«Non possiamo più dirlo forte»

Mag 14 • Dall'UDC, Dalla Svizzera, L'opinione, Prima Pagina • 209 Views • Commenti disabilitati su «Non possiamo più dirlo forte»

Discorso del consigliere federale Ueli Maurer all’assemblea dei delegati UDC del 27.03.2021

All’assemblea dei delegati UDC del 27.03.2021, il consigliere federale Ueli Maurer ha tenuto un pregevole discorso che abbiamo ritenuto importante tradurre e riportare ai nostri lettori.

Fa stato il discorso orale

Caro Presidente, ciao Marco, cari delegati,

sono lieto di potere anch’io essere presente. Sono alla Berner Hof, la sede del Dipartimento delle finanze e sto ancora lavorando un po’, per cui ho scelto di parlare da qui. Ma non sto contando i soldi, tutti presumono che la Confederazione sia seduta su una gigantesca montagna d’oro, ma questo non è assolutamente il caso. Sto, per così dire, tirando insieme i debiti e, di conseguenza, parlerò del tema Corona e delle sfide a esso connesse. Iniziamo dalle spese che si sono già generate: nel 2020, la Confederazione ha speso circa 15 miliardi di franchi. Durante quest’anno, dunque nel 2021, sono stati stanziati finora 23 miliardi. Sono quindi circa 38 miliardi finora. A questi si aggiungono le perdite su garanzie, che saranno superiori a quanto avevamo previsto, semplicemente perché questo lockdown è così interminabile. Penso che ci costerà almeno altri tre miliardi. A ciò si aggiungono i cantoni. Questi hanno speso e spenderanno entro fine anno circa 5 miliardi. Ci saranno dei supplementi in questo budget (trasporti, eccetera) ed entro fine anno, Confederazione e cantoni avranno speso circa 50 miliardi per questa crisi Corona. Sempre che questo lockdown non sia prolungato in eterno. Il lockdown è infatti al momento in vigore, e costa, secondo i miei calcoli, 750 milioni di franchi a settimana. Dunque, ogni giorno circa 100 milioni che si aggiungono se perseveriamo con questo lockdown. Questi 50 miliardi sono ben lungi dall’essere tutto quello che spenderemo per la crisi Corona. Abbiamo l’assicurazione disoccupazione, che non stanziamo quale spesa, bensì va a carico del crescente debito del fondo disoccupazione. Perché più disoccupati significano meno prelievi salariali mentre, nel contempo, aumentano le spese. Il fondo disoccupazione dovrebbe indebitarsi di almeno 5 miliardi supplementari fra l’anno scorso e quest’anno. Potrebbero essere anche di più, a seconda di come evolve il numero dei disoccupati. Con questo siamo già a 55 miliardi di spese. Oltre a ciò, dobbiamo considerare anche le entrate che vengono a mancare. Avremo meno imposte, i primi segnali sono già percettibili, IVA e tasse sui carburanti – si viaggia sensibilmente meno in auto – l’imposta federale diretta – specialmente dalle aziende che fanno meno utili – è una grande incognita, ma altrettanto da considerare è un calo dell’imposta preventiva. Ritengo che si vadano ad aggiungere dai 5 ai 10 miliardi supplementari. Nel quadro di questa crisi, per quanto possiamo ipotizzare oggi alla fine del primo trimestre, siamo perciò a un livello di 60/70 miliardi. 60/70’000 milioni è quanto si deve spendere nell’immediato, rispettivamente quanto entra in meno nelle casse. Queste sono le spese dirette della Confederazione. Ciò che pure suscita preoccupazioni è la previdenza vecchiaia: l’AVS. Perché quando la gente è disoccupata, non paga alcun premio alla cassa disoccupazione, l’IVA cala – anche di questa una percentuale fluisce nella cassa AVS – ed è perciò prevedibile che la revisione dell’AVS diventi più urgente di quanto si pensasse. Dunque, più a lungo termine, anche la previdenza vecchiaia soffrirà di questa crisi. Che cosa si potrebbe fare? È molto semplice. Quanto più breve è questo lockdown e tanto più basse sono le spese. L’abbiamo constatato lo scorso anno, quando in primavera abbiamo riaperto relativamente presto dopo il lockdown, le indennità per il lavoro ridotto sono calate, abbiamo speso solo la metà di quanto avevamo preventivato. Adesso stiamo prolungando questo lockdown, con l’effetto contrario: le spese aumentano. Tanto più breve è il lockdown e tanto più rapidamente torneremo alla normalità, più ridotti saranno i debiti. Ritengo che nelle prossime settimane e mesi non avremo un immediato e significativo allentamento, se continua così dovrebbe avvenire a tappe. Adesso ho parlato di 60/70 miliardi supplementari di spesa e la domanda che si pone è naturalmente: che cosa facciamo con questi debiti nei quali incorriamo oggi? Abbiamo sempre il freno all’indebitamento nella Costituzione e noi riteniamo che fra il 2020 e il 2024 torneremo ad avere un normale processo budgetario che ci permetterà di rispettare il freno all’indebitamento. Ma ciò che ci sarà ancora da pagare sono questi debiti. Chi pagherà questi debiti? È relativamente facile: guardate in strada i bambini che vanno all’asilo e a scuola con il loro zainetto, questa è la prossima generazione che pagherà questi debiti. A seconda di quanto velocemente abbatteremo il debito, impiegheremo dai 15 ai 20 anni per saldare i debiti accumulati oggi. E se non lo facciamo, ci mancherà il denaro per superare una prossima crisi o situazione critica. C’è inoltre il pericolo che i giovani, i lavoratori e la popolazione paghino una fattura doppia. Da una parte soffrono ora delle restrizioni economiche e sociali e, dall’altra, saranno chiamati a pagare i debiti così creati. Questa è l’immagine a grandi linee dell’economia. Se vogliamo approfondire, constatiamo naturalmente anche che decine di migliaia di famiglie o di lavoratori potrebbero incorrere in difficoltà finanziarie. Abbiamo sempre ancora centinaia di migliaia di persone a lavoro ridotto che ricevono l’80% dello stipendio, e il numero dei disoccupati continua relativamente ad aumentare. Si stima che solo nel settore della ristorazione, sono andati persi 30’000 posti di lavoro, dunque 30’000 disoccupati nella ristorazione e non è ancora finita. Con il lavoro ridotto, l’iter verso la disoccupazione definitiva è stato ritardato e anche i fallimenti sono stati rimandati. Purtroppo, c’è perciò da aspettarsi nei prossimi mesi un ulteriore aumento dei disoccupati e anche dei fallimenti. E dietro a ciò, non dobbiamo mai dimenticarlo, si cela il destino di decine di migliaia di famiglie a basso reddito, che non sanno se potranno pagare le loro fatture, e ciò preoccupa non poco. Vedo dalle migliaia di mail, lettere, segnalazioni e incontri quanto la situazione sia difficile per questa gente. Come già accennato, il Consiglio federale delibererà di nuovo su ulteriori allentamenti. Il Consiglio federale è sempre stato molto, molto cauto in merito a questi allentamenti e ritengo che continuerà così. Quindi, suscitare aspettative di una rapida riapertura degli esercizi sarebbe sicuramente sbagliato. Ora ho toccato il lato finanziario. Da 60 a 70 miliardi di debiti, ed effetti per migliaia di famiglie dal lato finanziario. Ma la crisi ha naturalmente anche altri aspetti. Se considero la sanità, si potrebbe supporre che la salute pubblica riesca lentamente a gestire questa crisi. Si sono fatte delle esperienze, dei progressi, ma ciò non vuole assolutamente dire che la crisi sia terminata. Dovremo ancora a lungo conviverci, ma si spera a un livello più basso. Ho una grande fiducia nella sanità pubblica, nella strategia vaccinale, nei settori delle cure; l’umanità ha già vissuto diverse crisi analoghe e credo che nel settore  sanitario la situazione si stia stabilizzando in misura percettibile.

La seconda parte è quella economica. L’ho già detto. Con i debiti che abbiamo accumulato adesso, con le conseguenze per le assicurazioni sociali e per l’AVS, limitazioni dei posti di lavoro, posti di tirocinio che mancheranno, formazioni che non potranno essere portate a termine, le conseguenze economiche sono molto più durature di quelle sanitarie. Per queste conseguenze economiche, per questo denaro che abbiamo distribuito, dovremo senz’altro lavorare per decenni. Penso che già nel bilancio della Confederazione e anche dei cantoni, la questione dell’aumento delle imposte ci impegnerà ancora per 10 o 20 anni. Quindi, le conseguenze economiche ci occuperanno più a lungo di quelle sanitarie. Ed è quindi ora che diamo maggior peso a questo aspetto. E, infine, arriva ancora il lato sociale. Le conseguenze sociali non possono verosimilmente essere stimate, devono essere considerate in maniera differenziata. Non tutti sopportano di essere confinati al chiuso. Non tutti sopportano di non avere dei contatti sociali con i propri vicini, con il proprio ambiente. A cominciare dai bambini a scuola, nella formazione – molti hanno perso un anno di formazione, semplicemente perché non hanno avuto luogo gli esami – non tutti possono imparare a casa con l’insegnamento a distanza. Ci manca la socializzazione nelle associazioni e le associazioni vivono sul numero dei loro soci e, lo sappiamo, nei nostri villaggi, nella nostra vita sociale le associazioni rivestono un ruolo determinante. Ed è determinante che le associazioni possano riprendere le loro attività, cosa che potranno fare solo quando ci si potrà di nuovo riunire, festeggiare e intraprendere qualcosa assieme. La convivenza è stata limitata drasticamente da questa crisi e, secondo me, il rischio che si possano rilevare anche dei danni a lungo termine è molto grande. E questo equilibrio fra questioni sanitarie, conseguenze economiche e conseguenze sociali, dobbiamo averlo meglio sotto controllo; lo abbiamo finora considerato troppo poco, secondo me.

Ora, cosa facciamo, considerando questa situazione? Credo che in queste situazioni, in momenti di crisi, dobbiamo concentrarci sull’essenziale, ossia ciò che è nell’interesse del nostro Stato. Non appartengo ai fanatici o ai complottisti, anche se di tanto in tanto mi permetto delle osservazioni critiche, e ho già detto – credo proprio all’ultima assemblea dei delegati – quello che mi si dice quasi sempre quando sono a colloquio con la gente, e lo sono spesso: «Me dörfs nüme luut säge», «Non possiamo più dirlo forte». Questo nella nostra Svizzera, nella nostra democrazia. Ciò mi preoccupa. E non è un fenomeno del momento, è una cosa che sto osservando da tempo. E il nostro mondo si sta muovendo in un modo che, secondo me, è pericoloso per la convivenza e anche per lo Stato. Prima del Coronavirus avevamo Greta, catastrofe climatica. Il mondo intero correva dietro a una giovane svedese. Dei governi l’anno seguita acriticamente. Adesso c’è Corona. Mettere in discussione criticamente non è praticamente permesso. È questo ancora il nostro mondo? Ed è questa ancora la nostra Svizzera? Per la quale la libertà è al di sopra di tutto? È davvero possibile che crediamo ancora solo a quanto ci viene detto? A volte mi sento come se fossi membro di una setta e tentassi di uscirne. Si è subito tacciati da miscredenti, da bugiardi, si è indagati in modo critico. Ma credo che questo sia esattamente ciò che questa situazione impone. Abbiamo bisogno di cittadine e cittadini critici, perché siamo in una tendenza nella quale lo Stato centralista, lo Stato assistenziale cerca di risolvere per noi  tutti i problemi. È sbagliato, dobbiamo risolvere noi i nostri problemi. Dobbiamo prenderci cura noi di noi stessi e questa è l’enorme sfida. Dopo la crisi Corona, trovare al più presto il nostro regime abituale e, con questo, il nostro massimo impegno e collaborazione laddove sia necessario. Non è accettabile che nel nostro paese ci sia sempre più un sentimento d’insicurezza, che si proibisca alla gente di pensare. Se non si può più dire qualcosa ad alta voce, se si è emarginati, allora è in pericolo qualcosa di molto importante, ossia la libertà d’opinione, uno dei maggiori punti di forza della Svizzera.

Dunque, per concludere, supereremo questa crisi, ne sono convinto, anche se necessiteremo di ancora un po’ di tempo prima di arrivarci. Abbiamo bisogno di moltissimo denaro per questo, e dobbiamo anche far sì che lo Stato ritrovi la bussola, che la convivenza torni a funzionare, che si ripristini ciò che oggi è stato un po’ stravolto – diciamo sempre che da noi, in Svizzera, al contrario degli altri paesi, il potere va dal basso verso l’alto, dunque il popolo ha l’ultima parola. Negli ultimi mesi, ciò è stato un po’ capovolto. Le direttive arrivano quasi esclusivamente dall’alto, non ci sono discussioni, e credo che questa clessidra vada di nuovo capovolta. Nel nostro Stato, il popolo deve avere voce in capitolo per porre fine a questa crisi, per tornare nei prossimi mesi e anni ai punti di forza della Svizzera, la democrazia diretta, la libertà d’opinione, la partecipazione della popolazione e dei cantoni; tutto questo è stato messo un po’ da parte e ciò è il pericolo insito in questa crisi Corona. I problemi sanitari si possono risolvere, i problemi economici si possono risolvere, anche se occorre un po’ di tempo, ma facciamo attenzione a che il nostro Stato non esca dai binari. È il vostro e il mio compito. Su questo dobbiamo lavorare. Grazie e Buona Pasqua.

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