Natale: ieri, oggi, domani

Dic 16 • L'editoriale, Prima Pagina • 104 Views • Commenti disabilitati su Natale: ieri, oggi, domani

Eros N. Mellini

Mancano dieci giorni a Natale, lo speciale spirito che impregna questo particolare periodo dell’anno mi dà lo spunto per qualche riflessione, ahimé, come sempre soffusa di una malinconica nostalgia. È inevitabile, più si avanza con l’età e tanto più si estende la gamma di esperienze con cui fare paragoni: ieri, sempre più vasto, l’oggi che si sposta nel tempo ma la cui durata è sempre uguale, e il domani sempre più a corto termine.

Ieri…

È il periodo più lungo, nel mio caso 76 anni, da cui attingere ricordi per parlare a ragione  – o magari a torto per chi non lo ha vissuto e vive proiettato in un futuro che non conosce ancora ma che un domani costituirà il suo passato – dei «bei tempi andati». Magari erano bei tempi perché eravamo giovani, spensierati, l’unico problema era quello di portare a casa da scuola una pagella accettabile (anche se devo ammettere di non essermi mai preoccupato più di tanto al riguardo, mio padre era morto e mia madre usava le sberle «cum grano salis»), ma non credo che sia solo per quello. Del Natale di quei tempi ricordo – oltre ovviamente all’albero e al presepio – il rito della Messa di mezzanotte dal quale ero escluso data la tenera età. Mentre la mamma e i fratelli si recavano alla Chiesa di Sant’Antonio a Locarno, io ero a letto a dormire, in attesa di alzarmi la mattina e correre a vedere che regali mi aveva portato nella notte Gesù Bambino. Scoprii ben presto che quest’ultimo c’entrava ben poco e che i regali – peraltro modesti, data la precaria situazione finanziaria familiare – erano forniti dalla famiglia, da qualche madrina di battesimo e da qualche associazione benefica come Pro Juventute o Soccorso d’inverno, ma questo non riuscì a togliere quel qualcosa di magico cui ancora oggi guardo con nostalgia.

In casa, un telefono a muro e una doppia placca elettrica che affiancava la vecchia «cucina economica» a legna e la radio erano le uniche concessioni alla modernità (sto parlando degli anni cinquanta). Il ritmo della vita non era così frenetico, ci si prendeva il tempo necessario per le cose. Le gerarchie erano ben definite e insormontabili. Genitori, maestro, parroco, medico, farmacista, ognuno aveva un suo ruolo ben definito ed era inconfutabile nel suo campo, agendo nel contempo in perfetta sussidiarietà l’uno con l’altro.

La contestazione era tollerata fino alla prima sberla che metteva fine alle velleità giovanili nel nome di un valido e collaudato regime patriarcale. Questa repressione, che oggi sarebbe ritenuta intollerabile, veniva compresa poi tempo dopo quando, divenuti adulti, la si applicava a nostra volta sulla generazione seguente. Sarà stato sbagliato secondo i canoni della tolleranza a oltranza in vigore oggi, ma chi è in grado di ricordare deve ammettere che il «disagio giovanile» non esisteva – o saggiamente non gli si dava l’importanza che gli si dà oggi per mancanza d’altro cui pensare – la violenza era ridotta ai minimi termini, il matrimonio era preso molto più sul serio e i divorzi erano rari.

Eppure, eravamo ragionevolmente felici e il Natale lo aspettavamo con trepidazione, per tutti – credenti e no, atei o agnostici – era un misto di gioia, riflessione, pace, generosità e buoni sentimenti da cui ci staccavamo con tristezza il 6 gennaio. Pura ipocrisia? No, non credo. Per la maggior parte si era abbastanza buoni anche durante il resto dell’anno ma, durante il periodo natalizio, lo si era di più.

… oggi …

L’oggi è breve, è l’attimo, «carpe diem» chi ci riesce. Le circa due settimane delle feste natalizie sembrano un’eternità agli occhi dei giovani contemporanei, che non vedono perché debbano in qualche modo sottomettersi a una tradizione che non sentono più e non vedono l’ora che arrivi l’Epifania «che tutte le feste porta via». Paradossalmente, la già citata presunta ipocrisia che fa rifiutare il Natale quale data per appellarsi al bene e alla generosità che dovrebbe esercitarsi tutto il corso dell’anno, non la si intravvede in oltre 140 altre date celebrative ancora più ipocrite previste dall’ONU: la giornata internazionale della donna, della mamma, dei genitori, eccetera. Forse che con un mazzetto di mimose si è fatto il proprio dovere nei confronti della donna? Certamente no, ciononostante una gran parte di noi l’8 marzo torna a casa o va al lavoro con in mano il giallo fiore, acquistato dal fiorista che quel giorno fa affari d’oro.

E, proprio gli affari d’oro fanno continuare la tradizione del Natale benché nessuno creda più a Gesù Bambino e alla sua nascita miracolosa. Affari d’oro dei commercianti che cominciano già a fine ottobre ad addobbare le vetrine con ghirlande e luci, ricordando ai passanti una tradizione che continua a esistere a loro dispetto. Ma già si avvertono i prodromi di una progressiva deriva verso l’indifferenza o, nel peggiore dei casi, verso l’abbandono di qualsiasi valore morale della tradizione.

… domani

Il Natale sta diventando vieppiù una forzatura che molta gente rispetta solo per spirito sociale e di adeguamento al gregge. Come la mimosa l’8 marzo, i regali sono quasi più un obbligo morale che non un atto spontaneo, una particolare espressione di affetto verso chi ci è caro. Nell’odierno mondo dell’iperbole, i regali si fanno tutto l’anno – agli altri o a noi stessi – per cui, cosa vuoi dare a chi ha già tutto (perlomeno tutto quanto il cui prezzo rientri nelle nostre possibilità)? E quindi sta adagio adagio prendendo piede il motto «Niente regali!». Dove ci porterà? Per conto mio a un triste rimpianto per ciò che è passato, per i biglietti di auguri, per i regali sotto l’albero, per la Messa di mezzanotte, per il presepio. Se non fosse per l’influsso dei bambini, figli e nipotini, credo che a questo nulla saremmo già arrivati.

Ma ciononostante, bando alle malinconie e tanti auguri a tutti!

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