Politica: l’idealismo ha lasciato il posto all’opportunismo?

Lug 12 • L'editoriale, Prima Pagina • 705 Views • Commenti disabilitati su Politica: l’idealismo ha lasciato il posto all’opportunismo?

Eros N. Mellini

“La politica è una cosa sporca” – ricordo mi si diceva già negli anni della mia prima infanzia. Gli anni ’50, per intenderci, ma credo che questa constatazione risalga a un passato ben più remoto. È infatti difficile credere che fin dall’antichità, non ci sia stato chi si è dedicato alla politica con scopi più o meno reconditi di un interesse personale. In effetti, il palese clientelismo in termini di posti di lavoro, seggi in consigli d’amministrazione, appalti e mandati rigorosamente assegnati a chi – conditio sine qua non – porta stampata in fronte l’etichetta del partito e, soprattutto, assicura il voto personale all’esponente politico di turno, non ha fatto che confermare negli anni questa tesi. Il sistema è talmente radicato che anche chi entra nell’agone politico spinto da nobili ideali, spesso vede quest’ultimi soccombere di fronte al guicciardiniano “particulare”. Con la differenza che, mentre il Guicciardini giustifica quest’ultimo come presupposto indispensabile per il raggiungimento del bene dello Stato, la maggior parte dei politici di oggi ha invertito questo concetto: è infatti l’interesse personale a spingere l’impegno politico, e non viceversa. Non necessariamente pecuniario – sebbene sovente sì – ma anche in termini di ambizione, potere, notorietà o quant’altro possa soddisfare il proprio ego, magari non tanto nobile, ma tanto umano. Nel migliore dei casi, l’ambizione politica spinge a mantenere le promesse fatte in campagna elettorale al fine di ottenere il consenso per essere rieletti alla prossima legislatura – e ciò è tutto sommato positivo per lo Stato – ma, molto spesso, più importante è “vendersi bene”, ossia promettere in modo convincente. Poi, se il “particulare” permetterà anche di mantenere, tanto meglio, ma non è determinante.

Il “particulare” è ormai la Bibbia anche dei partiti

I partiti si costituirono in origine quali raggruppamenti di individui uniti da un’ideologia comune, spesso legata al ceto sociale. In quanto unioni di individui, non poteva non succedere che l’interesse personale prendesse il sopravvento sull’ideale anche a questo livello. Da qui, i diversi partiti – che si chiamassero Optimates e Populares come nell’antica Roma repubblicana, o Girondini e Giacobini (più altre diverse sottocategorie) durante la Rivoluzione francese, o Borghesi e Socialisti come nella storia moderna – volti, per utilizzare una definizione rozza e priva delle esistenti sfumature, gli uni a difendere gli interessi della classe possidente e imprenditoriale, e gli altri tutelare le pretese e le relative conquiste dei lavoratori dipendenti. In parole povere, da una parte chi i soldi li produce rischiando del suo e, dall’altra, chi i soldi li vuole spendere per migliorare la propria posizione (spesso prima che siano prodotti). Non mi avventurerò in speculazioni su chi abbia ragione e chi torto – la mia posizione di destra è nota -, mi limito a osservare che, dalle più che legittime aspirazioni dei socialisti della prima metà del secolo scorso, peraltro in gran parte soddisfatte, il controllo è sfuggito di mano alla destra borghese durante il periodo di vacche grasse che fece seguito alla seconda guerra mondiale, quando si fecero sempre più concessioni che oggi appaiono superflue, ma che non si riesce più a eliminare in quanto ormai considerate dei diritti acquisiti. Il “particulare” dunque ha contaminato anche i partiti e le organizzazioni, le cui azioni sono mirate esclusivamente all’interesse immediato della categoria rappresentata.

L’idealismo lascia il posto al mero opportunismo

Chi è senza peccato, scagli la prima pietra. Quando Gesù disse queste parole non si trovava evidentemente in Ticino: la povera adultera sarebbe stata ricoperta in un battibaleno di sassi lanciati non da chi fosse senza peccato, ma da chi spudoratamente voleva far credere il contrario. È perciò a cuore abbastanza leggero che mi appresto a commentare l’ultimo e più eclatante caso di opportunismo politico del nostro cantone: il progetto di congiunzione PLR/PPD per le elezioni federali del 20 ottobre. Infatti, la possibilità di congiungere le liste è prevista dalla legge, e nulla osta farne uso. Tant’è vero – e qui il riferimento alla summenzionata sassaiola – il mio partito ne ha usufruito in passato per allearsi con la Lega che, a sua volta, ne ha beneficiato con l’elezione della sua seconda deputata in Consiglio nazionale, Roberta Pantani.  È uno strumento logico e semplice, che evita di buttare al vento i voti di un partito eccedenti quelli necessari per la nomina dei candidati a quoziente pieno. Due partiti congiungono le liste, ottengono i deputati relativi al proprio quoziente pieno e, se i voti restanti dopo questa prima assegnazione assommati a quelli del partito alleato valgono la nomina di un ulteriore candidato, questo sarà il rappresentante del partito con il resto maggiore. Per esempio, se il partito A ottiene un quoziente pari a 1,7 deputati e il partito B l’1,4, il partito A otterrà un deputato in più in ragione del suo resto, 0,7 che, assommato a quello del partito B di 0,4, dà un quoziente pieno di 1,1. Questo il semplice calcolo della serva, fatti salvi alcuni dettagli irrilevanti ai fini del ragionamento.

Lo strumento è talmente logico e semplice, che a due riprese – nel 2013 da parte del sottoscritto e nel 2017 da parte di Lara Filippini – è stato proposto al Gran Consiglio di reinserirlo nella relativa legge, dalla quale era stato tolto nel 2000, a seguito di quella che era stata considerata “un’alleanza contro natura” per le elezioni comunali di Lugano fra udite, udite – il PPD e il PS. Inutile dire che allora, i maggiori sostenitori della modifica erano proprio i radicali scottatisi a Lugano.

La facoltà della congiunzione rimase dunque a livello nazionale, in quanto legge federale, ma venne abrogata a livello cantonale. Inutile nascondere che la sua reintroduzione avrebbe fatto comodo all’UDC – non a caso la proposta veniva dai suoi deputati – che avrebbe così evitato di dover rinunciare a una propria lista per il CdS per non mettere a rischio i seggi della comunque alleata Lega, o a partecipare con uno o più rappresentanti in una lista unica Lega/UDC, con pochi candidati da ambo le parti e ancora meno chance di un qualsiasi esito positivo. In vista della progettata congiunzione fra PPD e PLR per le federali di quest’anno, e a sottolineare come l’opportunismo più a smaccato abbia ormai sostituito qualsiasi residuo idealismo, è utile riportare un paio di frasi pronunciate nei dibattiti parlamentari concernenti le due succitate iniziative.

Il 13.06.2013, nell’intervento a nome del gruppo PLR, diceva Franco Celio: “… non c’è dubbio che la congiunzione delle liste sia un vero e proprio imbroglio nei confronti del cittadino elettore, il quale, scegliendo una determinata lista, intende dare il voto a quella e non ad altre.”

E Maurizio Agustoni, a nome del gruppo PPD: “I cittadini ticinesi, fintantoché sarà in vigore il sistema proporzionale, hanno il diritto di ottenere una rappresentanza politica che rispecchi fedelmente il loro voto e non sia inquinato dal gioco delle alleanze naturali o artificiose tra i partiti.”

E il 12.12.2017, sempre Franco Celio a nome del gruppo PLR: “La congiunzione delle liste è un esempio da manuale di astruseria e bizantinismo, perché un cittadino che vota per una certa lista potrebbe vedere trasferito il suo voto a favore di un’altra, magari a sua insaputa. È un po’ come se, in ambito sportivo, si consentisse la compravendita delle partite fra le diverse squadre; magari qualcuno lo fa comunque, però almeno non ha la faccia tosta di rivendicarlo come un diritto.

La congiunzione delle liste è un esempio supremo di ambiguità, perché se due o più partiti perseguono gli stessi obiettivi e hanno gli stessi principi non si vede perché debbano far finta di essere diversi o addirittura di combattersi. Se viceversa hanno obiettivi e principi diversi, non si vede perché debbano puntellarsi a vicenda.”

E ora, questo voltafaccia dicendo che è ora di guardare avanti, che l’alleanza fra i partiti di centro – per intenderci, quelli che non hanno più nulla di borghese e rappresentano ormai la sinistra moderata (a volte nemmeno tanto) – che è giunto il momento di unire le forze per il bene del paese. Inutile dire che per i due partiti in questione, il “bene del paese” – e l’hanno ampiamente dimostrato – significa la sua svendita all’UE, in particolare con un accordo-quadro istituzionale che abolirebbe di fatto la democrazia diretta e ci renderebbe vassalli di una dittatura che, seppure senza il ricorso alle armi, per intendimenti imperialistici nulla ha da invidiare al Terzo Reich.

C’è ancora posto per l’ideologia nella politica svizzera? Non lo so, spero proprio di sì. Anche se qualche volta deve farsi largo a spallate fra un opportunismo dilagante. La politica è una cosa sporca, avevano ragione i nostri vecchi. Ma forse c’è ancora spazio per un bagliore di speranza.

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