Spazio musicale

Gen 13 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 100 Views • Commenti disabilitati su Spazio musicale

«Don Carlo» a Como

La vicenda amorosa del «Don Carlo» di Verdi si intreccia a tal punto con gli avvenimenti politici e religiosi del travagliato regno di Filippo II che questi diventano prevalenti e danno vita alle pagine più originali e sentite dell’opera, la cui caratteristica fondamentale è pertanto costituita da un profondo e cupo senso della storia. Che cosa ha fatto il regista Andrea Barnard per l’allestimento andato in scena l’8 dicembre al Teatro Sociale di Como? L’ha trasferita in epoca moderna. Non solo, ma ha mostrato un’orgia di disgustose violenze sessuali durante la scena nel giardino della regina, un operatore con una cinepresa intento a riprendere l’autodafè e varie altre sciocchezze sulle quali tacere è bello.

Sul piano musicale il direttore Jacopo Brusa ha preso avvio con una lettura poco curata dello spartito e l’orchestra à apparsa slegata, poi via via l’esecuzione ha preso quota per raggiungere, però solo in una fase assai avanzata, un livello alto.

Nella parte di Carlo il giovane tenore Paride Cataldo ha sfoggiato voce chiara, penetrante, capace di svettare senza problemi sugli acuti. Possiede buone premesse per una onorevole carriera, ma alla condizione di conseguire un miglior controllo dei suoi mezzi. Certamente il personaggio affidatogli è impulsivo e nervoso, tuttavia il cantante avrebbe dovuto moderare certi slanci, per così dire, «preveristi», più appropriati per compare Turiddu che per un infante di Spagna. Una prestazione di primo ordine è venuta dal basso Carlo Lepore, dotato di un timbro assai bello, pieno e ricco anche alle estremità dell’estensione (accattivanti le sue maestose note gravi). Perfetto in «Ella giammai m’amò». Un altro interprete di valore è stato il baritono Angelo Veccia, spesso presente nelle stagioni comasche, dove in passato diede vita a satanassi come Scarpia o Barnaba. Questa volta invece ha ricevuto il compito di delineare una figura di grande nobiltà come Rodrigo, il Marchese di Posa. Lo ha adempiuto da par suo con una interpretazione senza macchie. Clarissa Costanzo ha messo in luce una pregevole e robusta voce di soprano drammatica, in grado però di offrire anche preziose finezze. Quanto alla mezzosoprano Laura Verrecchia si può dire che dispone di mezzi non eccezionali per qualità e volume ma il suo temperamento forte abbinato a un talento fuori del comune le ha permesso di vivere in modo avvincente il dramma della principessa Eboli: oltre che cantante intelligente è stata ottima attrice, raccogliendo applausi particolarmente convinti dal pubblico. Mattia Denti si è disimpegnato bene nella parte fondamentale del Grande Inquisitore. Lodevoli tutti i comprimari. Il Coro Opera Lombardia, istruito da Massimo Fiocchi Malaspina e confinato per gran parte dello spettacolo in quella che poteva sembrare la galleria di un teatro, ha svolto egregiamente il suo lavoro.

E così, grazie alla musica stupenda di Verdi nonché alla bravura dei cantanti e, parzialmente, del direttore, le quasi quattro ore di durata dello spettacolo (compresi due intervalli relativamente brevi) sono diventate, nonostante le distorsioni registiche, una serata di grande godimento per il pubblico (assai numeroso anche se probabilmente qualcuno, avendo visto il giorno prima la ripresa televisiva del «Don Carlo» scaligero, è rimasto a casa).

Un «Messia» di alto valore eseguito a Chiasso

Nel trentennio che passò in Inghilterra Haendel si dedicò dapprima all’opera italiana. L’esito finanziariamente disastroso di quella attività lo indusse a cambiare strada componendo oratori. Non tutto andò liscio subito e Haendel attraversò di nuovo un periodo di sfiducia in cui pensò perfino di abbandonare l’Inghilterra. Ma nell’estate del 1741 il letterato Charles Jennens si adoperò per fargli musicare una raccolta di testi biblici concernenti il Messia allestita da lui. Ci furono esitazioni; tuttavia Haendel, quando venne invitato a Dublino per partecipare a una manifestazione dedicata agli oratori, decise di mettersi al lavoro molto alacremente e concluse la composizione, con una rapidità sorprendente, nel giro di circa tre settimane. La prima assoluta avvenne il 13 aprile 1742 con esito favorevolissimo.

Il «Messia» comprende tre parti: la prima va dalla profezia della salvezza ai miracoli del Salvatore, la seconda riguarda la crocefissione e poi il trionfo di Dio, la terza costituisce una specie di appendice che termina con un coro grandioso sulla parola «amen». I singoli pezzi non sono inseriti in una narrazione continua ma semplicemente accostati gli uni agli altri; Cristo stesso non è un personaggio e non pronuncia una sola parola. Colpiscono l’ampiezza della concezione, la varietà degli episodi e, per quanto riguarda la musica, la relativa indipendenza dagli schemi del melodramma italiano come pure la ricchezza dell’ispirazione.

È impossibile passare in rassegna la cinquantina di numeri che compongono l’oratorio. Mi soffermo su uno che considero particolarmente bello. Nella prima parte, dopo l’aria «The people that walked in darkness have seen a great light» («Il popolo che si muoveva nell’oscurità ha visto una grande luce»), il coro indica il motivo di quella visione cantando «For unto us a Child is born» («Ci è stato dato un bambino»). Esiste una enorme differenza rispetto ai cori che inneggiano alla gloria di Dio o che, come il famosissimo «Hallelujah», emettono una carica irresistibile di felicità. Qui invece si effonde, in una musica di grande freschezza, una gioia che non si manifesta in modo spettacolare ma vive tutta nell’intimità del cuore. È lieta, toccante e affettuosa al tempo stesso. Si mantiene tale anche quando vengono glorificati, con splendido effetto musicale, gli attributi di Dio: «Wonderful, Counsellor, The Mighty God. The Everlasting Father, The Prince of Piece» («Meraviglioso, Consigliere, Forte, Padre eterno, Il Principe di Pace»). A questo punto si potrebbe obbiettare che la melodia iniziale proviene dal duetto «No, di voi non vo’ fidarmi» composto da Haendel non molto tempo prima. Ma non fu la prima volta e non sarebbe stata nemmeno l’ultima che un elemento musicale di un lavoro trovi sistemazione in un altro e qui riesca a mettere a profitto più efficacemente la sua bellezza.

Nella storia ci furono molti allestimenti diversi per il «Messia». A Dublino si pensò inizialmente a un’orchestra comprendente solo alcuni violini, poi si decise di mettere qualche strumento in più; all’estremo opposto si collocano certe esecuzioni con enormi masse corali che si diffusero nell’Ottocento e continuano tuttora in Inghilterra. Quale versione è preferibile? Difficile dire, perché ognuna presenta i suoi aspetti positivi. Certamente è opportuno farci conoscere i lavori di altri tempi in una veste corrispondente a quella della prima assoluta. Ma ho sempre il sospetto che gli organici del passato fossero piccoli per la scarsità delle risorse economiche e che il compositore, nella sua mente e nella sua sensibilità, avrebbe gradito forze maggiori. Nel «Messia» ascoltato a Chiasso l’Akademie für alte Musik Berlin e il RIAS Kammerchor Berlin sotto la direzione di Justin Doyle hanno scelto una versione orientata verso le origini, con un’orchestra costituita da una ventina di strumentisti e un coro comprendente una trentina di elementi. Per una sala avente le dimensioni e le proprietà acustiche del Cinema Teatro si può parlare di un organico adeguato. Il lavoro del Doyle è stato caratterizzato da massima accuratezza, fedeltà storica e acume interpretativo. Più che notevoli i quattro cantanti solisti, a loro volta in linea con le tecniche di emissione e lo stile di canto del periodo in cui il «Messia» nacque (o con quanto si sa di quelle tecniche e quello stile). Sono stati il controtenore Benno Schachtner, molto attento ai contrasti drammatici che scuotono i suoi brani, la soprano Julia Doyle, deliziosa con i suoi fraseggi delicati ed espressivi, il tenore Alexander Sprague, avente un tipo di voce da vero tenore per oratori (mi piacerebbe ascoltarlo come Evangelista, una funzione che però nel «Messia» non c’è) e il basso Neal Davies, che associa un timbro bellissimo a una capacità di imprimere nei brani di sua competenza accenti forti e incisivi. Ogni bene sia detto degli strumentisti e del coro.

Il Cinema Teatro era affollatissimo (la platea esaurita); subisso di applausi.

Carlo Rezzonico

Comments are closed.

« »