Splendido «Corsaro» alla Scala – Impareggiabile Fischer al LAC

Apr 26 • Prima Pagina • 163 Views • Commenti disabilitati su Splendido «Corsaro» alla Scala – Impareggiabile Fischer al LAC

Sono molte le considerazioni suggerite dallo splendido allestimento del balletto «ll Corsaro» alla Scala tra fine febbraio e marzo.

In primo luogo menziono la persona di Manuel Legris, ex danzatore «étoile» all’Opéra di Parigi, poi direttore dello Staatsballett di Vienna e dal dicembre 2020 direttore del Corpo di Ballo della Scala. Con «Il corsaro» ha dato una dimostrazione convincente delle sue capacità, non solo come autore della coreografia (da Petipa), ma anche come capo e organizzatore. Infatti ha portato l’efficienza della compagnia milanese a un livello tale che è riuscito a creare tre complessi diversi attingendo esclusivamente alle forze locali (dunque niente ospiti) e attribuendo a ciascuno di essi due delle sei rappresentazioni. La coraggiosa iniziativa è stata coronata da successo e ha messo in luce l’ottimo stato di forma raggiunto alla Scala. La mano di Legris e il suo stile nel solco della migliore tradizione francese sono emersi in modo evidente e fanno sperare in cose grandi per il futuro. Sottolineo due altri suoi meriti: nella grande scena dei protagonisti ha rinunciato all’assurda presenza di un terzo personaggio (che in certe edizioni del passato ha fatto diventare un passo a tre quello che logicamente dev’essere un passo a due) e, inoltre, non è caduto nel buffo e nel grottesco presentando la figura del Pascià.

Se si rivolge l’attenzione alle danzatrici e ai danzatori – qui entro nella seconda considerazione – va detto che tutti sono stati all’altezza dei loro compiti: Mattia Semperboni con prestazioni poderose e robuste nei panni di Conrad, Camilla Cerulli brillando in una parte di primo piano come quella di Gulnare, Rinaldo Venuti, bravissimo per tecnica e caratterizzazione del personaggio interpretando il “cattivo” Birbanto, inoltre Federico Fresi, Linda Giubelli ed Edoardo Caporaletti rispettivamente Lankedem, Zulmea e Pascià. Degni di ammirazione tutte le soliste e i solisti nonché il disciplinatissimo corpo di ballo. La parte di Medora, alla rappresentazione che ho visto, quella del 9 marzo, è toccata ad Alice Mariani (nelle altre rappresentazioni hanno danzato Nicoletta Manni e Martina Arduino). Ho avuto modo di seguire e apprezzare in altri spettacoli la Manni a l’Arduino ma ho visto la Mariani per la prima volta. Ne ho avuto una impressione più che notevole. È una ballerina alta, snella e con braccia lunghe. Si muove con grande precisione, sa essere leggera e flessuosa e traccia linee di assoluta purezza. Nei momenti salienti si distingue anche per virtuosismo, ad esempio quando ha eseguito una serie di «fouettés» nella coda del grande passo a due (qui, grazie non da ultimo alla bravura del Semperboni, è scattato l’applauso più intenso della serata) oppure in una bella diagonale sulla punta oppure ancora in una serrata serie di punte in un arretramento per tentare di sfuggire ai rapitori. Ma forse il motivo di maggior merito risiede nell’eccellente lavoro delle braccia, dal quale è sempre scaturita una espressione accattivante.

Dedico una terza considerazione alla parte musicale. Come autori delle partiture la locandina indica sbrigativamente «Adolphe Adam e altri» ma la struttura drammaturgica, inclusa opportunamente nel programma di sala, fa sapere che gli «altri» sono Pugni, Kornblit, Oldenburg, Drigo, Gerber, Fitingolf-Sel, Delibes, Zabel e Trubeckkpj. I critici benpensanti solitamente squalificano le loro composizioni come superficiali, banali, borghesi e sempre inclini ad accontentare ascoltatori di scarsa sensibilità e gusto. L’orecchiabilità delle melodie (che peraltro non è necessariamente un difetto) li induce a condanne sommarie nelle quali trascurano, almeno per quanto concerne i pezzi migliori, i considerevoli valori timbrici, ritmici e armonici nonché la diligente ed efficace adesione a tutte le fasi della vicenda. Nel «Corsaro» di cui sto parlando ogni pregio delle partiture è stato messo in risalto con grande acume interpretativo e sentita partecipazione dal direttore Valery Ofsyanikov, seguito in modo ammirevole dall’orchestra della Scala.

Aggiungo che Luisa Spinatelli ha creato scene e macchinismi assai suggestivi (si è visto perfino il naufragio), i quali si sono accordati nel migliore dei modi con lo spirito del balletto; è stata anche l’autrice dei bellissimi costumi. Ammirate le luci di Andrea Giretti.

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Un programma comprendente il concerto per violino e orchestra di Brahms e una sinfonia di Cajkovskij poteva sembrare una concessione ai frequentatori meno esigenti, che amano ascoltare e riascoltare opere largamente conosciute. Tuttavia nel caso del concerto del 16 marzo per la stagione OSI al LAC non è stato così. Infatti per la composizione di Brahms la presenza per la parte solistica di una violinista in possesso di doti superlative come Julia Fischer ha conferito alla serata un interesse eccezionale. Quanto alla sinfonia di Cajkovskij non si è trattato di una delle tre più famose, largamente conosciute dalla grande maggioranza delle persone che apprezzano la musica sinfonica, bensì della terza, molto meno eseguita, al punto che quasi si può parlare di rarità.

Nel concerto di Brahms si ammirano la densità e corposità del tessuto orchestrale, l’incessante scaturire di idee nuove e l’uso che il compositore fa del virtuosismo violinistico, spinto fino alle estreme possibilità dello strumento e degli esecutori. Ma trovo che il maggior pregio della composizione risieda nella qualità delle melodie, sempre accuratamente tornite, eleganti, sciolte e originali tanto nella forma quanto nei contenuti. In questo ambito Brahms, per così dire, non ha perso tempo e fin dall’inizio porge un motivo di singolare struttura (arpeggi discendenti e ascendenti di fagotti con viole e violoncelli che procedono a ottave, ai quali si uniscono poi i corni) e particolare espressione: fa un discorso pacato, serio, austero e bellissimo nella sua semplicità.

L’esecuzione della Fischer ha superato ogni possibile elogio. La sua cavata è limpida, densa e luminosa. Dallo strumento (un Guadagnini) ha saputo trarre suoni incantevoli. È una impareggiabile fraseggiatrice: penso per esempio alla bellissima melodia in zona acuta che fa seguito alla cadenza e che dalla solista ha ricevuto una densità espressiva e una dolcezza (l’aggettivo «dolce» sta scritto sulla partitura) affascinanti. È dotata di una potenza considerevole, che le consente di farsi sentire e di rimanere in primo piano anche nei momenti in cui l’orchestra suona ad alto volume. Quando occorre fa emergere un temperamento forte: i passaggi decisi sono stati sempre tesi, perfino sferzanti e avvincenti.

La terza sinfonia di Cajkovskij si distingue per molti aspetti dalle altre, specialmente dalle consorelle più note, ossia la quarta, la quinta e la sesta. Vi si trovano alcuni spunti e frammenti validi, sui quali però il compositore insiste eccessivamente mediante ripetizioni e imitazioni, creando una certa dispersione e accreditando il sospetto che abbia fatto ricorso a questi artifici per rimediare a una ispirazione carente. Mancano le grandi idee, quelle che si impongono, afferrano l’attenzione dell’ascoltatore e gli trasmettono grandi valori d’arte. Parrebbe che il compositore ne fosse cosciente. Infatti in una sua lettera a Rimsky-Korsakov scrisse: «Mi sembra che la sinfonia non presenti idee particolarmente valide – tuttavia tecnicamente costituisce un passo avanti.» Il 16 marzo a Lugano Markus Poschner ha offerto di questo lavoro una interpretazione attentissima, assecondato da una Orchestra della Svizzera italiana in stato di grazia. Ha così saputo, non certo eliminare, ma almeno   attenuare alcuni difetti della composizione. Ad esempio è diventato accettabile il bizzarro «Moderato assai (Tempo di marcia funebre)» che apre la sinfonia, spezzettato in tanti frammenti che continuano a rispondersi senza trovare coerenza né forza di convinzione. D’altro lato il direttore non ha esitato a dare libero corso alle valanghe di decibel dei passaggi più impetuosi, però riuscendo anche a conferir loro un empito di passione tutt’altro che disdicevole.

Sala esaurita e applausi intensissimi alla Fischer, al Poschner e all’orchestra.

Carlo Rezzonico

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