Maggiore età “à la carte”?

Ott 16 • L'editoriale, L'opinione, Prima Pagina • 5 Views • Commenti disabilitati su Maggiore età “à la carte”?

Eros N. Mellini

Sono nato e cresciuto quando la maggiore età era fissata a 20 anni. A 20 anni eri tenuto al servizio militare, potevi votare, eleggere ed essere eletto, la legge smetteva di trattarti con uno statuto speciale riservato ai minori: in altre parole, a 20 anni eri considerato in grado di assumerti le tue responsabilità, tutte le tue responsabilità. Potevi sposarti, fare la patente di guida, stipulare o rescindere contratti, chiedere prestiti e spendere liberamente i tuoi soldi, tutte cose che, prima della maggiore età, ti erano permesse solo in parte e con il consenso scritto dei genitori.

Dal 1996, la maggiore età è stata portata a 18 anni, al di sotto dei quali si è considerati minorenni e, pertanto, oggetto di particolari attenzioni al fine di salvaguardarne la salute e l’integrità. Codice penale e tribunali minorili, divieto di accesso (almeno ufficialmente) ad alcool e tabacchi, in generale un occhio più benevolo nei riguardi delle trasgressioni in cui si cade facilmente a quell’età, sono solo pochi esempi del trattamento riservato ai minori.

È perciò comprensibile che i giovani scalpitino insofferenti a tutte queste restrizioni ritenendosi – ci siamo passati tutti – del tutto maturi e quindi ingiustamente frenati nelle loro ambizioni da una società stile “Jurassic Park”, con le leve del potere in mano esclusivamente ai dinosauri, con qualche eccezione che però, per età, non va oltre quelli che ai loro occhi sono trogloditi di Neanderthal o di Cro-Magnon. Poi, vanno in giro convinti di essere alla moda con jeans scientemente stracciati o con piercing che, oltre a essere discutibili dal punto di vista estetico, devono anche essere molto dolorosi. Ma loro sono “maturi”, e quindi rivendicano i loro “diritti” a ogni piè sospinto, possibilmente sorvolando sui “doveri” – importanti e imprescindibili per gli adulti, ma del tutto irrilevanti per loro.

Dai movimenti studenteschi del ’68 – quando, a mio avviso, la società perse l’occasione per una sana e severa repressione – le rivendicazioni giovanili non hanno fatto altro che moltiplicarsi, frutto del cedimento di quell’epoca e del fatto che il corpo docente delle nostre scuole è ormai da quasi tre generazioni composto persone nate e cresciute in quell’ambiente.

Ed essendo i prodotti del ’68 diventati a loro volta genitori e nonni, non c’è da meravigliarsi che le continue pressioni esercitate dai figli abbiano dato i loro frutti anche nella Berna e nella Bellinzona politiche.

E allora, ecco moltiplicarsi le concessioni: a 18 anni il limite per poter acquistare superalcoolici, ma giù a 16 per vino e birra. 18 anni per la guida di un veicolo, ma patente di allievo conducente già a 17. E via di seguito.

L’ultima trovata in questo senso arriva dal Consiglio nazionale che, lo scorso 10 settembre, ha approvato un’iniziativa dell’estrema sinistra (Sibel Arslan, Verdi/BS) volta ad abbassare l’età per il diritto di voto da 18 a 16 anni. Lo scopo di questa assurda pretesa è chiaro, per chi sa leggere fra le righe: data la propensione all’ideale del “siamo tutti uguali, vogliamoci bene” preponderante nella giovane età, la fascia fra i 16 e i 18 anni costituisce un bacino di nuovi voti per la sinistra ben superiore a quanto possa attingervi la destra. Prova ne sia il fatto che la maggioranza della Camera bassa ha sì concesso ai sedicenni il diritto di voto, ma non quello di eleggibilità. Ohibò! Uno è maturo a sufficienza per eleggere chi lo deve rappresentare in parlamento ma, nel contempo, non lo è abbastanza per andare lui stesso alle Camere a difendere i propri assunti? A me sembra un paradosso. È poi ridicola la tesi difesa in aula dall’iniziativista, secondo cui “L’evoluzione demografica determina un aumento costante del numero di aventi diritto di voto con più di 50 anni. Vi è quindi il rischio di distorsione delle decisioni politiche. Concedere il diritto di voto ai 16enni permetterebbe di controbilanciare questa evoluzione”. Il numero degli aventi diritto di voto con più di 80 anni è in calo quindi, per controbilanciare il voto dei 16-17enni, la loro scheda dovrebbe valere il doppio?

Lasciando a parte gli scherzi (il mio è uno scherzo, quello della Verde basilese purtroppo no), è ora di piantarla con questa maggiore età “à la carte”. Non esiste il “diritto di voto ma non di eleggibilità”. Se uno ha il diritto di voto a 16 anni, altrettanto alla stessa età deve essere eleggibile. Ma deve anche prestare servizio militare; deve poter acquistare liberamente superalcoolici, guidare l’auto e sposarsi, ma anche cadere sotto il codice penale degli adulti quando sgarra. E allora, facendo un rapido bilancio costi/benefici, credo proprio che gli stessi giovanissimi ci farebbero un pensierino, prima di rivendicare il diritto di voto.

Personalmente, ho sempre detto che – e parlo per esperienza – le più grandi cavolate si fanno proprio da giovani, per cui non avrei nulla in contrario a riportare la maggiore età a 20 anni o addirittura ad aumentarla a 25.

Ma, per il momento, non ci resta che sperare che il Consiglio degli Stati metta una pezza a questa ennesima fesseria di un Consiglio nazionale scivolato pericolosamente a sinistra con le elezioni “climatiche” del 2019.

Comments are closed.

« »