Passare notti insonni? No, grazie!

Nov 4 • L'editoriale, Prima Pagina • 89 Views • Commenti disabilitati su Passare notti insonni? No, grazie!

Eros N. Mellini

La smania di attirare l’attenzione ci contagia fin da piccoli. Il neonato lo fa piangendo. Piange quando ha fame o sete. Piange quando ha il pannolino pieno. Piange quando ha male da qualche parte. Ma, una volta che ha imparato che la genitrice o il genitore accorrono quando piange, lo fa anche senza un motivo particolare, solo per sentirsi al centro di un’attenzione che – senza avere ben capito di cosa si tratti – sa che gli procurerà vizi e coccole. Risultato: bimbi viziati e genitori stravolti da notti insonni.

I nostri nonni  – e bisnonni ormai – o quantomeno molti di loro, avevano trovato il rimedio: l’indifferenza. Intendiamoci, non un’indifferenza assoluta indice di irresponsabilità o di mancanza di amore materno o paterno. No, non mancavano certo di amare i propri pargoli, solo che non se ne lasciavano assoggettare più di tanto. Assicuratisi che il bambino mangiasse a determinate scadenze, che ad altrettante scadenze il pannolino venisse cambiato, appurato che i vizi e le coccole non erano d’importanza vitale e potevano benissimo essergli dedicati in orari più cristiani, la regola era: «Lascialo piangere, quando si sarà reso conto che è inutile, smetterà!». Certo, qualche volta l’insistenza e l’intensità del pianto erano tali che i genitori – che non erano irresponsabili come li si riterrebbe misurandoli con il metro di oggi – facevano un’eccezione alla regola, accorrendo al capezzale del bimbo per accorgersi magari che aveva la febbre o qualche altro sintomo necessitante di cure o addirittura dell’intervento del medico. Ma perlopiù il sistema funzionava e, magari munendosi di tappi per le orecchie, i nostri progenitori potevano permettersi qualche ora di indispensabile riposo.

Cinico egoismo? No, amore accompagnato da sana moderazione.

Cos’è cambiato?

È successo che i giovani – che dalla notte dei tempi ritengono di saperne di più di chi li ha preceduti, salvo poi (a volte) maturare con l’età e adottarne gli insegnamenti – hanno ritenuto che il pianto dei figli fosse SEMPRE motivato da ragioni degne d’attenzione. Quindi, notti insonni, esaurimenti nervosi e depressioni, borse – ma che dico, valigie – sotto agli occhi, in ossequio a un esagerato senso del dovere nei confronti delle attenzioni che la viziata prole esige smaniosamente. La conseguenza è una generazione cresciuta – e che a sua volta fa crescere la prossima – nella convinzione che tutto le sia dovuto. E che tutto le venga concesso, basta che attiri l’attenzione con sufficiente vigore.

Se estendiamo tutto ciò alla società

L’adulto, al contrario del neonato, dispone di innumerevoli mezzi per attirare l’attenzione, e sempre di più gliene offre Internet. Per attirare l’attenzione su sé stesso, social network, blog, Facebook, TikTok, eccetera, permettono di avere una platea di interessati (o perlomeno ritenuti tali dagli egocentrici convinti erroneamente di essere l’ombelico del mondo). Ma fintanto che l’azione viene singolarmente messa in atto solo sui social network, poco male, non darle seguito è più o meno la metafora moderna dei tappi per le orecchie dei nostri nonni.

Il problema nasce quando l’attenzione non vuole tanto essere attirata su sé stessi, bensì su argomenti presunti essere d’interesse planetario quali cambiamenti climatici, inquinamento atmosferico, CO2, deforestazione amazzonica, torti etnici – di cui si macchiarono nostri antenati quando queste cose non costituivano un reato, ma dei quali noi, chissà perché, dovremmo ritenerci colpevoli – e quant’altro possa partorire la fantasia bacata dei nostri «benpensanti» contemporanei. Nasce perché i media, sempre alla ricerca di scoop che possano far aumentare la tirature, si appropriano di questi temi, dando un’immeritata eco ad autori di gesta assurde quali l’incollare alle mani all’asfalto o ai muri, oppure imbrattare dipinti esposti in musei (fortunatamente protetti da vetri).

Già, sono i media che – come i genitori che con la loro eccessiva attenzione «coltivano» il pianto dei figli – fanno altrettanto con le gesta di idioti pronti a mascherare da encomiabile idealismo (il salvataggio del pianeta) dei semplici atti di vandalismo meritevoli soltanto di una rigorosa repressione.

Il pericolo sta nel fatto che i media, d’altro canto, danno ai lettori ciò che questi – sempre più spesso in preda a un inspiegabile masochismo – desiderano. In altre parole, i media sono lo specchio della società, una società sempre più bacata che vieppiù rapidamente sta rinnegando i sani valori del passato (regole morali e di comportamento, libertà, indipendenza) a favore di pseudo-virtù moderne (iper-tolleranza, autoflagellazione, colpevolizzazione di chi non segue il pensiero comune, eccetera).

Per continuare con la metafora iniziale, questa società ci chiede sempre più di passare notti insonni per dare ascolto al pianto di bambini che non hanno fame, sete o il pannolino sporco, bensì cercano soltanto l’attenzione di una società eccessivamente indulgente. Urge l’acquisto di tappi per le orecchie!

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