Un quarto di secolo passato … «in un boff»

Lo scorso 23 luglio ho passato le consegne di segretario cantonale a Maurizio Mistri. Non so se sia perché il tempo vola quando ci si diverte o perché in età avanzata ne percepiamo di più la velocità, ma mi sembra ieri quando 25 anni fa aderii all’UDC. Mi scuso se sembrerò un po’ autocelebrativo, ma mi è parso opportuno condividere con i lettori de «Il Paese» qualche esperienza e qualche riflessione che hanno costellato questi cinque lustri di «full immersion» nella vita politica.
Liberale da sempre
Cresciuto in un ambiente come quello del tennis, frequentato dalla «Locarno bene» di allora, nella quale predominava politicamente il partito liberale radicale – a quel tempo, quest’ultimo termine non stava necessariamente a indicarne un’ala particolarmente sinistroide, il partito si chiamava così e basta – influenzato dai discorsi cui avevo assistito, quando a vent’anni ottenni il diritto di voto mi schierai automaticamente per il PLR. Tuttavia, l’ala radicale prese poi sempre più piede, diventando de facto un altro partito, seppure sotto lo stesso cappello per giochi di potere. «Prima vinciamo le elezioni poi, in qualche modo, ci divideremo equamente il potere con le prebende e i benefici che ne derivano», sembrava essere il motto che permise al partitone di fare il bello e il brutto tempo fino all’avvento della Lega all’inizio degli anni ’90. Accortomi quindi che votando i Masoni e i Generali eleggevo di fatto i Salvioni e i Marty, smisi di votare, salvo qualche eccezione di «protesta» a favore di Stelvio Stevenoni, un Nano Bignasca ante litteram degli anni ‘60/’70. Inutile dire che il mio animo rimase comunque liberale.
Nella mischia con la Lega
All’inizio degli anni novanta approdò con grande fragore nella politica ticinese Giuliano «Nano» Bignasca, le cui declamazioni volte a «bütà pa l’aria ul tavolin da sass» esternate settimanalmente tramite il «Mattino della domenica» furono condivise da me come da molti altri che votarono poi per la Lega dei Ticinesi nel 1991 dandole 12 seggi in Gran Consiglio, uno al Consiglio degli Stati e due al Consiglio nazionale. Personalmente, condividevo ad alta voce con gli amici al bar le tesi del Nano finché un giorno, un amico di fede liberale mi disse: «Va bene discutere al bar, ma poi bisogna anche fare concretamente qualcosa.» In quel momento, era il 1992, la Lega stava fondando varie sezioni in vista delle elezioni comunali. Detto e fatto: mi misi a disposizione della sezione di Pregassona e fui eletto in Consiglio comunale. Non durò molto, dopo poco più di un anno, a seguito di divergenze con uno dei nostri municipali, diedi le dimissioni dal movimento e terminai la legislatura quale indipendente.
Inizia l’avventura con l’UDC
Nel 1998, con l’assunzione della presidenza da parte del Dr. Alessandro von Wyttenbach, l’UDC effettuò la «svolta blocheriana», adottando (finalmente) le tesi del tribuno zurighese che avevano portato il partito nazionale a vincere il referendum contro lo Spazio economico europeo (SEE) nel 1992 e un folgorante crescendo di consensi, dall’11 a oltre il 22% in otto anni. Peccato che, accontentandosi l’allora dirigenza cantonale del suo piccolo orticello (un seggio in Gran Consiglio), si erano persi 8 anni. Per le elezioni cantonali del 1999, era confluito nel partito il Dr. Gianfranco Soldati con il suo Polo della libertà (nato un po’ sulla falsariga di quello di Berlusconi in Italia). Mi vennero a cercare quale proponente per la lista UDC e, dopo un breve colloquio, mi ritrovai quale candidato in lista per il Gran Consiglio. Le elezioni furono un successo per il partito che piazzò tre eletti (contro l’uno solo del 1995), nelle persone di Gianfranco Soldati, Paolo Camillo Minotti e Roger Etter. In Gran Consiglio fui eletto quattro anni dopo, ma durante quel periodo mi feci addentro all’attività del partito, sia a livello federale che cantonale. A Viganello funsi da consigliere comunale durante la legislatura precedente l’aggregazione con Lugano.
24 anni quale segretario cantonale… di cui 16 «ad interim»
Avendo Francesco Soldati lasciato il partito e la relativa carica, nel 2000 la direttiva stava cercando un segretario cantonale, ed ebbi la brillante idea di dire: «Beh, fintanto che troviamo qualcuno, lo farò io.» Il problema fu che, riempita la carica vacante, nessuno si sognò di continuare la ricerca e quindi continuai nella funzione, perennemente «ad interim». Magnanimamente, mi fu poi confermato ufficialmente l’incarico nel 2016, ultimo anno della presidenza Pinoja.
Una soddisfazione particolare
Quale segretario cantonale ebbi più volte la responsabilità dell’organizzazione dell’assemblea dei delegati nazionali, generalmente in concomitanza con le elezioni cantonali per dare eco alla campagna. La prima fu nel 2001 al Padiglione Conza di Lugano, con la collaborazione di Guido Marcheggiani per la ristorazione. Per l’apertura dei lavori avevo previsto – per la prima volta nella storia del partito – l’esecuzione dell’inno nazionale. Qualcuno mi disse che ero matto, altri mi guardarono con commiserazione dicendo che «ci avrebbero riso dietro». Ma non avevano fatto i conti con la tromba del mitico Gigi Ghisletta che, con un paio d’altri strumentisti, aveva accettato il mio invito. Come intonò le prime note del Salmo svizzero, tutti si alzarono in piedi e la maggior parte dei delegati si mise emozionata a cantare in coro.
Per farla breve, da allora la cosa diventò prassi comune che si ripete a ogni assemblea. Per la verità, ci fu anche un aneddoto un po’ imbarazzante. Qualche anno dopo, a Bienne, si guastò l’impianto stereo e venne a mancare la base musicale. Il presidente Maurer, coraggiosamente, intonò l’inno, seguito più o meno timidamente dai presenti che si trovarono a cantare «a cappella». Poiché molti erano parecchio stonati, il risultato fu un po’ patetico, ma ci accontentammo.
6 presidenti cantonali …
Già, i presidenti cambiavano, ma il segretario cantonale mai. A livello cantonale, con il primo – Alessandro von Wyttenbach – ebbi il piacere di riorganizzare, per non dire rifondare, il Distretto UDC di Lugano, di cui divenni subito presidente. Dallo sparuto iniziale gruppetto di sei o sette membri che si riunivano mensilmente a Massagno, quando alcuni anni dopo passai le consegne al compianto Silvano Pianezzi, la partecipazione era salita a 25-30 persone entusiaste che – con una certa supponenza, o forse era solo ingenuità – ogni mese uscivano con un roboante comunicato stampa che sparava su obiettivi che passavano dalle autorità cantonali al Consiglio federale, ma anche all’ONU o al governo degli Stati Uniti. Concretamente, è ovvio, non servivano a un tubo; tuttavia, lanciavano il messaggio che l’UDC – in piena ascesa a livello nazionale – era presente anche a Lugano. Avevamo anche un giornalino (5 o sei fogli tirati in fotocopia) che avevo chiamato «Forza destra». Qualcuno aveva tentato di convincermi a cambiarne il nome, perché «Destra» era una parola ancora ostica alla popolazione ticinese, ma io, blocheriano convinto, risposi che, fintanto che la destra combatteva con mezzi democratici, aveva il diritto di rivendicare il suo posto nella politica.
Il secondo presidente cantonale fu il compianto Dr. Gianfranco Soldati, con il quale ebbi degli alti e bassi e con il quale feci parte della delegazione UDC in Gran Consiglio. Di carattere sanguigno, lasciata la carica ma mantenendo quella di capogruppo in Gran Consiglio, non esitò ad avviare una violenta diatriba con il suo successore, Paolo Clemente Wicht, di cui disapprovava una presa di posizione in contrasto con l’allora consigliera di Stato Marina Masoni.
Questa diatriba tramite i media fra il presidente del partito e il capogruppo in Gran Consiglio non ci aiutò certamente alle elezioni del 2007 che – anche a causa di un tema, la trasparenza, non molto chiaro da spiegare al pubblico – furono un flop e ci permisero a stento di mantenere il gruppo parlamentare. Paolo Clemente Wicht si assunse la responsabilità del fallimento e dimissionò. Un anno dopo lasciò anche il Gran Consiglio, permettendomi così di subentrare al seggio da cui ero rimasto escluso. Gli succedette Pierre Rusconi, brillante propugnatore della famosa campagna elettorale – ne parlò anche il Washington Post – dei ratti frontalieri «Balairatt!».

Nel 2011 fu la volta di Gabriele Pinoja, figlio di quell’Innocente Pinoja esponente di prestigio degli anni in cui il partito godeva ancora dei fasti del fu Partito agrario. Fu anche l’anno in cui – cosa piuttosto rara – fui rieletto in Gran Consiglio per un solo voto di vantaggio su Lara Filippini. Questa entrò poi nel parlamento cantonale, subentrando a Pierre Rusconi, eletto nel frattempo in Consiglio nazionale.
Negli ultimi 8 anni, la carica è stata coperta con successo da Piero Marchesi. È il periodo che – forse anche grazie al contemporaneo e costante indebolimento della Lega dopo la dipartita di Giuliano Bignasca – ha visto l’UDC Ticino affermarsi decisamente. 9 deputati in Gran Consiglio, 2 consiglieri nazionali e un consigliere agli Stati, cui si aggiunge un’infinità di eletti a livello comunale. E un’attività e una presenza capillare che ben fa sperare per il futuro.
… 5 presidenti nazionali…
Il primo fu quello che considero essere stato il miglior presidente, ma anche il miglior consigliere federale che mi sia dato di ricordare. Coadiuvato dall’oggi consigliere nazionale Gregor Rutz in qualità di segretario generale, a lui si può attribuire praticamente la diffusione dell’UDC nella Svizzera romanda. Mi ricordo la mia prima presenza al comitato nazionale. Mi ero avventurato in un intervento – non so più su quale argomento – nel mio tedesco piuttosto maccheronico, accompagnato dal sorriso compiacente di Gianfranco Soldati che la lingua la conosceva meglio di me ma che, forse per un certo timore riverenziale (era la prima volta anche per lui) non aveva preso la parola. Ueli Maurer mi ascoltò, non so con quanto interesse ma, alla cena comune venne al nostro tavolo a chiacchierare amichevolmente chiedendo lumi sull’andamento dell’UDC in Ticino. Fu l’inizio di una sincera amicizia che dura a tutt’oggi, della quale sono estremamente onorato. A lui fece seguito Toni Brunner, le cui capacità – ma anche un empatia contagiosa – ne fece un ottimo presidente. Anche con lui, i contatti sono rimasti e mi è capitato di portare dei gruppi di nostri membri presso la sua «Haus der Freiheit», il ristorante che gestisce con la moglie, Esther Friedli, a Ebnat-Kappel. Quindi, quattro anni di Albert Rösti, con un rapporto di cordialità ma non così stretto come con gli altri due, cui ha fatto seguito il quadriennio di Marco Chiesa, consigliere agli Stati e municipale di Lugano, primo Ticinese a ricoprire la prestigiosa carica. Con quest’ultimo ho condiviso la presenza in Consiglio comunale a Lugano e in Gran Consiglio, ed è senz’altro l’esponente della sezione ticinese che ha raggiunto i massimi vertici nel partito.
Infine, da quest’anno, Marcel Dettling. Pur dandoci del tu e chiacchierando saltuariamente del più e del meno, non posso dire di conoscerlo più che tanto. Mantenendo la mia funzione nel comitato nazionale, avrò senz’altro l’occasione d’incontrarlo e di approfondire il nostro rapporto.
… e un mito
Questo è senz’altro Christoph Blocher. Anche con lui, un rapporto cordiale, ma anche qualche divergenza di idee in comitato nazionale. Ovvio che il carisma del «tribuno di Zurigo» è tale che, al termine del dibattito, potevo essere contento se ottenevo un paio di voti oltre il mio. In alcune occasioni ho avuto il piacere e l’onore di averlo quale conferenziere in manifestazioni a Lugano e a Muralto e, ogni tanto, ho la sua disponibilità per qualche piccola intervista con «Il Paese».
Un bilancio positivo
Guardando retrospettivamente questi 25 anni, il bilancio che ne traggo è senz’altro positivo. In politica istituzionale, credo di aver dato quanto possibile a favore del paese, perlomeno dal punto di vista dell’UDC (non conto sul plauso della sinistra). Consigliere comunale, deputato in Gran Consiglio, membro della Direttiva e del Comitato nazionale, delegato all’assemblea nazionale, segretario cantonale, presidente del Distretto UDC di Lugano, se penso che sono entrato in politica attiva tardi, a 45 anni, non posso che essere soddisfatto del mio «cursus honorum». Certo, in mezzo a tante soddisfazioni, qualche sgambetto e qualche colpo basso ci sono stati. Ma non tali da perdere la fiducia nel partito, semmai qualche rammarico per la sopravvalutazione di taluni singoli individui.
Lascio quindi la funzione nelle mani che ritengo ottime di Maurizio Mistri, al quale esprimo i migliori auguri.
Da parte mia, finché la salute me lo permette, rimango sia nel comitato cantonale che in quello nazionale, sicuro che qualche ulteriore soddisfazione il partito me la darà, anche senza il mio apporto diretto.
Eros N. Mellini
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