Pubblicità: manna o maledizione dei giorni nostri?
Probabilmente, né l’una né l’altra, o forse tutt’e due. Per dirla con gli antichi: «in medio stat virtus» – la virtù sta nel mezzo. Come in tutte le cose, è l’abuso che la rende negativa.
La pubblicità alla TV
Negli anni della mia gioventù, quando si guardava praticamente solo la RAI – la TSI (oggi RSI) era agli albori – la pubblicità era circoscritta al solo mitico «Carosello» che, alle nove di sera segnava l’ultimo programma concesso a noi ragazzini prima di andare a letto. Più tardi vi si aggiunse «Tic Tac» alle 20.30 ma, comunque, tutta la pubblicità era concentrata su due lassi di tempo ben precisi poi, per il resto della giornata, i programmi erano trasmessi senza interruzioni. Erano gli anni di fine ‘50/inizio ’60.
Il primo approccio alle interruzioni dei programmi per degli spot pubblicitari lo ebbi al mio arrivo in Australia dove, seppure con molta moderazione rispetto a oggi, sul più bello del film, quando l’assassino ancora non identificato stava per pugnalare la protagonista …pof! Ti appariva un frigorifero o un’automobile o un pacchetto di sigarette, di cui si decantavano i pregi per alcuni minuti. Ovviamente, ci si abitua a tutto e, passata la sorpresa, trovai la cosa perfino comoda quando riuscii a coordinarla con l’espletamento dei miei bisogni fisiologici.
C’è da dire che a quell’epoca, le televisioni erano quasi tutte finanziate dallo Stato per cui l’introito della pubblicità era un «di più», benvenuto sì, ma non indispensabile per la sopravvivenza dell’emittente.
Ma poi vennero le TV private, in primis le reti di Mediaset in Italia, il cui finanziamento dipende quasi tutto dagli introiti pubblicitari, e fu l’inizio di una degenerazione che oggi riduce quasi i programmi a degli inserti più o meno interessanti, ma di secondaria importanza, fra due serie di spot pubblicitari.
La pubblicità finanzia per miliardi
L’economia – intesa come tutto quanto gira attorno al commercio e ai consumi – ha capito l’importanza della pubblicità per il marketing di qualsiasi prodotto e vi investe cifre miliardarie. È una catena le cui estremità si congiungono ridando inizio al circolo: l’economia investe nella pubblicità, i consumatori acquistano, l’economia guadagna e reinveste nella pubblicità. Con un sottociclo di tappe intermedie che definiscono come avviene l’investimento: l’economia crea eventi sportivi, culturali – o anche solo pseudo culturali, basta che creino audience – paga cifre astronomiche ai protagonisti di detti eventi, il pubblico paga i biglietti, rispettivamente compera i prodotti pubblicizzati dall’evento, l’economia incassa un sacco di soldi reinvestendone una parte finanziando altri eventi e pagandone ancora di più i protagonisti. E si ricomincia. Qualcuno dice che i contratti milionari dei campioni sportivi non sono giustificati se si pensa ai normali lavoratori che percepiscono un normale salario, ma non è vero. Perché sono proprio i secondi che, accorrendo in massa ad assistere – di persona o alla TV – rendono interessante l’investimento pubblicitario che permette l’ingaggio milionario dei campioni. Quindi… chi è causa del suo mal, pianga sé stesso, verrebbe da dire. Sono loro i veri sponsor delle manifestazioni più prestigiose, che l’economia offre loro a seconda della richiesta. Un pubblico esigente vuole assistere a gare sportive di livello sempre più alto? E allora paghi, per far sì che gli organizzatori possano pagare i migliori elementi a peso d’oro, garantendo così l’alto livello dello spettacolo.
L’era degli «influencer»
È un altro fenomeno pubblicitario diffusosi con l’evoluzione di Internet. Non è un untore che diffonde l’influenza, anche se un certo effetto di contaminazione a mio avviso ce l’ha. In teoria, ognuno di noi può diventarlo, basta procurarsi una «webcam» per la ripresa di noi stessi che parliamo, ci agitiamo o assumiamo pose bizzarre. Queste riprese vengono poi messe in rete Internet con programmi come Youtube, Facebook o Tik Tok, a disposizione di quanti ti illudi vogliano ascoltare le tue stronzate.
Ce n’è per tutti: dalla bella ragazza che si muove sculettando per mezzo minuto – avendo spesso il buonsenso di non aprire bocca – a quella che invece, rovinando la sua bella immagine, si sente in dovere di farlo, al caporedattore di un giornale, che tiene una rubrica regolare dicendo la sua su temi d’attualità. Alcuni di questi – affermati giornalisti come, per esempio, Vittorio Feltri o Marco Travaglio – vale la pena di ascoltarli, anche se non necessariamente ci si deve lasciare influenzare. Ma per la maggior parte si tratta di individui di un ego inversamente proporzionale alle loro capacità, convinti che il mondo sia in anelante attesa del loro Verbo. C’è pure qualche donna assurta – secondo Fcebook – al rango di personaggio politico che, con mossette vezzose e sguardo al cielo, dice peste e corna del partito avverso.
Il problema è che tutti loro ricevono un certo numero di «like» da parte dei cosiddetti «followers» (ammazza, quanti anglicismi!). E quando il numero di questi «like» raggiunge un livello interessante, ecco che diventa un veicolo pubblicitario interessante e che genera a sua volta soldi per il protagonista dello spot, il quale si fregia così del titolo di «influencer» e, in casi estremi, ne fa una professione ricavandone un lauto sostentamento.
È la società dei consumi, dell’indottrinamento di massa, del gregge a pensiero unico. Degli «influencer» che, come qualcuno ha giustamente fatto notare su Facebook, non esisterebbero se non ci fossero i «deficienter».
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