Povero mondo mediatico

Lug 22 • L'editoriale, L'opinione, Prima Pagina • 95 Views • Commenti disabilitati su Povero mondo mediatico

Eros N. Mellini

Oggi, tutti i media devono stare al passo. I giornali cartacei sono tuttora mantenuti in vita (fino a quando?) essenzialmente perché c’è una fascia di popolazione cui la rete informatica è sostanzialmente ostica e che preferisce quindi leggersi il tradizionale giornale, magari facendo colazione al mattino o durante la pausa di mezzogiorno. Trattandosi però per la maggior parte di persone in età, questa parte di popolazione va progressivamente riducendosi senza un ricambio generazionale, il che la porterà presto o tardi inevitabilmente all’estinzione. Da qui, il sempre minore interesse da parte dell’economia alla pubblicità, che viene logicamente deviata sui mezzi di comunicazione elettronici che vanno vieppiù diffondendosi, andando a centrare un «target» ben più vasto. Perché i media sono un genere di consumo e quindi hanno bisogno di consumatori che ne facciano aumentare la tiratura e, di conseguenza, l’attrattività nei confronti degli inserzionisti.

Aumento della clientela = calo della qualità dell’informazione

O forse sarebbe meglio parlare, più che di abbassamento della qualità dell’informazione, di una diluizione di quest’ultima in una quantità di pettegolezzi e banalità che la squalificano. È un’ovvietà: mantenere alta la qualità di un giornale significa puntare su una fascia ridotta di lettori, interessati a un’informazione seria e, almeno apparentemente, affidabile. Ma purtroppo, tale «target» è estremamente ridotto e non è sufficiente a garantire la sopravvivenza di un giornale. Quando ero ragazzo, c’erano tre tipi di pubblicazioni: quella seria, quella «semi-seria» e quella scandalistica. La prima era rappresentata dai quotidiani o settimanali dedicati esclusivamente all’informazione – attualità, politica, economia – cui si aggiungevano semmai i necrologi e la rubrica dei lettori. In Ticino, a titolo d’esempio, si potrebbero citare il Corriere del Ticino, Il Dovere, L’Eco di Locarno e, perché no, Il Paese. Questi guardavano con occhio critico – e con una certa puzza sotto al naso – la stampa «semi-seria» che, con una certa lungimiranza, bisogna ammetterlo, aveva allargato la sua cerchia di lettori aggiungendo rubriche più leggere a base di pettegolezzi su celebrità del momento e l’immancabile foto in terza pagina di una bella ragazza in costume da bagno (il nudo allora era riservato a «Playboy»). Con lungimiranza, va detto, perché infatti, a quei tempi il «Blick» era di gran lunga più popolare in Svizzera di quanto non fossero la «Neue Zürcher Zeitung» o la «Tribune de Genève».

Alla terza fascia appartenevano le riviste dedicate unicamente al «gossip», con foto scattate da paparazzi che, per non incorrere nelle ire dei loro soggetti, si tenevano a distanza con teleobiettivi la cui scarsa qualità rendeva spesso le riprese talmente sfocate che, se non ci fosse stata la didascalia, sarebbe stato difficile distinguere Gina Lollobrigida da Nikita Krusciov. Per non incorrere in denunce per violazione della privacy poi, sovente ne coprivano parte del viso con un rettangolo nero, per cui la confusione era totale. «Eva», «Chi», «Novella 2000» – per fare qualche nome – erano soprattutto lette da un pubblico di «casalinghe disperate» che in queste pubblicazioni seguivano avidamente le vicende amorose di divi e stelle del cinema o della televisione. Per una separazione dei ruoli (che, nella mia ben nota scorrettezza politica, personalmente rimpiango) oggi ormai non più esistente, gli uomini si dedicavano soprattutto allo sport, in particolare alla mitica rosa «Gazzetta». Con un’eccezione: fra i giornali messi a disposizione dei clienti in attesa dal barbiere, era facile trovare «Cronaca vera», una squallida pubblicazione che di divi e celebrità pubblicava esclusivamente i veri o presunti scandali, corredandoli con le prime foto in «topless», cosa che eccitava gli istinti reconditi dei più «macho».

L’avvento dei media elettronici

Con l’avvento dei media elettronici si è assistito a due fenomeni: da un lato, i media cartacei hanno dovuto adottare in parallelo un portale Internet che, al contrario della stampa tradizionale che si stampa una volta al giorno, può essere aggiornato dando notizie in tempo reale, addirittura creando una corsa a chi dà gli annunci per primo.

Secondariamente, si è creato un enorme palcoscenico per pseudo-giornalisti che si atteggiano a grandi opinionisti, creando il proprio «blog» dal quale elargire magnanimamente il loro sapere (peraltro non richiesto) a un pubblico che, per la maggior parte, esiste solo nella loro testa e al quale, in realtà, di ciò che blaterano non interessa la classica minchia.

Infine, terzo, si è aperta la caccia ai «like» – metro di misura del gradimento e quindi dell’attrattività pubblicitaria – facendo sì che anche le testate una volta considerate «serie» si siano aperte al più sfacciato «gossip».

Alle notizie e alle «fake news» sulla pandemia o sulla guerra in Ucraina, riempiono i portali giornalistici notizie come «Ilary Blasi e Francesco Totti si sono separati», seguite poi da vari aggiornamenti da cui si apprende che lei è andata in vacanza con i figli, mentre lui è volato dalla sua nuova fiamma. E il tragico è che a notizie così fanno seguito centinaia di commenti. Fra questi, è vero, anche qualche sano «E chi se ne frega!» ma, per la maggior parte, si tratta di lettori sinceramente interessati, che vogliono dire la loro a favore dell’una o dell’altra parte.

Spazio alla manipolazione

Se questo è il grado d’intelligenza medio dell’utenza mediatica, è facile comprendere come questa sia manipolabile mediante un uso volutamente tendenzioso della disinformazione. Tale sono infatti sia l’informazione sia la controinformazione quando diventano strumenti di una certa corrente (solitamente filogovernativa) per influenzare drasticamente l’opinione pubblica, ottenendone il consenso a prescindere dalla veridicità della notizia. Che Ilary e Totti si siano separati, è facilmente verificabile, basta chiedere a loro o a loro conoscenti. Ma che la colpa della guerra in Ucraina sia di Putin o della NATO, o che il Covid-19 sia stata una vera pandemia o una forma solo un po’ più grave di influenza, sono fatti non alla portata del comune cittadino, il quale deve così accettare quanto gli viene comunicato dai media, in una direzione o nell’altra.

E nella confusione che le due correnti gli creano nella testa, come dargli torto se il suo interesse ripiega sulle ben più comprensibili vicende familiari della coppia di VIP?

Che Putin vinca la guerra o che trionfi la resistenza di Zelewski, una cosa è sicura: Ilari Blasi e Francesco Totti si sono separati. E questo è quanto.

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