Un requiem per la «viticoltura storica»?

Nov 26 • Dal Cantone, L'opinione, Prima Pagina • 171 Views • Commenti disabilitati su Un requiem per la «viticoltura storica»?

Rolando Burkhard – Maggia/Berna

Con grande interesse ho letto l’articolo di Graziano Carrara, presidente della Federviti Locarno e valli, «Un disastro annunciato», pubblicato nell’«Agricoltore ticinese» no. 44 del 5.11.2021, nel quale dipinge un quadro assai pessimista del futuro della viticoltura storica. Leggendolo, mi è parso di rileggere il libro di Plinio Martini «Requiem per Zia Domenica».

Come non condividere pienamente le preoccupazioni di Carrara e le sue tetre prospettive per il futuro della viticoltura periferica collinare, anzitutto vallerana (i cosidetti «ronchi»)? Purtroppo, sono la realtà. Chi vi parla è un anziano viticoltore non-prof che ancora, con grandi sforzi, tenta di mantenere dei ronchi in Valmaggia.

I problemi esposti da Carrara noi viticoltori li viviamo quasiché tutti nel loro insieme, anche quelli da lui non menzionati, quest’anno in modo ancor più del solito. Sono molteplici: il clima vieppiù problematico (si susseguono le stagioni con grandi irregolarità climatiche), la continua inarrestabile invasione cronica di ungulati che danneggiano o addirittura annientano viti e raccolto, i problemi con i boschi che circondano i vigneti, i grandissimi problemi fitosanitari in costante aumento per via di continue nuove sfide fungine (come se non fossero bastati la filossera, l’armillaria mellea, la peronospora, l’oidio, il Black Rot e via dicendo, adesso vi è anche la Florescenza Dorata FD) oppure per via della continua apparizione di nuovi insetti dannosi (come per esempio il vettore della FD, oppure il moscerino del ciliegio, la Drosophila Suzukii DS).

Problemi che necessitano costantemente ulteriori trattamenti fitosanitari o ulteriori misure di protezione. S’aggiunge il fatto che, secondo le mie esperienze, i prodotti fitosanitari disponibili non hanno più quello stesso effetto protettivo come anni fa. Per ottenere lo stesso effetto protettivo d’allora ce ne vuole almeno tre volte di più in quantitativi e in frequenza dei trattamenti (il che, nell’insieme, non diminuisce il presunto inquinamento). E non basta imporre dei corsi per l’utilizzo dei prodotti fitosanitari con esame finale obbligatorio per poter acquistarli, poiché non cambiano niente del problema (da quello che vedo, i viticoltori, perlopiù prof, che dispongono di questo «diploma», quest’anno non hanno avuto meno problemi di quelli senza diploma).

Dunque, non c’è da chiedersi troppo perché molti piccoli viticoltori, spesso in età, abbandonino, rassegnatamente dicendosi: «Ma chi me lo fa fare?». E chi può meravigliarsi che questi viticoltori non trovino alcun successore più giovane per continuare, perché le prospettive economiche rimangono disastrose (con i bassi prezzi pagati dalle Cantine per l’uva, come piccolo viticoltore periferico con lavoro prevalentemente manuale e non meccanizzato, non si riesce nemmeno a coprire le proprie spese, anche calcolando quasi a zero il proprio lavoro).

Ma che cosa bisognerebbe fare? Non mancano le posizioni ufficiali che dicono quanto sia importante mantenere i ronchi, questo importante patrimonio viticolo economicamente per niente interessante, ma di grande valore paesaggistico, culturale e anche turistico. Ma sono solamente parole, parole, parole… e non ne risulta mai alcunché di sostanzioso.

Sia chiaro: contro i crescenti maltempi climatici, da parte delle autorità competenti vi sarà poco da fare. Contro l’invasione di nuove malattie fungine e nuovi insetti nocivi tantomeno, a parte i regolari avvertimenti. Il prezzo dell’uva dipende dell’esigenza del mercato (con cantine piene e prezzi d’importazione di vini esteri a prezzi stracciati, e molti ristoranti che preferiscono offrire quelli piuttosto che prodotti nostrani che costerebbero qualcosa di più), e il delicato problema della successione per il mantenimento dei vigneti è e deve necessariamente rimanere una questione di decisioni private.

Dunque, cosa fare ? Le possibilità delle autorità rimangono limitate. Ma che almeno si faccia qualcosa laddove mi pare possibile poter rendere meno complicato il difficile lavoro dei viticoltori. Per esempio, rivedere seriamente la legislazione sulla caccia, per facilitare l’allontanamento dei dannosi ungulati. O rivedere l’applicazione della legislatura forestale federale per concedere più libertà di combattere l’inforestamento. O sussidiando ulteriormente l’offerta di prodotti vinicoli nostrani nei ristoranti, per renderli più concorrenziali. Potrei facilmente aggiungere altre proposte.

Ebbene, come ci dice Carrara nel suo articolo in AT, vi è uno studio commissionato dalla Federviti al WSL. Benvenga questo studio, non è per niente il primo in materia, e speriamo che possa finalmente servire per invertire la nefasta tendenza. Altrimenti, viveremo fra breve tempo un vero e proprio requiem per la «viticoltura storica». Zia Domenica si rigirerebbe nella sua tomba.

 

Comments are closed.

« »