Una chiacchierata con Alberto Siccardi, fondatore e presidente di Medacta international

Mag 31 • Dal Cantone, L'opinione, Prima Pagina • 40 Views • Commenti disabilitati su Una chiacchierata con Alberto Siccardi, fondatore e presidente di Medacta international

Medacta ha recentemente celebrato il suo 25° anniversario organizzando il 10° Simposio internazionale M.O.R.E. che ha avuto luogo a Lugano dal 15 al 19 aprile 2024. Con i suoi oltre 1200 partecipanti da tutto il mondo, il simposio costituisce uno dei maggiori eventi congressuali del cantone. Attiva nel settore della chirurgia ortopedica e della colonna vertebrale, l’azienda ha raggiunto un altissimo livello di qualità e rappresenta un fiore all’occhiello dell’industria ticinese. Il giubileo è stato celebrato non solo con l’evento di Lugano ma, in contemporanea, con tutta una serie di eventi anche negli USA, in Australia e in Giappone.

A seguito dell’evento, Alberto Siccardi è stato cortesemente disponibile per quella che, dato il rapporto di amicizia che ci lega da quasi quattro decenni, più che un’intervista preferisco chiamare una chiacchierata alla buona fra amici di lunga data.

I.P.: Caro Alberto, innanzitutto qualche precisazione di carattere personale: il Tuo percorso professionale, come, perché e quando arrivi in Svizzera. Da dove l’idea di fondare Medacta International?

A.S.: Come sempre tanti fattori concomitanti hanno contribuito a farmi decidere per la fondazione di quella che sarebbe stata la seconda impresa della mia vita. Avevo appena venduto la Bieffe Biochimici Firenze alla multinazionale Baxter di Chicago, la famiglia aveva deciso cosi per proteggere il bimbo orfano di mio fratello, appena deceduto in un incidente stradale. Avevamo un capitale disponibile sempre dalla cessione della Bieffe, io avevo solo 50 anni e quattro figli ragazzi, che non potevano vedermi vivere senza fare niente, ne sarebbe uscito un pessimo esempio di vita, da nababbo fannullone. Da ultimo, cado arrampicando in montagna e mi devo sostituire prima una e poi l’altra anca e, vagando negli ospedali come paziente ortopedico, intravedo la opportunità di investire in questo settore.   

I.P.: Qualche dato sull’azienda: struttura, dimensioni, localizzazione in Ticino? Quanto personale impiegato all’inizio e quanto oggi nelle sedi di Castel San Pietro e Rancate?

A.S.: Una start up in ortopedia, che deve iniziare una produzione di cui non sa niente, un marketing e sviluppo di cui sa ancor meno, paga care queste mancanze di conoscenza e ho perso 30 milioni di franchi in tre anni. Poi siamo decollati. Stabilimento a Castel San Pietro, un direttore tecnico francese che viene dalla concorrenza, un direttore commerciale francese, un giovane direttore ticinese dello sviluppo e mio figlio Francesco, con cui ho costruito un team dirigenziale che ha capito come gira questo business. 50 persone iniziali, oggi 2500 nel mondo, di cui 1200 in Ticino e il resto in 57 Paesi. Non vendiamo niente in Cina, molto in USA, Europa, Australia e Giappone. Oggi tutti e tre i miei figli, un quarto è mancato come sai, lavorano in piena armonia coprendo le funzioni aziendali importanti, io sono solo il Presidente ma non operativo.   

I.P.: Quale lo sviluppo all’estero?

A.S.: Abbiamo una decina di filiali fra cui la più importante è in USA, Nashville, con 200 persone, Giappone, Europa e Australia e tanti distributori. Cresciamo velocemente grazie ai 70 ingegneri che, collaborando con centinaia di chirurghi, spingono l’innovazione di prodotto e di tecniche operatorie, rendendo Medacta interessante per gli ospedali e i chirurghi.

I.P.: Dal 2019 Medacta è quotata in borsa. Puoi spiegare a noi  profani cosa esattamente ciò significhi in termini economici, ma anche di immagine e prestigio, nonché dell’impegno supplementare che ciò comporta rispetto a prima? Non abbiamo dati precisi, ma supponiamo che non siano molte le aziende ticinesi quotate in borsa.

A.S.: Abbiamo venduto in borsa e messo sul mercato il 30% del nostro capitale, anche per mitigare il rischio famiglia, in questo settore molto pericoloso, dove se sbagli paghi, quando sei chiamato a rifondere il danno personale ai clienti che ti denunciano, specie in America. Essere in Borsa a Zurigo implica una lunga serie di formalità e adempienze formali, che richiedono tempo e lo sottraggono al lavoro importante. Ma è la legge.  

I.P.: Un fatto poco noto è che, oltre all’attività industriale, Medacta è attiva in numerose opere benefiche tramite la Fondazione «Medacta for life». Ce ne vuoi parlare?

A.S.: Qui mia figlia Maria Luisa è responsabile di attività molto belle, un asilo nido con 200 bambini, che li segue fino alla fine delle elementari, vari interventi nel sociale anche in Ticino dove si aiutano i bimbi o ragazzi che hanno una famiglia difficile, qualche intervento in Africa dove promuoviamo gli interventi operatori ortopedici di chi non ha i mezzi per curarsi. Siamo grati a mia figlia e fieri del fatto che nessuna mamma abbia deciso di lasciare il lavoro presso di noi a causa della sua maternità. È facile lavorare e portare il bebè all’asilo nido che è vicino e la madre si sente protetta.

I.P.: La Tua carriera professionale Ti ha visto attivo in Italia e in Svizzera – oltre che nel resto del mondo, ovviamente – ma vorremmo sapere quali sono le differenze più importanti che, secondo la Tua esperienza, esistono per un imprenditore, fra il Tuo paese d’origine e quello d’adozione.

A.S.: In 40 anni, sono arrivato nell’80, il mondo è cambiato. Era impossibile a quel tempo pagare una semplice commissione all’estero perché si sospettava fosse una esportazione illegale di denaro. Inoltre avevo vissuto e lavorato in Italia negli anni ‘70, post ’68, e avevo sofferto un sindacato comunista insopportabile. Oggi in Italia tutto ciò è passato, ma le difficolta burocratiche e il problema della sicurezza personale sono cresciuti e diventati intollerabili. Ecco le due differenze che mi fanno vivere bene in Svizzera. Sicurezza e pace sociale. Speriamo che continui così.

I.P.: Come trovi la piazza industriale ticinese? Quali, secondo Te, i margini di manovra della politica per migliorare le condizioni-quadro al fine di rendere il cantone più attrattivo per l’imprenditoria? In che modo, dal Tuo punto di vista, la politica potrebbe essere d’aiuto?

A.S.: Sappiamo entrambi che il Ticino non è fiscalmente attraente, è al penultimo posto. A parer mio, e non solo mio, due sono i fattori che lo rendono tale. Contro una media nazionale del 40% della popolazione che lavora nel pubblico, il Ticino è al 53%. Spesa corrente galoppante. E poi c’è una faciloneria incredibile nell’aumentare il debito con investimenti pubblici che, abbinata al disavanzo annuale che si aggiunge ogni anno, porta il debito pubblico a livelli stratosferici. E non si vede un cambio di atteggiamento.

I.P. Un appunto che il pubblico ticinese fa spesso all’imprenditoria locale è quello di sfruttare il potenziale di manodopera straniera a prezzo più vantaggioso, a scapito dei lavoratori indigeni che – dato il costo della vita più elevato rispetto all’Italia – non possono accettare le stesse condizioni salariali, rimanendo così disoccupati. Se si pensa che dai poco meno di 35’000 frontalieri (perlopiù nei settori primario e secondario) che si registravano nel 2002, prima dell’entrata in vigore della libera circolazione delle persone, si è passati al più recente dato pubblicato ufficialmente di 78.735 unità, è difficile dargli torto. Come rispondi a questa critica?

A.S.: Risposta in dettaglio. Primo impiego non qualificato, magazziniere ad esempio, un ragazzo residente, prende 500 franchi al mese – quindi 6500 franchi all’anno – in più dello stipendio fissato per legge di 3200 franchi al mese, che tale invece rimane per un frontaliere.

Primo impiego laureato: un ingegnere svizzero non lavora per meno di 4500 franchi al mese al primo impiego, un italiano si accontenta di meno. Abbiamo comunque molti ingegneri svizzeri perché dopo qualche anno di esperienza vale la capacità di lavoro, che si valuta più o meno.

Sono anni che ci battiamo perché la politica si impegni a modificare la formazione dei giovani residenti secondo la domanda delle imprese locali, perché qui mancano certe lauree. Inoltre si dovrebbe combattere la facilità a entrare in disoccupazione, in altri cantoni non è cosi. Discorso lungo.

Noi teniamo le statistiche dei residenti, svizzeri e non, che fanno domanda di lavoro quando pubblichiamo la nostra ricerca di personale. Informiamo per lettera chi non ha i requisiti, intervistiamo quelli che li hanno dando loro la precedenza, e mettiamo in un dossier «serbatoio» quelli che li hanno e potrebbero essere richiamati alla prossima occasione. Molte domande non hanno fondamento, chi ha studiato musica e chi la contabilità quando cerchiamo un ingegnere.

Ma i residenti hanno la precedenza. Non abbiamo bisogno di risparmiare pochi franchi al mese.

Credo invece che bisognerebbe essere attenti ai professionisti della disoccupazione, specie quando sono giovani. Ma, come già detto, è un discorso lungo.

I.P.: Nel Tuo recente passato non è mancato anche qualche discesa nell’agone politico. Oltre che sostenere fattivamente l’attività partitica e politica dell’UDC, sei anche stato candidato al Gran Consiglio e al Consiglio nazionale. Cosa Ti ha lasciato questa esperienza? Un bilancio positivo, neutro o negativo?

A.S.: Impegnato nel mio lavoro come ero, mi sono presentato per attirare i voti degli Italiani al mio partito, l’UDC. Non avrei potuto lavorare e fare politica.  

I.P.: Infine, qualche parola sul nostro paese. Da svariati decenni ormai sei qui, hai acquisito la cittadinanza svizzera, la Tua quotidianità la vivi in Ticino. Come Ti trovi? Pregi e difetti?

A.S.: Domanda facile facile. Ho già formulato alcune riserve sulla fiscalità e la gestione economica del nostro cantone, ma il resto della vita in Ticino è un dono del destino. Se ho dato lavoro e tasse al Ticino, ne sono stato ricambiato in modo più che soddisfacente. Non si può non amare il Ticino.

I.P. Caro Alberto, grazie per la Tua disponibilità, complimenti per i traguardi raggiunti e auguri per il futuro Tuo e di Medacta.

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