Splendida Orchestra della Svizzera italiana per Beethoven al LAC

Apr 5 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 53 Views • Commenti disabilitati su Splendida Orchestra della Svizzera italiana per Beethoven al LAC

Il concerto per violoncello e orchestra di Schumann, eseguito il 14 marzo nel quadro della stagione OSI al LAC, non gode di ammirazione incontrastata. Anzi, da parte di qualche critico è stato oggetto di una vera e propria stroncatura. Effettivamente ci sono debolezze. Il primo tempo, dopo un avvio promettente, perde subito quota e, fatta eccezione per alcuni spunti felici, si appiattisce. Dal canto suo il terzo tempo mostra una certa abilità di Schumann nel trarre partito dalle peculiarità del violoncello e nel costruire la composizione, tuttavia l’uso eccessivo, in tutte le salse, del banale spunto con cui inizia (tre accordi intercalati da pause che cercano di imporsi con spavalderia) e l’assenza di idee originali e convincenti fanno sì che la musica non si sollevi sopra la mediocrità.

Resta allora da spiegare per qual motivo questo lavoro incontri largo favore presso i violoncellisti, che lo eseguono assai frequentemente, e presso il pubblico. Per quanto riguarda i primi si dice che, siccome i concerti per violoncello e orchestra sono relativamente scarsi (quelli famosi si riducono a cinque, ossia Haydn, Saint-Saëns, Dvorak, Elgar e, appunto, Schumann), non esistono molte possibilità di scelta e bisogna accontentarsi di quanto c’è. Il pubblico a sua volta, che ama sempre lasciarsi trascinare dal virtuosismo, vi trova, se l’interprete è molto dotato tecnicamente, ampi motivi di soddisfazione.

Occorre però fare un’ultima e determinante osservazione. Il secondo tempo, inserito tra il grigiore del primo e del secondo, assurge a capolavoro e nonostante la sua durata breve (neppure cinque minuti) basta per riscattare la composizione e spiegarne le fortune. Già le prime due note del solista, che eseguono una quinta discendente, segnalano una atmosfera diversa. Sembra di sentire il lamento di un uomo che ha subito ingiustizie e si domanda perché. Sulla melodia del violoncello i legni di quando in quando pongono brevi interventi che luccicano come lacrime.

L’esecuzione ascoltata a Lugano non ha aiutato molto il lavoro di Schumann a superare i suoi lati deboli. Il violoncellista norvegese Truls Mork ha dato della parte solistica una lettura diligente ma senza lampi di genio interpretativo. Peraltro l’ho ammirato in un breve numero fuori programma, una musica di carattere molto ombroso e riflessivo, che gli ha offerto l’occasione di produrre note gravi di grande bellezza grazie a una cavata densa, ricca e assai suggestiva.

Nella sesta sinfonia di Beethoven, che ha occupato la seconda parte della serata, si rispecchia la molteplicità dei rapporti tra uomo e natura. Le prime battute mettono in evidenza subito tale ricchezza. Il tema iniziale, con le note staccate, le coppie di semicrome e le legature, ha qualcosa di leggero, fresco e disinvolto. Affascina e crea distensione. Questa continua in un bel contrappunto degli archi prima di lasciare il posto a un inciso di una sola battuta che si ripete una decina di volte. Qui appare un’altra caratteristica della sinfonia, ossia la ripetizione insistente di brevi motivi, che può sembrare prolissità e causa di lungaggine ma in realtà riflette il comprensibile compiacimento del compositore per la bellezza della natura e la gioia provata nel tradurla in note. Degno di rilievo è il fatto che i vari elementi (la leggerezza, la freschezza, la distensione, la gioia) si fondono in modo tale che i passaggi dall’uno all’altro avvengono senza creare disturbo alla forma musicale e alla sua scioltezza. Certamente sarebbe interessante analizzare ulteriormente questo grandissimo capolavoro e andare alla ricerca di altri spunti critici. Ma ora è doveroso dedicare qualche parola all’esecuzione, non senza però premettere una digressione. Non ho ancora trovato un ticinese in età avanzata che, parlando della sesta sinfonia di Beethoven, non rievochi con orgoglio e nostalgia l’interpretazione che ne diedero a Lugano il 15 aprile 1954 i Berliner Philharmoniker sotto la direzione di Wilhelm Furtwängler. Fu, senza dubbio, un momento glorioso nell’attività concertistica del nostro Cantone. La loro lettura della «Pastorale», che ammirai dal vivo in età giovanissima e che ho riascoltato i giorni scorsi in una registrazione, resta esemplare: non raggiunsero un livello paragonabile, ad esempio, Herbert von Karajan, che diresse in modo nervoso e aggressivo, nè Arturo Toscanini, autore di una versione trasparente e limpidissima ma la cui perfezione tecnica ne costituì insieme il pregio e il limite. Ora mi sento di affermare che l’esecuzione offerta al LAC il 14 marzo regge molto onorevolmente il confronto con la prestazione data, settanta anni fa, dagli illustri ospiti berlinesi. Oltre all’accuratezza tecnica irreprensibile il direttore David Afkham e l’Orchestra della Svizzera italiana si sono distinti in alcuni aspetti essenziali. Il primo è stata la semplicità nel porgere la musica, ossia la rinuncia a ogni tentativo di impreziosire, ma in realtà di guastare, la partitura con la ricerca di elementi che permettono agli interpreti di emergere con visioni personali e arbitrarie. Si sa che la semplicità sembra l’attributo più facile e ovvio mentre in effetti è difficilissimo da conseguire. In secondo luogo, gli esecutori hanno saputo conferire a ogni parte della composizione il giusto respiro e ciò si è tradotto in una partecipazione continua e costante degli ascoltatori all’avvenimento musicale. In terzo luogo, e qui giungo al punto più importante, si è avvertito un avvicinamento alla partitura carico di affetto. Ho sentito affiorare questo sentimento in tanti momenti, ad esempio in modo delizioso nell’esposizione del primo motivo del secondo tempo («in riva al ruscello»).

Pubblico foltissimo, subisso di applausi. 

Carlo Rezzonico

Comments are closed.

« »