Una democrazia incomprensibile

Feb 19 • L'editoriale, L'opinione, Prima Pagina • 11 Views • Commenti disabilitati su Una democrazia incomprensibile

Eros N. Mellini

Per noi Svizzeri, abituati fin dalla nascita alla sistematica consultazione popolare, a una stabilità di governo incrollabile nonostante non manchino le divergenze d’opinione, il teatrino della politica che ormai da anni affligge la vicina repubblica risulta incomprensibile. Che un uomo solo, il presidente, abbia il potere – addirittura ancorato nella Costituzione – di aggirare le maggioranze uscite dalle urne per affidare l’incarico di costituire un governo a chi gli pare e piace, è ai nostri occhi semplicemente assurdo. Da noi non esiste nemmeno il presidente della Confederazione, infatti, tale titolo è erroneamente attribuito a quello che, a rotazione, ogni anno è eletto presidente non della Confederazione, ma del Consiglio federale. Nei miei 73 anni di vita, non mi risulta d’avere mai assistito a una crisi di governo, anche se non nego che – specialmente negli ultimi anni – questa ipotesi non mi sarebbe del tutto dispiaciuta. Ci mancherebbe poi che, ogni volta che le sue decisioni sono smentite dal popolo, o anche solo dal parlamento, il Consiglio federale debba dare le dimissioni in corpore. Non che da noi la volontà popolare non venga – purtroppo sempre più spesso, da quando gran parte della Berna federale s’è convertita al “sacro europeismo” – aggirata ma, tutto sommato, si tratta ancora di un fenomeno limitato e ancora ben lungi dalla deriva che le cose hanno ormai irreversibilmente (salvo un miracolo dell’ultimo minuto) imboccato in Italia.

12 presidenti della Repubblica per 66 governi

Cito da Wikipedia: “I presidenti del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana, dalla sua proclamazione (1946, NdR) sino a oggi, sono stati 29 e hanno presieduto complessivamente 66 governi.”

Francamente, non ho avuto la pazienza di andare a spulciare quante presidenze del governo abbiano portato a termine la legislatura ma, leggendo di governo Berlusconi IV, Moro V, Fanfani VI, Andreotti VII – intendendo le volte che questi personaggi hanno assunto la carica – è lecito pensare che non siano molti quelli rimasti in funzione per i 5 anni canonici.

La situazione attuale

A mio avviso, il difetto maggiore del sistema politico italiano è che, quando viene smentito dal parlamento su una singola proposta, il governo non si limita – come in Svizzera – a ritirarla e rielaborarla nel tentativo di ottenere una maggioranza a favore, bensì pone la questione della fiducia. Altrettanto, i leader dei partiti politici minacciano l’uscita dal governo qualora la loro linea non venga accettata, il che è praticamente lo stesso. In altre parole, si minacciano le dimissioni qualora il progetto non venga approvato. Un po’ come il furbastro di turno che, contando su quella che pensa essere la sua indispensabilità, inoltra le dimissioni sicuro che non saranno accettate. Quando poi, a sua sorpresa, vengono accolte favorevolmente, gli casca il mondo addosso e tenta in tutti i modi di rientrare. È quanto è successo a Matteo Salvini nell’agosto del 2019, quando diede il via alla crisi di governo contando che si sarebbe andati alle urne, dalle quali sarebbe uscito un risultato favorevole al suo partito. Ma, grazie al potere costituzionale di un presidente della Repubblica al quale, presumibilmente, non è che la Lega Nord susciti particolari orgasmi, il governo fu affidato di nuovo a Conte, il quale ha così potuto continuare la sua criticabile (secondo Salvini… e molti altri) politica senza avere fra i piedi un ministro rompiballe. E Salvini fu estromesso.

Adesso è stato Renzi a far saltare il governo, e da Salvini mi sarei aspettato che si unisse alla posizione dura e coerente della sua alleata Giorgia Meloni Fratelli d’Italia) bocciando qualsiasi tentativo di Mario draghi di comporre un governo contando, questa volta con maggiori probabilità, di arrivare alle elezioni anticipate da cui l’alleanza di destra avrebbe solo da guadagnare.

Il bene del paese prima di quello del partito? Tutte balle!

Mentre Giorgia Meloni, con encomiabile coerenza, ha escluso la partecipazione di Fratelli d’Italia a un governo Draghi, Salvini ha optato, dapprima per una posizione possibilista, poi per l’appoggio della Lega Nord al governo, in cambio di qualche seggio più o meno importante. Per giustificare questo palese voltafaccia, ha addotto pomposamente la priorità del bene del paese su quello del partito.

Vorrei sbagliarmi, ma a me viene invece da sospettare che abbia imparato – mangiandosi le unghie – dall’esautorazione di fatto di un anno e mezzo fa e, non essendo più così sicuro che delle elezioni oggi gli confermerebbero il ruolo di leader del centrodestra italiano (non dimentichiamo che la sua alleata, Giorgia Meloni, con i suoi Fratelli d’Italia, sta veleggiando con il vento in poppa), sia disposto anche a inghiottire qualche boccone amaro (come la convivenza con partiti che nel 2019 gli hanno fatto le scarpe), pur di riottenere un potere che, se ben sfruttato, gli permetterà di arrivare a fine legislatura con un’immagine più accattivante.

Parliamoci chiaro: al di là dell’eventuale brama di potere, ogni partito è convinto di avere la ricetta giusta per il bene del paese, e quindi quest’ultimo è condizionato dalla possibilità di imporre la propria linea politica, non dalla condivisione di politiche cui si è ostili perché considerate dannose. Anche se compensata parzialmente da un limitato potere nell’ambito di singoli dipartimenti. E quindi, per chi vi milita con onestà, il bene del partito È IL BENE DEL PAESE.

L’ennesimo pateracchio

Al momento di scrivere questo articolo, il governo Draghi deve ancora ottenere la fiducia del parlamento, ma tutto lascia pensare che si tratti di una pura formalità. Ma, dato per scontato l’appoggio della Lega Nord, credo che all’elettorato di Salvini avrebbe fatto più piacere un chiaro NO, volto a ottenere le elezioni anticipate, dalle quali emergerebbe, secondo me, un chiaro successo del centrodestra. Il che permetterebbe un governo del paese supportato da una chiara maggioranza del parlamento ma, soprattutto, della popolazione.

Un ulteriore governo di transizione, tecnico o politico che sia, è soltanto un ennesimo pateracchio che certamente non fa ben sperare per l’Italia.

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