L’unione fa la forza?

Gen 27 • L'editoriale, Prima Pagina • 305 Views • Commenti disabilitati su L’unione fa la forza?

Eros N. Mellini

Francamente, quando arriva il momento delle elezioni, per molti questo saggio adagio sembra perdere la sua – peraltro stringente – logica. Si dice che la politica sia l’arte del compromesso e questa affermazione mi trova concorde, almeno fino a quando il compromesso non si trasformi nella più smaccata prostituzione volta a ottenere un profitto personale a scapito di quello della collettività. Ma, da nessun’altra parte come in Ticino, assistiamo a una disgregazione dei partiti per opera di spiriti individualisti sempre convinti di saper fare meglio.

Il fenomeno Lega è irripetibile

E chissà, magari saprebbero davvero fare meglio di chi è oggi a guidare il paese – spesso verrebbe da dire che non ci vorrebbe poi molto – ma non avranno mai la possibilità di dimostrarlo, non avendo il loro elettorato la massa critica necessaria a farli eleggere o, nel caso riescano nell’intento, a dare loro sufficiente voce in capitolo.

Personalmente, ricordo negli anni ’70 – anch’io ho i miei peccati di gioventù – di aver votato per protesta a favore del Partito d’azione democratica (Pad), divenuto poi Partito Antimafia (Pam), di Stelvio Stevenoni, una specie di Nano Bignasca ante litteram, indignato dei malandazzi di Palazzo delle Orsoline. Con un certo successo a livello di politica comunale – fu municipale di Ascona – ebbe meno fortuna a livello cantonale quando non riuscì a farsi eleggere in Gran Consiglio.

Come lui, sulla scena politica ticinese si è presentata negli ultimi 50 anni una miriade di partiti, partitini, movimenti di protesta o tematici, spesso ad personam, il cui successo è stato al massimo la conquista di uno o due seggi in Gran Consiglio, nel peggiore dei casi una manciata di voti di parenti e amici e la patetica soddisfazione di poter dire «c’ero anch’io». Sì, perché il «fenomeno Lega» ha ringalluzzito parecchi che pensano o hanno pensato di poterne emulare i risultati. Ma costoro dimenticano due fattori: il primo è che Giuliano Bignasca fondò il movimento dopo circa due anni di stampa settimanale de «Il Mattino della Domenica» tramite il quale rese credibile la possibilità che il nuovo partito avrebbe potuto dare seguito a ciò che il giornale andava denunciando ogni domenica, ossia che avrebbe buttato in aria «ul tavolin da sass», come il Nano definiva la fino ad allora inestirpabile politica di clientelismo dei partiti storici. Il secondo è che Bignasca investì un mucchio di soldi nel movimento e nel giornale, molti più di quanto i suoi emuli di oggi dispongono o sono disposti a spendere. A dimostrazione di questo assunto è che, dalla prematura dipartita del suo fondatore, la Lega è in lieve ma continuo calo di consensi.

Tutto ciò rende il «fenomeno Lega» unico e irripetibile – almeno nel breve medio termine – e chi si pensa di calcarne le orme con il medesimo successo si illude.

La disunione è soprattutto a sinistra

Quale esponente dell’UDC, non posso che rallegrarmi: le scissioni che danno adito alla nascita dei nuovi partitini colpiscono soprattutto la sinistra. MPS, POP, Più Donne, e adesso il nuovo movimento «Avanti» di Amalia Mirante, erodono voti al Partito socialista e, dal momento che in Ticino non è più possibile la congiunzione delle liste, indeboliscono la sinistra. È vero che poi in aula potrebbero votare assieme sui singoli messaggi, ma l’esperienza ci insegna che non è sempre così. Inoltre, la dispersione dei voti fa sì che nessuno dei partiti coinvolti possa approfittare dei resti (numero di voti rimanenti dopo l’attribuzione dei seggi) che, se fossero invece appannaggio di un solo partito potrebbero valere un seggio in più.

Partiti snaturati

Se la destra – UDC e Lega – ha motivo di rallegrarsi, lo stesso non si può dire dei partiti storici. PLR e Centro (ex PPD) hanno negli anni allargato a dismisura il loro «cappello» accogliendovi esponenti di qualsiasi tendenza politica. Ciò al fine di allargare il bacino di voti al motto «prima conquistiamo il maggior numero possibile di seggi, poi in qualche modo ce li divideremo». Quella che dovrebbe essere una linea di demarcazione fra destra e sinistra, è nel tempo diventata una fascia sempre più larga in cui si trovano elementi spiccatamente di sinistra mescolati ad altri altrettanto spiccatamente di destra, con in mezzo tutte le sfaccettature più o meno moderate delle due tendenze. L’ala radicale (più sociale) del PLR e quella addirittura sindacalista del PPD-Centro, hanno nel frattempo avuto il sopravvento trasformando di fatto i due partiti in quella che – per distinguerla da quella estrema rappresentata dal PS – chiamo la sinistra moderata.  Con l’imperversante clientelismo degli anni passati (posti di lavoro, cariche in CdA, prebende varie) la cosa ha funzionato… fino al primo scossone da parte della Lega.

La lista senza intestazione

Il grande successo elettorale della Lega al suo esordio è dovuto in parte senz’altro a un distacco dai partiti storici di elementi che non si identificavano più con un partito in cui militavano persone in totale antitesi con le loro idee. Meglio quindi aderire a un movimento di protesta che non si prefiggeva uno schema politico tradizionale, ma con il quale si condivideva la gran parte dei singoli temi del momento.

Nel frattempo, era stata introdotta anche la lista senza intestazione, che dà al cittadino la fallace sensazione di non votare per un partito. Fallace perché – non essendoci dei candidati per questa lista, tutti i candidati eleggibili si presentano in una lista tradizionale – si dà comunque il voto a un candidato di un partito, dando quindi anche a quest’ultimo almeno l’equivalente di un voto personale. In altre parole, per ogni voto assegnato a un candidato (voto emesso) corrisponde a un voto (non emesso) a favore del partito di cui fa parte. Quindi, per esempio, per il Consiglio di Stato (a disposizione 5 voti emessi e 5 non emessi) per ogni candidato si dà – volenti o nolenti – un quinto di voto al suo partito di appartenenza. In altre parole, 5 voti personali ricevuti sulla lista senza intestazione da parte di un candidato, equivalgono a un voto per il suo partito.  Il che penalizza naturalmente il partito, ma non nella drastica misura in cui pensano i fautori della scheda senza intestazione. Per chi non fosse in chiaro, invito a consultare la relativa pagina Internet del Cantone (https://www4.ti.ch/generale/dirittipolitici/elezioni/elezioni-comunali-2016/voto/come-si-vota/valore-delle-schede/scheda-senza-intestazione).

Conclusione

Le scissioni non sono la risposta giusta al fatto che un partito non può soddisfare il 100% degli auspici di ogni singolo elettore. Perché i partitini o i movimenti nati «ad hoc» per affrontare uno o pochi singoli problemi o per soddisfare le ambizioni di alcuni, non avranno poi comunque la forza per mantenere le aspettative dei loro elettori. Generalmente lo capiscono dopo qualche anno e ritornano sui propri passi rimettendosi insieme, qualche volta – se hanno raggiunto un seguito abbastanza consistente – «rifondando» il partito con un’altra denominazione, vedi PSA, PSU, PST, eccetera. Altrimenti, vanno avanti in nome della «coerenza» o del dovere di mantenere la promessa di «farsi sentire» fatta ai propri elettori, illudendosi di poter cambiare comunque le cose. Oppure c’è, senza fare nomi, chi da un trentennio si presenta con una casacca diversa ogni quattro anni, non si sa bene se al motto «chi l’ha dura, la vince» o «l’importante è partecipare». Nel Ticino politico c’è veramente posto per tutti.

 

Comments are closed.

« »