Un po’ di umorismo tennistico

Apr 29 • L'opinione, Prima Pagina, Sport e Cultura • 311 Views • Commenti disabilitati su Un po’ di umorismo tennistico

(enm) Nel lontano 1977, mi divertii a collaborare con il mitico «Eco dello Sport» pubblicando una breve serie di racconti satirici scopiazzando, lo confesso, un po’ lo stile di Paolo Villaggio, il cui ragionier Fantozzi andava allora per la maggiore. La pagina, curata dal compianto Rolly Masera, era dedicata al tennis e quindi anche detti racconti erano ambientati in un club di tale sport – ambiente nel quale ero peraltro vissuto fin dalla prima infanzia e che conoscevo quindi molto bene.

Le avventure tragicomiche di G.C. – al secolo Gino Ciarconazzi – era una serie di storielle ispirate alla vita corrente nei vari club del cantone nelle quali la fantasia supera spesso la realtà al fine di renderne piacevole la lettura, ma non per questo bisogna pensare che i fatti descritti siano pura fantascienza. Seppure ovviamente gonfiati fino all’assurdo, tanti aneddoti hanno un fondo di realtà.

Ho riscoperto questi articoli quasi per caso, ma ritengo siano ancora di attualità. Tuttavia, per afferrarne le sfumature, bisogna ricordarsi che il tennis descritto è quello degli anni ’70, quando le racchette erano ancora solitamente in legno, con ovale piccolo e cordaggio in budello. Il formato «midi» non esisteva ancora,  facevano le loro prime apparizioni i «racchettoni» dall’ovale esagerato e le prime racchette in metallo.

Ho pensato di riproporli ne «Il Paese» certamente senza pretendere di competere con il mitico Fantozzi, ma nella modesta speranza di strappare un sorriso ai nostri lettori. Buona lettura!

L’importanza della racchetta

Gino Ciarconazzi era un serie D piuttosto scasso, il classico «brocco» per intenderci. Impiegato d’ufficio, lavorava più per passare il tempo che per reale bisogno, giacché dal padre aveva ereditato un certo capitale che gli assicurava una rendita più che sufficiente ad assicurare a lui e alla moglie Cornelia una vita che si potrebbe definire agiata.

A trentadue anni gli era venuta la passione per il tennis e ci si era buttato a capofitto prendendo due lezioni settimanali dal «maestro» del circolo di cui era entrato a far parte. Adesso, dopo un inizio piuttosto tragico, era arrivato, come dicevo più sopra, a giocare a un livello che gli permetteva di sfogarsi con qualche partita all’ultimo sangue con altri soci della sua forza, conosciuti in un torneo a coppie incognite[1]. Ma un malaugurato giorno gli venne in mente d’iscriversi a una gara di singolare a livello regionale. Attese con ansia il sorteggio che lo vide contro tale Bernasconi, categoria C di un club vicino e che aveva visto giocare in Interclub[2]. Giunto il momento fatidico scese in campo con la sua racchetta Lacoste di metallo ultimo modello, quella con quella specie di tappo fuoriuscente dal manico, che un abile venditore di un grande magazzino in Italia era riuscito a vendergli (non è vero che i grandi magazzini abbiano solo roba di bassa qualità). Perse il primo «set» per 6-4, lottando come un  pazzo e rompendo una corda della sua racchetta.

Un amico gli prestò allora una Dunlop di legno e con quella vinse la seconda e la terza partita. Una cosa non sapeva però il nostro Gino, e cioè che il Bernasconi era alla sua prima uscita dopo una convalescenza di un anno e mezzo dovuta a una fortissima epatite virale. Lui,  purtroppo, si convinse che tutto fosse da attribuire al cambio di racchetta. Perciò corse al più vicino negozio di articoli sportivi e acquistò due Dunlop di legno che gli furono preparate per il giorno dopo quando, al secondo turno, perse contro uno dei suoi avversari abituali. Il Ciarconazzi non ci si raccapezzava più. L’aveva sempre battuto con l’altra racchetta.

Si consigliò con il venditore di articoli sportivi il quale, dicendogli che con il suo gioco da fondo campo gli occorreva qualcosa di più pesante «in testa», riuscì a rifilargli due Davis del modello più costoso. Con queste vinse alcune partite e ne perse altre, come aveva sempre fatto, ma ormai si era fissato.

Doveva trovare la racchetta adatta a lui, al suo tipo di gioco, insomma quella che lo facesse giocare bene. Cominciò a provare tutte quelle degli amici e conoscenti del club. Passò così dalla Head di metallo alla Donnay in resina epossidica, dalla Fischer al boro alla Wilson di legno e, ogni volta che vinceva un incontro, si convinceva di aver trovato l’arma giusta e correva ad acquistarne definitivamente un paio. Cambiò pure gli abbinamenti cordatura-telaio usando tutti i tipi di cordaggi sintetici e di budello, ma il risultato era sempre lo stesso. A volte vinceva, a volte perdeva, ma il suo livello di gioco non migliorava.

Poi, un’osservazione fatta da un vecchio maestro di tennis a un ragazzo che, dopo avere sbagliato un colpo guardava la sua racchetta quasi volesse attribuire a questa la colpa del suo errore, gli diede da pensare. Sorseggiò il suo aperitivo continuando a rimuginare su quello che aveva detto il vecchio. Costui aveva osservato: «È inutile guardare la racchetta, guarda te stesso!». C’era qualcosa di saggio in questa massima, ricordava un po’ quella del saio e del monaco. L’avrebbe provata la sera stessa in una sfida che aveva con il numero uno del circolo. Lui aveva appena ricevuto il «racchettone» Prince, l’altro avrebbe giocato con una padella vera.

Perse al «tie-break» sul secondo set e dovette pagare una cena a tutti i presenti che erano una trentina. Ma il Gino era contento lo stesso. Si era liberato da un incubo. Ora è sereno. Ha scelto nella sua collezione le due racchette che esteticamente gli piacevano di più, e gioca sempre con quelle. Le altre le ha regalate ai ragazzi. Ha definitivamente rinunciato a migliorare il proprio livello artificialmente ed è tornato alle sue sfide con i suoi soliti amici. Qualche volta vince, qualche volta perde, ma non gli importa, va bene così

 

[1] Torneo di doppio in cui le coppie venivano sorteggiate dopo ogni partita. Era in uso soprattutto durante la stagione invernale nei pochi club che disponevano del «pallone» (copertura aerostatica dei campi), per far conoscere fra loro i frequentatori invernali molti dei quali provenivano da club che si limitavano all’attività estiva.

[2] Campionato a squadre a livello cantonale e nazionale.

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