L’UDC come Marc Marquez?

Nov 1 • L'editoriale, Prima Pagina • 140 Views • Commenti disabilitati su L’UDC come Marc Marquez?

Eros N. Mellini

Chi, come me, segue la MotoGP, sa che quest’anno Marc Marquez ha già vinto il campionato mondiale il 10 ottobre 2019 in Thailandia, quando mancavano ancora 4 prove in calendario. Tanto per dimostrare che è attualmente il più grande campione della categoria, ha vinto anche i susseguenti Gran premi del Giappone e d’Australia, ma ai fini della classifica finale, avrebbe potuto anche perderli e perdere anche le rimanenti due prove, senza che il suo ottavo titolo mondiale fosse messo in pericolo. Che cosa c’entra questo con l’UDC?

Beh, al contrario di Marquez, l’UDC non ha continuato a vincere nelle recenti elezioni federali, ma il titolo di maggiore partito svizzero le rimane comunque: con la quota del 25,6% rimane di gran lunga in testa alla classifica, anche se una caduta le ha impedito di salire sul podio in questa specifica gara. L’amaro in bocca ovviamente rimane ma, tutto sommato – vista l’isteria verde che ha caratterizzato tutta la campagna mobilitando in massa l’elettorato “gretino” – poteva andare molto peggio. Niente cure intense per il partito, dunque, ma solo qualche cerotto e qualche balsamica leccata alle ferite e quindi… via con la preparazione della moto per il prossimo campionato.

Una flessione prevista

In effetti, il pericolo di una flessione nei consensi (anche ben maggiore di quella poi realizzatasi, se si pensa che Christoph Blocher ha dichiarato che si attendeva addirittura una regressione fino a 10 punti percentuali) era ben presente nelle aspettative dei vertici dell’UDC. Per diverse ragioni. In primis, l’irragionevole isteria climatica fomentata a livello planetario tramite il fenomeno (creato ad arte da astuti spin doctors) “Greta Thunberg”, un carro su cui l’UDC, coerentemente, non ha voluto salire per meri fini opportunistici, come invece hanno fatto altri partiti, peraltro senza guadagnarci in voti ma con grande perdita di credibilità. Infatti, i “gretini” hanno preferito votare per l’originale (Verdi e Verdi liberali) che non per le diverse altrettanto brutte copie (PS, PLR, PPD). E, dato che l’UDC – pur mantenendo la sua posizione in materia di ecologia – non ha perso più di questi partiti che invece l’hanno cambiata, dimostra che, tutto sommato, la coerenza premia più del miope opportunismo a breve termine. In secondo luogo, l’UDC è regredita di 12 seggi rispetto al 2015, anno però da ritenersi eccezionale: infatti, in quelle elezioni, dei minimi vantaggi nei diversi cantoni avevano fatto sì che il 2,8% di consensi registrato a livello nazionale portasse all’ottenimento di ben 11 seggi in più. Oggi, con la flessione del 3,8%, ne abbiamo persi 12. È seccante, naturalmente, ma non è la fine del mondo.

Dovremo lanciare più referendum

Guardando le votazioni parlamentari delle scorse legislature, non è che i 12 parlamentari in meno cambieranno di molto la nostra forza in parlamento. La maggior parte delle volte, la posizione dell’UDC sui temi importanti (UE, Schengen, immigrazione, eccetera) è contestata dall’alleanza trasversale di tutte le sinistre (quindi, PS e Verdi sì, ma anche PPD e PLR che di borghese non hanno più nulla), per cui non saranno 12 voti in meno a fare la differenza. Sui temi inerenti alla socialità, all’economia e alla fiscalità, però, verranno a mancare anche quelli ceduti all’ala rossoverde in particolare dagli ex-partiti borghesi che, qualche volta, si trovano a votare con noi. C’è quindi da attendersi che passeranno alla grande quasi tutte le proposte, vessatorie in termini di divieti e di aumenti fiscali, che da sinistra arriveranno camuffate da provvedimenti ecologici. E quindi, per difendere la politica restrittiva in questo senso dell’UDC, non rimarrà che chiamare più spesso in causa il popolo con referendum e iniziative. Sarà, sotto questo aspetto, una legislatura estremamente impegnativa, che tuttavia – vediamone l’aspetto positivo – rinsalderà quel legame del partito con la popolazione che alcuni ci rimproverano di avere un po’ perso. Non c’è infatti niente di meglio, per avvicinare il popolo alla politica, delle bancarelle per la raccolta delle firme e le campagne di voto.

Due (o più) parole sulla situazione in Ticino

Anche in Ticino, non lo si può negare, l’onda verde ha colpito. A danno di tutti i partiti, salvo che dell’UDC. Infatti, se la sinistra nel suo assieme ha fatto un balzo in avanti, anche il PS preso a sé stesso ha registrato un calo dell’1,8% (PLR -3,2%, PPD -1,9%, Lega -4,8%).

L’UDC, con le sue sotto-congiunzioni (UDF, Agrari, Giovani), ha registrato un aumento dell’1,6% portandosi al 12,7%.

Com’era facilmente prevedibile, la congiunzione delle liste PLR/PPD non ha dato dei vantaggi reciproci, è solo servita a salvare il seggio di Marco Romano a scapito, purtroppo, della nostra alleata Roberta Pantani. Solo 3106 voti separano infatti la leghista dal pipidino ed è lecito presumere che, senza l’apporto del PLRT, il seggio di Greta Gysin sarebbe stato acquisito a scapito di Marco Romano.

La contropartita della congiunzione per il PLR dovrebbe essere il (quasi) compatto appoggio del PPD a Giovanni Merlini in corsa per il Consiglio degli Stati. Ma, dato che nessuno pensava allo straordinario risultato di Marco Chiesa e quindi l’elezione di Filippo Lombardi era data per scontata, tutto l’appoggio possibile da parte del PPD è stato verosimilmente già dato al primo turno (2 crocette = Lombardi e Merlini) per cui, da questo lato non dovrebbero arrivare chissà quali stravolgimenti. In compenso, come spesso è successo in passato, Merlini pensava di poter contare sul massiccio appoggio della sinistra (politicamente si possono ormai considerare cugini), e questo avrebbe dovuto fare la differenza su eventuali altri candidati. Senonché, sono subentrati due fattori a rompere le uova nel paniere: l’inaspettato risultato di Marco Chiesa (a soli 1742 voti da Lombardi), e il fatto che Marina Carobbio, forte dei suoi 30’263 voti al primo turno, entra in corsa al ballottaggio con concrete e giustificate aspirazioni all’elezione. Aspirazioni concrete e giustificate, solo tuttavia a condizione che la sinistra la voti senza nulla concedere a Giovanni Merlini che, con Marco Chiesa, è il suo avversario più diretto (caro Giovanni, questo è il vero “voto utile” della sinistra). Mentre, salvo sconvolgimenti dell’ultima ora, la rielezione di Filippo Lombardi sembrerebbe quasi scontata, il seggio cui aspira Giovanni Merlini è, a mio avviso, quello che traballa di più. Per lui, ovviamente, visto che è quello più alla portata dei suoi avversari.

Uno di questi due ultimi, è il nostro Marco Chiesa. Come detto sopra, ha fatto un risultato straordinario al primo turno (2313 voti più di Marina Carobbio). Ma, dato che la sinistra scenderà in corpore in campo a sostegno della sua candidata, per finalmente avere al Consiglio degli Stati un deputato che ha ampiamente dimostrato di essere – come la maggioranza dei Ticinesi – contro l’adesione all’UE, contro l’accordo-quadro istituzionale con l’UE, contro l’immigrazione di massa, contro la libera circolazione delle persone a favore della priorità indigena sul mercato del lavoro e, affinché non si dica che siamo contro tutto, a favore dell’espulsione degli stranieri criminali, eccetera – occorrono tre cose: 1. Che i leghisti si mobilitino in massa – anche quelli delusi per il risultato al 1° turno di Battista Ghiggia – per votare il nostro candidato; 2. Che l’elezione di Marco Chiesa venga appoggiata anche da chi – pur magari vedendo l’UDC o lo stesso candidato come fumo negli occhi – la veda in funzione anti-sinistra, ossia recepisca quanto male potrebbe fare alla Svizzera e al Ticino l’elezione di una socialista o di un filo-socialista alla camera alta. 3. È un fattore non quantificabile, ma aiuta: un po’ di fortuna.

 

Quindi, se l’UDC nazionale è metaforicamente Marc Marquez, Marco Chiesa è un “rookie” di tutto rispetto. Diamogli la moto giusta, e vincerà questo importantissimo Gran Premio.

 

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