Poot! Poot! Vai avanti, che è verde! (grrr, @ # % !)

Giu 12 • L'editoriale, L'opinione, Prima Pagina • 41 Views • Commenti disabilitati su Poot! Poot! Vai avanti, che è verde! (grrr, @ # % !)

Eros N. Mellini

Una volta si diceva che la definizione di “attimo” è lo spazio di tempo che intercorre fra quando il semaforo diventa verde e quando l’automobilista dietro di te dà un colpo di clacson. Poot! Poot! Va avanti, che è verde! (grrr, @ # % !).

Personalmente, mi dà fastidio quando il o la conducente davanti a me si addormenta al semaforo, potete quindi immaginare l’aumento esponenziale della mia rabbia se lo stesso – ritenendo necessario dimostrare di essere più furbo degli altri – esita perché teme che l’automobilista proveniente dalla sua destra o sinistra potrebbe “bruciare” il rosso.

Questi presunti “più furbi degli altri” sembrano oggi essersi moltiplicati con il Covid-19, o meglio con le strategie in atto per uscire dalla crisi.

Tutto troppo presto, troppo aperto, troppo… tutto! Il masochistico piacere di autoinfliggersi sofferenze e disagi inutili, o addirittura controproducenti, sembra aver preso piede fra le masse che hanno fatto indigestione di “news” e di “fake news” su quell’Internet che la scienza ci ha messo a disposizione per diffondere conoscenze ma che, come nefasto effetto secondario, ha fatto da cassa di risonanza a una stupidità che un tempo era (che bei tempi) circoscritta alle chiacchiere di qualche utente più o meno ubriaco dello “Stammtisch” nell’osteria del paese.

La paura di perdere il consenso popolare, il cancro della politica

Purtroppo, in democrazia, i politici e le autorità preposte a gestire queste crisi eccezionali devono subordinare ogni loro decisione al consenso popolare. Pur consci di non poter fare l’unanimità, per essere rieletti – obiettivo indubbiamente primario per la maggior parte di loro – devono ottenere i voti dalla fascia più ampia possibile dell’elettorato. Da qui, la cessione alle pressioni popolari, anche quando irrazionali e del tutto emotive, cui ha praticamente fatto seguito un “lockdown” che, alla luce dei fatti, è andato ben oltre quanto sarebbe stato strettamente necessario. Si continua ad accusare il governo (federale, ma anche cantonale) di aver preso con colpevole ritardo la decisione di chiudere ogni attività economica e sociale, permettendo così una diffusione incontrollata del virus, ma dove sono le prove? Le continue comunicazioni volte a dimostrare che il modello svedese avrebbe causato più vittime dei paesi che hanno applicato un rigoroso “lockdown”, sono regolarmente smentite da altrettanto numerose informazioni secondo cui il paese scandinavo non avrebbe subito danni sanitari più gravi di quelli degli Stati che hanno dato seguito al panico popolare chiudendo tutto. In compenso, i danni economici – che pure ci sono stati, nessuno lo nega – sono stati ragionevolmente circoscritti. Di  conseguenza, le chance che la chiusura sia stata tardiva si equivalgono a quelle che sia invece stata prematura. Ma il pensiero collettivo dominante, il famigerato “mainstream”, era ed è tuttora dettato dal panico e andarvi contro sarebbe stata (ed è) il suicidio politico di chi intende continuare a sedere – non importa quanto meritatamente – sugli scranni della stanza dei bottoni.

Ritorno alla normalità, non a una “nuova normalità”

È ovvio che, da una situazione di crisi eccezionale, occorre ripartire al più presto. Per chi è scettico come me, la riapertura non può essere prematura o eccessivamente affrettata, dato che ritengo esserlo stata invece la chiusura. Ma tant’è, l’eccezionalità della situazione ha richiesto determinate misure – giuste o sbagliate che fossero – altrettanto eccezionali. Ma, appunto, l’eccezione non deve diventare la regola di vita come vorrebbero i più scalmanati fautori dell’autoflagellazione. Nel Medio Evo, ritenendo la peste una punizione divina, molti si martoriavano le carni indossando un cilicio implorando il perdono di Dio per i loro peccati. Ma, terminato il contagio, mi risulta che tornassero alla normalità togliendosi lo sciagurato strumento di tortura, non a una “nuova normalità” che prevedesse il mantenimento dell’inutile sofferenza perché “non si sa mai…”.

Dagli ambienti verdi  e sinistroidi – sono stati loro, credo, a coniare il termine “nuova normalità” – si vorrebbe che, visto che la crisi del coronavirus ci ha dimostrato che è possibile vivere senza determinati comfort della vita moderna, l’umanità (o, nella fattispecie, la piccola Svizzera) continuasse a vivere nell’eccezionalità per lottare contro il cambiamento climatico o l’inquinamento atmosferico. L’eccezionalità assurta a regola di vita, insomma.

Sbagliato! Dall’eccezionalità bisogna uscire per tornare alla normalità totale – quella di prima, quindi – non a un’eccezione un po’ più diluita ma pur sempre un’eccezione, anche se mascherata con l’eufemismo “nuova normalità”. Personalmente, voglio tornare a poter stringere la mano a chi mi garba, a frequentare senza restrizioni amici e conoscenti, a poter andare al ristorante, a fare la spesa senza mascherina e guanti, eccetera. E bisogna farlo al più presto, anche assumendosi qualche rischio calcolato.

Il semaforo ha sbloccato il traffico. Poot! Poot! Vai avanti, che è verde! (grrr, @ # % !)

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