Zibaldone (di tutto un po’)

Nov 20 • L'opinione, Prima Pagina • 1505 Views • Commenti disabilitati su Zibaldone (di tutto un po’)

Dr. Gianfranco Soldati Presidente onorario UDC Ticino

Dr. Gianfranco Soldati
Presidente onorario UDC Ticino

Riferivo l’altro giorno i timori per l’attuale politica monetaria della BNS espressi da un esperto di politica monetaria tedesco, il Prof. Thorsten Polleit, su una “Schweizerzeit” dello scorso mese di maggio, con alcune mie attuali considerazioni personali.

Lo scorso 15 gennaio è stato abbandonato il tasso di cambio fisso euro-franco a 1,20, ma è evidente che gli acquisti sottobanco di euro, nel vano tentativo di impedire il rafforzamento cronico del franco svizzero, continuano. Come ulteriore misura di contenimento è stato introdotto il tasso d’interesse negativo sui depositi presso la banca centrale. Una misura che ha sollevato non poche critiche da parte di economisti che, mi sembra, sanno ancora distinguere il reale dal virtuale e che si distanziano ragionevolmente dagli apprendisti stregoni all’opera a Francoforte (nomen est omen, se riferito alla moneta svizzera). Chi deposita soldi a interessi negativi incassa perdite. Non vale  più la pena di risparmiare, i soldi disponibili vengono indirizzati ai mercati azionari (si spiega così l’abnorme scalata delle borse, solo parzialmente annullata dal crollo “made in China” di qualche settimana fa) e al mattone, creando bolle che prima o poi scoppiano, con i guai che ognuno ha avuto modo di sperimentare dal 2007 a tutt’oggi. La politica dei tassi di interesse negativi minaccia la saldezza del settore bancario e soprattutto di quello assicurativo e pensionistico, ma, qui ci risiamo, in un modo o nell’altro gli apprendisti stregoni delle banche centrali troveranno il modo di far pagare il conto dei loro “sballi” all’anello più debole e indifeso della popolazione: i risparmiatori in genere e i pensionati in particolare. Nihil novi sub sole! Per attutire gli effetti dei tassi d’interesse negativi gli assicuratori si rivolgono alle borse, le azioni crescono, tutti si rallegrano per i guadagni virtuali, e quando arriva l’inevitabile “crac” a piangere rimangono quelli che sono rimasti impigliati nelle reti. Che, come insegna l’esperienza, sono reti di un tipo speciale: lasciano passare tutti i grossissimi pesci, molti grandi pesci, ma trattengono i pesciolini. Il conto dello scoppio della bolla è salatissimo, per pagarlo sono necessari milioni di “irretiti”.

Che lo si voglia o no, le misure messe in atto dalla nostra BNS possono momentaneamente attenuare i problemi dovuti al franco forte, ma alla lunga non possono reggere. L’industria dell’esportazione, i cui responsabili adesso piagnucolano peggio dei contadini o di Dimitri quando è alla ricerca di sovvenzioni, ha già dimostrato nel passato di avere le qualità indispensabili per difendersi da sola. Il turismo fatica e faticherà di più, certo che se si fattura una brocca d’acqua di rubinetto a 9,60 franchi si deve avere l’acqua alla gola, ma l’industria alberghiera svizzera è sopravvissuta anche lei a tempeste di tutti i generi: un rimedio alla crisi attuale si troverà. Il franco, da parte sua, continuerà a rafforzarsi, vittima di quella che può venir considerata la sua malattia cronica: appunto il “rafforzamento spontaneo e naturale, per sua essenza”. Il solo reale rischio cui è esposto è quello di venir legato a una moneta nata morta (l’aborto del millennio) come l’euro. A legarlo per il momento è la BNS, ma l’economia reale è più forte dei legulei monetari. Il franco sopravvivrà anche alla loro disinvolta improntitudine.

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I cittadini di sinistra (parlo dei comuni cittadini, con qualche esperienza politica a livello comunale o di associazioni tipo patriziato o pompieri di città o di montagna, raramente fino al legislativo cantonale) credono di essere i soli a essersi accorti che il cosiddetto “finanzcapitalismo” è un’aberrazione tanto potente ed efficace quanto dannosa e ripugnante. È in pratica l’emanazione diretta del libero mercato  globalizzato. I segni del fallimento di questo mercato si fanno sempre più evidenti, le critiche e le denunce aumentano. A mia conoscenza, Luciano Gallino, uomo di sinistra quasi estrema, è stato uno dei primi a denunciare questa mostruosa congerie di cupidigia, fatta ragion di vita dai suoi principali attori. Le ha imposto il nome di “Finanzcapitalismo”, un complesso di manovre grazie alle quali i “bankster” sono riusciti a creare denaro fasullo dal denaro virtuale, arrivando anche ad annullare i tassi di interesse corrisposti al denaro vero, quello guadagnato con il lavoro e la vendita di beni o servizi e conseguente risparmio.

Michael Ignatieff, un filosofo, storico e politologo canadese, di lontane origini russe (è figlio di un ambasciatore canadese a Mosca), a questa forma aberrante di attività finanziaria ha dato il nome di “Capitalismo autoritario”, definendolo poi come primo concorrente e nemico della democrazia liberale. Lo scorso mese di settembre, in un lungo intervento (4 pagine) sulla “Weltwoche” ha dato la sua versione esplicativa dei fatti caotici che stiamo vivendo. Partendo dalle 298 vittime sfortunate dell’abbattimento dell’aereo malese nell’Ucraina dell’Est, di cui sembra incolpare almeno indirettamente Putin, e risalendo poi fino all’infausto accordo Sykes-Picot del 1916, concluso tra Francia e Gran Bretagna, potenze coloniali che volevano appropriarsi dei resti dell’oramai defunto impero ottomano, lo storico canadese passa in rivista i focolai di crisi attuali. Per la prima volta nel mondo ci troviamo di fronte a uno stato terrorista, l’IS, che possiede carri armati, pozzi di petrolio e un territorio espropriato con la violenza per costituirvi un nuovo califfato che si propone di conquistare e annientare il resto del mondo. Il tutto in un intricatissima accozzaglia di interessi americani, cinesi, russi e anche giapponesi, con la Turchia dell’autocrate Erdogan, aggiungo io, che rischia di rimaner stritolata in questa contesa tra i grandi. L’UE, aggiungo ancora, povera orfanella, sta a guardare attonita e piangente, incaricata dalla potenza egemone di accogliere i poveri migranti che la stessa potenza ha spinto, disperati, a traversare il Mediterraneo su gommoni ad autoaffondamento certificato. È dell’altro ieri (scrivo il 30 agosto) la notizia che adesso per i migranti si è aperta la via di terra (Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Austria e poi approdo nei paesi con le più generose prestazioni sociali per gente che in stragrande maggioranza un posto di lavoro decente in Europa non lo troverà mai). Percorso anche questo pericoloso, subito il primo giorno 71 poveri diavoli, tra cui 4 bambini, “attinti” da una fine orrenda in un TIR abbandonato sui bordi della strada. Nel frattempo le speranze suscitate dalla “primavera nordafricana” si sono disciolte come neve al sole di questa torrida estate, con il solo risultato pratico di aver abbattuto l’unico muro vero, quello libico, che ostacolava la fiumana migrante che adesso minaccia di sommergerci. Con la diffusione di Internet, il traffico aereo oramai totalmente globalizzato, Gucci a Shanghai e BMW a Mosca, dice Ignatieff, avevamo creduto che il mondo si avviasse a una crescita pacifica e consensuale. Abbiamo pensato, commettendo l’errore dei nostri nonni del 1918, che l’economia avrebbe preso il definitivo sopravvento sulla politica, mettendo i paletti alle rivalità delle grandi o quasi grandi potenze. Purtroppo è accaduto che il capitalismo, lasciato libero di operare in mano ai mostri di cupidigia detti anche “bankster”, invece di scegliere la strada della libertà e dell’indipendenza dei popoli abbia scelto quella della cupidigia, del predominio e della prevaricazione.

Vedremo prossimamente altre considerazioni sulle conseguenze della collisione “tettonica” in atto tra economia e politica.

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