Un “pizzo” da 1,3 miliardi di franchi

Dic 13 • L'editoriale, Prima Pagina • 372 Views • Commenti disabilitati su Un “pizzo” da 1,3 miliardi di franchi

Eros N. Mellini

Il pizzo, nel gergo della criminalità mafiosa italiana, è una forma di estorsione praticata da Cosa nostra che consiste nel pretendere il versamento di una percentuale o di una parte dell’incasso, dei guadagni o di una quota fissa dei proventi, da parte di esercenti di attività commerciali e imprenditoriali, in cambio di una supposta “protezione” (termine generale identificativo di tale tipo di estorsione) dell’attività. (Wikipedia)

Passata la festa, gabbato lo santo. Mai tale proverbio fu più azzeccato, se riferito al comportamento pre-elettorale di PLR, PPD e PS in materia del versamento di 1,3 miliardi di franchi al fondo di coesione dell’UE. Infatti, temendo le ripercussioni negative sulle elezioni di ottobre di un loro schierarsi a favore di questo sperpero, avevano rimandato il dibattito con argomenti speciosi e, in particolare, con il pretesto di aver bisogno di informazioni supplementari da parte del Consiglio federale. Purtroppo, l’UDC è stata la sola a denunciare questo tentativo di ingannare gli elettori. Ma ora, passata la buriana quadriennale del rinnovo delle Camere, ecco che, puntualmente, i timori espressi dall’UDC si rivelano essere stati più che fondati, e la maggioranza del Consiglio nazionale ha approvato il pagamento del “pizzo” a Bruxelles. L’ha si fatto con la condizione che l’UE rinunci ai suoi atteggiamenti discriminatori nei confronti della Svizzera ma, in pratica, a Bruxelles basterà concedere di nuovo l’equivalenza borsistica – il cui rifiuto, peraltro, sembrerebbe essere stato controproducente per l’Unione europea più che dannoso per la Svizzera – perché il “pizzo” sia puntualmente pagato. Ma è solo fumo negli occhi. Infatti, l’UE discrimina la Svizzera in molti altri settori, per esempio in materia d’importazioni di acciaio, di imposizione dei frontalieri e, ben presto, di importazione di medicinali. Inoltre, l’UE rifiuta di aprire negoziati sull’accordo di libera circolazione delle persone, benché il testo di questo trattato preveda un impegno in questo senso. Ma tant’è, l’accondiscendenza della Berna federale non è dettata tanto dalla volontà di migliorare le opportunità della Svizzera sul mercato europeo, quanto dal timore (terrore?) di rappresaglie da parte dell’UE. Esattamente come nel caso della mafia, il pagamento del “pizzo” – e, del resto, quasi tutte le concessioni finora fatte a Bruxelles a scapito della nostra indipendenza e della nostra libertà – è volto a ottenere la “protezione” dell’UE dalle sue stesse rappresaglie. Un’ulteriore estorsione che, se si cede al ricatto, non farà che peggiorare la situazione e aprire la strada a pretese sempre più esose.

Fondi ebraici e vertenze fiscali

Eppure, la Svizzera non è nuova a queste pressioni ricattatorie e dovrebbe aver imparato la lezione. Negli anni ’90 con i fondi ebraici in giacenza, quando cedette agli Stati uniti e UBS e CS furono praticamente costretti a pagare un miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari (a quel tempo 1,8 miliardi di franchi) a delle organizzazioni ebraiche statunitensi, denaro da cui, pare, le vittime dell’Olocausto attinsero quote ben inferiori a quelle percepite dai loro “idealisti e disinteressati” avvocati.

Questo fu il colpo che ruppe la serratura – nel senso che dimostrò la debolezza e la disponibilità al ricatto della Svizzera (o meglio, dei suoi governanti) – dando il via agli scossoni che avrebbero scardinato l’intera porta. Cedendo una volta di più alle pressioni esterne di USA, UE e OCSE, si rinunciò al segreto bancario che era stato fino ad allora il pilastro a difesa dalle continue richieste di dati che lasciassero emergere il benché minimo sospetto di evasione fiscale (non perseguibile penalmente in Svizzera) da parte di clienti stranieri delle nostre banche. Conseguenza: cause penali intentate negli USA che costarono alla fine circa 8 miliardi di franchi ai nostri istituti bancari. Si è così sparsa la voce che “con la Svizzera, basta fare la voce grossa, e quella paga”. Un atteggiamento pusillanime e privo di dignità che ormai dagli anni ’90 penalizza i cittadini svizzeri a favore degli interessi stranieri, del quale negli ultimi anni sta approfittando in particolare l’UE.

Nessuna prova concreta

Se la mafia, per imporre il “pizzo”, qualche dimostrazione di forza l’ha data – distruzioni o incendi di strutture, pestaggi, omicidi – l’UE non ha finora dimostrato alcunché a giustificazione del terrore che circola nella Berna federale. L’esclusione da qualche programma europeo non ha certo fermato la ricerca e la formazione svizzere che sono tuttora considerate fra le migliori al mondo mentre, come detto sopra, apparentemente le contromisure prese a seguito del mancato rinnovo dell’equivalenza borsistica (divieto a investitori stranieri di negoziare sulla nostra borsa) hanno portato addirittura più vantaggi che inconvenienti alla Svizzera. No, il problema non sta nelle ritorsioni che l’UE potrebbe adottare nei nostri confronti, non dobbiamo dimenticare che la gran parte delle nostre operazioni sul mercato europeo è garantita dal trattato di libero scambio del 1972, che nemmeno l’UE può contestare. Tant’è vero, che spinge per una rapida conclusione dell’accordo-quadro, che praticamente sostituirebbe tutti gli accordi attualmente in vigore, fra i quali proprio quel trattato di libero scambio che – con grande rabbia dell’UE, ma anche degli euroturbo di Berna – ci tutela.

L’atteggiamento di Berna nei confronti di Bruxelles è, né più né meno, quello di una persona che, rassegnata a essere stuprata, si denuda spontaneamente per almeno non rovinare i vestiti. Ma lo stupro esiste solo nell’immaginazione di questi governanti indegni di rappresentare uno Stato sovrano, influenzata anche dal fatto che continuano a considerare la piena adesione all’UE come obiettivo strategico.

E intanto, per assicurarsi la “protezione” dell’UE dalle sue stesse ritorsioni, pagano il “pizzo” di stampo mafioso (1,3 miliardi fondo di coesione, ca. 3 miliardi l’anno di aiuto allo sviluppo, eccetera), naturalmente sempre all’estero. Ma per risanare le nostre AVS e AI, si aumentano ad hoc l’IVA e i prelievi salariali.

Noto solo io l’incongruenza?

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