Parliamo di carceri

Giu 24 • L'opinione, Prima Pagina • 1781 Views • Commenti disabilitati su Parliamo di carceri

Dr. Francesco Mendolia

Dr. Francesco Mendolia

Svizzera

Privazione della libertà e esecuzione delle pene – Dati, indicatori

Carcere preventivo

 20142015
Detenuti al giorno di riferimento1’8921’849
Uomini1’7761’714
Donne116135
   
Svizzeri367385
Quota di stranieri con permesso di soggiorno345375
Persone in procedura d’asilo98100
Quota di stranieri senza permesso di soggiorno1’082988
   
Fino a 18 anni138
Persone dai 18 ai 24 anni453385
Persone di oltre 24 anni1’4261’456

Stato della banca dati al 10.11.2015

 

Fonte: UST – statistica penitenziaria

 

In Svizzera la popolazione detenuta non elvetica è addirittura del 74,3%. Un numero impressionante che può essere spiegato anche in considerazione delle tradizionali chiusure frontaliere della Svizzera. Più nello specifico dei 4.896 detenuti stranieri in Svizzera (una parte dei quali italiani), solo 1.330 hanno un permesso regolare di soggiorno e ben 716 hanno lo status di richiedente asilo. Tutti gli altri sono invece irregolari. Gli immigrati che dispongono di regolare permesso di soggiorno, non solo in Svizzera, hanno tassi di devianza bassi.

(da Open Migration; Patrizio Gonnella. Presidente dell’associazione Antigone e di Cild. Collabora con la cattedra di Filosofia del Diritto all’Università Roma Tre. 17 gennaio 2016)

 

Italia

Inside Carceri

SOVRAFFOLLAMENTO

 

La prima volta che l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per trattamenti inumani e degradanti in relazione al sovraffollamento delle carceri è stato nel luglio del 2009, quando i detenuti superavano le 63.600 unità. La capienza ufficiale dei nostri istituti di pena era al tempo indicata dalle fonti ufficiali come pari a 43.250 posti (ma i posti effettivamente utilizzabili erano in numero inferiore). I giudici di Strasburgo ravvisarono un trattamento contrario al senso di umanità in quello ricevuto dal sig. Sulejmanovic nel carcere romano di Rebibbia, dove aveva trascorso quattro mesi e mezzo in una cella di 16 metri quadri insieme ad altri cinque detenuti. Nel gennaio 2010, quando il governo italiano ha dichiarato lo stato di emergenza a causa dell’eccessivo affollamento degli istituti penitenziari, i detenuti erano in numero ancora maggiore, avendo quasi raggiunto i 65.000. La crescita è continuata nei mesi successivi fino a quando nel dicembre di quell’anno, superata la soglia dei 69.000 detenuti, un decreto governativo ha introdotto la possibilità di scontare l’ultimo anno di pena nella propria abitazione (portato poi a un anno e mezzo da un nuovo intervento governativo dell’anno successivo). La vita in carcere calpestava ignobilmente la dignità delle persone. I materassi erano affastellati uno sull’altro, gli spazi comuni per le attività ricreative erano quasi ovunque trasformati in dormitori, ogni progettualità risultava impossibile e quasi ridicola di fronte alla necessità di mero spazio vitale. È da allora che il numero dei detenuti ha cominciato la sua graduale, seppur lenta e non del tutto lineare, diminuzione. Ma nel frattempo – anche con l’aiuto di soggetti quali Antigone, che da sola ha seguito i ricorsi di circa 2.000 detenuti – si era sparsa in carcere la consapevolezza che in molti stavano subendo condizioni di vita simili a quelle subite dal sig. Sulejmanovic. Circa 4.000 detenuti erano ricorsi alla Corte di Strasburgo quando, nel gennaio del 2013 e con una popolazione carceraria scesa a 65.900 unità, la Corte condannò nuovamente l’Italia in relazione alle sue carceri per violazione dell’articolo 3 della Convenzione Europea (divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti), usando questa volta lo strumento eccezionale della sentenza pilota. Si tratta della famosa sentenza Torreggiani dove i giudici europei, per evitare all’Italia migliaia di scontate condanne, annunciano di non voler procedere alla disamina dei tanti ricorsi simili pervenuti assieme a quello del caso Torreggiani e di riservarsi piuttosto di tornare a valutare il nostro Paese nel giro di un anno, arco di tempo ritenuto sufficiente a intervenire con efficacia sul problema del sovraffollamento carcerario. Il governo italiano ha presentato, senza troppe motivazioni se non quella di guadagnare qualche mese, domanda di riesame della sentenza Torreggiani, domanda che – come era prevedibile – è stata respinta, rendendo definitiva la sentenza stessa il 27 maggio 2013. Gli interventi normativi e amministrativi che si sono susseguiti da quel momento hanno contribuito alla riduzione del sovraffollamento – che pur permane – e al miglioramento della vita carceraria. Nel giugno e nel dicembre 2013, due decreti legge hanno, tra le altre cose, limitato il ricorso alla custodia cautelare, ampliato l’accesso alle misure alternative alla detenzione, aumentato la liberazione anticipata per buona condotta, introdotto meccanismi di protezione dei diritti dei detenuti. Tutto ciò, assieme alla sentenza della Corte Costituzionale che nel febbraio 2014 ha bocciato la repressiva legge Fini-Giovanardi sulle droghe, ha portato alla fine del 2014 la popolazione detenuta al di sotto delle 54.000 unità. I detenuti in custodia cautelare sono scesi dal 45% e oltre dell’inizio del 2010, al momento della dichiarazione dello stato di emergenza, a poco più del 30%. La capienza ufficiale degli istituti di pena è oggi valutata in 49.943 posti. Come lo stesso Ministero ammette, un numero considerevole di essi è inutilizzabile a causa degli interventi di manutenzione di cui necessiterebbe. Il sovraffollamento nelle carceri italiane è ancora una realtà, seppure meno drammatica di un tempo. Siamo ancora lontani dagli standard europei, sebbene oggi in carcere si viva un po’ meglio di quanto non si vivesse due anni fa. Alla diminuzione del numero dei detenuti si sono aggiunte alcune riforme amministrative scaturite dai lavori della commissione ministeriale guidata da Mauro Palma e attiva dal giugno al novembre del 2013. Le indicazioni date dalla commissione Palma comprendono: l’apertura delle celle per almeno otto ore al giorno in tutto il circuito della media sicurezza (circa il 90% di tale circuito si è oggi adeguato alla disposizione, il che significa che oltre 39.000 detenuti vivono con le celle aperte durante le ore diurne); la facilitazione dei contatti con i familiari; la creazione di spazi esterni alle sezioni dove i detenuti possono svolgere attività comuni durante la vita diurna.

(da: Il web Inchiesta sulle prigione italiane)

 

Tutti i numeri sugli stranieri in carcere in Europa

Cifra per cifra, le dimensioni di un fenomeno. Gli immigrati sono il 21% dei detenuti in Europa. Omissis.

I dati più aggiornati intorno alla situazione carceraria e alle misure alternative alla detenzione nell’Europa larga dall’Atlantico agli Urali sono raccolti dall’Università di Losanna nei rapporti Space Ie Space II. In premessa va detto che non è facile sistematizzare informazioni provenienti da ben 47 Paesi molti dei quali non hanno uffici di rilevazione statistica dei dati penitenziari o comunque rispondono alle sollecitazioni accademiche – seppur avallate dal Consiglio d’Europa – con grave ritardo. Ciò spiega il fatto che i dati penitenziari europei più recenti sono del 2012 mentre, per esempio, in Italia possiamo disporre di rilevazioni quasi in tempo reale.

Sono circa 800 milioni gli abitanti complessivi dell’Europa. I detenuti nelle carceri europee sono invece poco più di un milione e 700 mila, per la precisione 1 milione e 737 mila. I detenuti erano circa 100 mila in più l’anno precedente. Il tasso medio di incarcerazione è di circa 150 detenuti ogni 100 mila abitanti. Tra il 2011 e il 2012 in un numero ristretto, ma significativo, di Paesi vi è stato un decremento della popolazione detenuta superiore al 5%; tra questi vi sono la Federazione Russa, la Spagna, la Turchia e la Svezia. Ma anche in Inghilterra, Germania, Olanda vi è stata un’inversione percentuale, seppur meno significativa, rispetto a precedenti lunghi periodi di crescita. In Italia un calo sia in termini percentuali che assoluti è avvenuto tra il 2012 e il 2015.

Immigrati dietro le sbarre

Quanto incide sui tassi di detenzione e sull’affollamento delle prigioni la componente straniera rispetto ai detenuti cosiddetti Nazionali? È essa la causa principale dei tassi nazionali di incarcerazione e di affollamento? La presenza media di immigrati nello spazio penitenziario europeo è del 21%. Poco più di un detenuto su cinque non ha il passaporto del Paese che lo imprigiona. La percentuali più basse si trovano, come era prevedibile che fosse, nei Paesi dell’est che non sono paesi tradizionali di immigrazione bensì di emigrazione. Le più alte percentuali si riscontrano in alcuni Paesi dell’Europa centrale (ad esempio Belgio e Austria).

In Romania gli stranieri detenuti sono pochissimi, ovvero lo 0,6% rispetto al totale. In Albania la componente detenuta non albanese è dell’1,8%. In Turchia la componente reclusa non turca è dell’1,7%.  Omissis.

L’integrazione costituisce un’occasione non rinunciabile e di solito entra a far parte di un patto di rispetto delle regole di vita. Una percentuale di stranieri rispetto al totale della popolazione detenuta superiore al 40% (al di là di Andorra, Cipro, Liechtenstein, Lussemburgo e Principato di Monaco i cui numeri totali della detenzione non sono significativi essendo Paesi di per sé molto piccoli) si riscontra, come detto, in Austria con il 46,7% e in Belgio con il 42,3%.

Francia e Inghilterra, che hanno ampie comunità immigrate al proprio interno, hanno invece numeri di detenuti stranieri ben più bassi, rispettivamente il 17,9% e il 12,6% del totale. Ciò può avere una doppia spiegazione: da un lato un più facile accesso alla cittadinanza da parte di coloro i quali hanno provenienze nazionali dalle ex colonie, dall’altro legislazioni interne più elastiche sul diritto d’asilo che riducono i rischi della creazione di quel circolo vizioso che parte dall’immigrazione irregolare e termina nella devianza criminale.

(da Open Migration; Patrizio Gonnella. Presidente dell’associazione Antigone e di Cild. Collabora con la cattedra di Filosofia del Diritto all’Università Roma Tre.16 gennaio 2016)

 

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