ONG) senza fini di lucro che è indipendente dagli Stati e dalle organizzazioni governative internazionali; ONLUS = organizzazione non lucrativa di utilità sociale»
Navigando su Internet, mi sono imbattuto in un interessante articolo – non esattamente recente ma sempre di attualità – apparso su Italiaoggi.it dell’1.11.2018, a firma Tino Oldani che, a sua volta, riprende un saggio di Valentina Furlanetto, giornalista di Radio 24. Il titolo è già autoesplicativo, ancorché inquietante: «Tra stipendi d’oro, nepotismi e fondi imboscati, le ONG non fanno una bella figura nel saggio di Furlanetto sull’industria della carità», e ritengo valga la pena di attingere a piene mani dall’articolo per qualche riflessione.
Di queste organizzazioni, oggi ce n’è un’inflazione. Sia che si situino sotto l’uno o sotto l’altro degli acronimi – i quali sottolineano il carattere NON LUCRATIVO che queste organizzazioni – questo settore incassa e maneggia miliardi, di cui solo una ridotta percentuale finisce realmente impiegata per i lodevoli scopi declamati ai quattro venti.
Cifre da capogiro
Tanto per inquadrare il contesto finanziario di cui sto parlando, ecco il bilancio delle entrate solo delle prime 10 ONG italiane nel 2022 (fonte: AVSI):
Save the Children Italia ETS € 148.103.600,00 INTERSOS – Organizzazione Umanitaria ONLUS € 109.436.392,00 Fondazione AVSI € 105.849.928,00 unicef – Comitato Italiano per l’UNICEF ONLUS € 86.691.416,00 COOPI Cooperazione Internazionale € 77.945.562,00 Medici Senza Frontiere ONLUS € 76.741.262,00 EMERGENCY ONG ONLUS € 70.852.706,00 WeWorld € 50.607.492,00 ActionAid International Italia E.T.S. € 47.542.756,00 MEDICI CON L’AFRICA CUAMM € 46.140.765,00. Un totale di poco meno di 800 milioni di euro solo per le prime dieci ONLUS della sola Italia (e l’ISTAT ne registrava nel 2020 ben 363.499): immaginatevi la cifra d’affari raggiunta nell’intero mondo!
Ma torniamo al saggio di Valentina Furlanetto
L’autore lo introduce come segue: «Lo tsunami che il 12 gennaio 2010 colpì l’isola caraibica di Haiti fece 222 mila morti e lasciò senza casa più di 3 milioni di persone. Immediatamente, la macchina della solidarietà si mise in moto nel mondo intero. Secondo Le Monde, fra donazioni e fondi statali, furono raccolti più di 5 miliardi di euro. Ma per ogni euro speso, alla popolazione arrivò soltanto un centesimo. Invece le ONG (Organizzazioni non governative), soprattutto quelle che operano su scala mondiale, ne trassero enormi vantaggi.
Dice la Furlanetto: «Il 66% di tutte le donazioni che sono state fatte nel mondo, non sono state investite per la gente di Haiti, ma per il funzionamento delle ONG», sostiene Evel Fanfan, presidente di una organizzazione haitiana di avvocati che si occupano della difesa dei diritti civili, intervistato dall’autrice del libro. «Alcune hanno comprato fuoristrada da 40-50 mila dollari, mentre il 20% delle donazioni è andato in stipendi del personale delle organizzazioni». Fanfan ha proposto alle ONG presenti sull’isola di creare un osservatorio per evitare lo spreco di denaro e verificare la trasparenza delle spese, ma la maggior parte non ha accettato».
L’articolo cita poi un altro testimone di questo saccheggio delle donazioni, Vittorio Cocci, volontario da una vita (la sua prima volta fu per l’alluvione di Firenze del 1966),che si recò a Haiti un anno dopo lo tsunami, scappandone «letteralmente disgustato». Il motivo? «La povertà è diventata una merce. Serve a fare soldi sulla pelle dei poveri disgraziati. E le ONG e le ONLUS non sono solo complici, ma sono le artefici di tutto questo. A Port-au-Prince, come all’Aquila, esiste un mercato delle opere buone, e anche gli Italiani, intesi come associazioni o filiali di grandi ONG, vi partecipano»
Una ben misera fine per le donazioni
«Se combatti la povertà, e per questo chiedi soldi ai donatori, ma poi ti attribuisci uno stipendio a cinque zeri, la tua credibilità rischia di incrinarsi», premette Furlanetto quando racconta il caso della buonuscita milionaria di Irene Khan, ex segretaria generale di Amnesty International, nonché protagonista per quasi dieci anni di numerose campagne contro la povertà. Nel 2011 si scoprì, grazie a una generosa buonuscita, che sul suo conto in banca era arrivato un bonifico di 500 mila sterline, pari a quattro volte il suo stipendio annuale di 132.490 sterline, degno più di una multinazionale che di una ONG. Ma non era l’unico caso: anche la sua vice, Kate Gilmore, ricevette una liquidazione d’oro di 300 mila sterline. Una vicenda che ha suscitato sconcerto nei 3 milioni di sostenitori di Amnesty International, tranne che nella Open Society di George Soros, che è da sempre tra i suoi finanziatori.
E l’articolo continua: «Conoscere lo stipendio dei vertici delle ONG, suggerisce il libro, è un buon metro prima di mettere mano al proprio portafoglio per fare una donazione. Per esempio, Amnesty è in buona compagnia, visto che anche il direttore di Save the Children Usa non se la passa male, con 365 mila dollari l’anno di stipendio, mentre il direttore di Care, che afferma di lottare contro la povertà nel mondo, prende 250 mila dollari l’anno.
Una carità pelosa
La mia impressione è che il malandazzo denunciato da Valentina Furlanetto non sia che la punta dell’iceberg anzi, che sia diventato prassi costante nella maggior parte di queste organizzazioni che, sotto un’etichetta umanitaria, nascondono la brama di denaro di pochi maneggioni senza scrupoli. E, a giudicare dalle cifre che incassano – sia da autorità politiche (magari, perché no, cointeressate: nel lucro, intendo, non ai fini umanitari) sia da gonzi privati che in buona fede si lasciano manipolare – si tratta di un affare che rende quasi quanto quello dell’inquinamento atmosferico e del cambiamento climatico (leggi industria dei pannelli solari e delle turbine eoliche, delle vetture elettriche, dell’alimentazione BIO e quant’altro). Con questo non voglio dire che tutti coloro che lavorano per queste ONG siano impiegati strapagati anzi, specialmente quelli operativi sul posto, beneficiano di stipendi decisamente inferiori alla media. Si potrebbe dire che il loro impegno idealistico li rende vittime di sfruttamento professionale da parte di quelli che tirano i fili.
Che fare?
A mio avviso, la scelta migliore è quella di non dare più un centesimo a queste organizzazioni pseudo umanitarie. Se volete trovare un obiettivo più degno della vostra generosità, cercate qualcuno fra i vostri conoscenti cui i vostri cento franchi possano realmente fare comodo per uscire da qualche difficoltà, e lasciate il salvataggio del pianeta ai singoli Stati responsabili. Sarete perlomeno sicuri che TUTTI i vostri 100 franchi centreranno l’obiettivo e non solo pochi centesimi, come succede spesso in queste opere di carità pelosa e sospetta.
« L’antiterrorista climatico Wie «humanitär» sind NGOs oder NPOs? »

