L’oasi felice UE

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Dr. Francesco Mendolia

Ho terminato di scrivere queste notizie il 29 dicembre 2019. Il 29 dicembre 2013, mentre sta sciando fuori pista sulle nevi di Meribel in Francia, Michael Schumacher cade battendo violemtemente la testa, l’urto aggravato dall’asta di supporto di una videocamera  sportiva gli perfora il casco su cui è montata e impatta contro il cranio. Il sette volte campione  mondiale di F1 viene ricoverato d’urgenza a Grenoble in stato semicomatoso.

La “tecnologia per il bene” è il futuro dell’Europa

L’evoluzione del processo di integrazione comunitaria passa dal digitale, per competere con Cina e Stati Uniti, come dimostra il progetto Gaia-X

L’Europa è pronta a smembrare i colossi del web che non rispetteranno le nuove regole sul digitale”. Lo ha dichiarato nei giorni scorsi il commissario Europeo al mercato interno, Thierry Breton, che ha firmato il Digital Markets Act e il Digital Service Actpacchetti rivoluzionari di regolamentazione del mondo digitale, i più ampi mai preparati da un legislatore. Includono «sanzioni proporzionate», che possono arrivare alla separazione strutturale, per contrastare posizioni dominanti in Europa di colossi come Google, Apple, Amazon, Facebook o Microsoft. Per evitare le sanzioni, tra le altre cose, le big tech dovranno aprire i loro algoritmi, rendere trasparente il mercato pubblicitario e condividere con i rivali parte dei dati raccolti in rete.

Parallelamente, la Commissione ha proposto una nuova governance UE sui big data in linea con i principi europei della protezione delle informazioni personali, dei consumatori e della concorrenza. La scommessa di Bruxelles è di recuperare terreno sul digitale proprio nei confronti di Stati Uniti e Cina nella partita dei dati, fondamentali per la sovranità europea e per la crescita economica. E la Francia ha reso noto che applicherà la web tax dal 2020 nonostante le minacce di ritorsioni da parte degli USA. Se non ci sarà accordo, il prossimo anno Bruxelles andrà avanti con un testo europeo che dovrebbe essere più efficace di singole norme nazionali, come quella apripista francese.

Le recenti novità rendono evidente come la questione della sovranità dei dati, pietra miliare per la sovranità digitale, sia centrale in un Europa che, nonostante Brexit, lavora da sempre a una maggiore integrazione su vari fronti. A questo proposito, il lancio del progetto Gaia-X per il cloud europeo rappresenta una svolta per l’Unione europea, per iniziare ad affermare la propria sovranità digitale e accelerare verso l’integrazione. Un’integrazione da sempre ostacolata dalle resistenze nazionali alla definizione di sistemi realmente paneuropei in ambiti quali la difesa e la finanza, che potrebbe essere accelerata dall’adozione inedita di soluzioni comuni per affrontare la crisi connessa alla pandemia. Nell’ultimo report di Klecha & co.,Technology fast-tracking: a multifaceted European integration, realizzato in collaborazione con Rosa & Roubini Associates, si ripercorre la strada fatta verso l’integrazione e le prospettive future sottolineando come il vero motore dell’integrazione europea potrebbe essere proprio la tecnologia.

Ma c’è un problema: l’Europa deve recuperare il ritardo rispetto agli Stati Uniti e alla Cina per quanto riguarda le dimensioni dei suoi player digitali. Se, da questo punto di vista, la tecnologia rappresenta il problema, dall’altro offre la soluzione: le istituzioni europee stanno lavorando per consentire l’emergere di leader tecnologici su scala globale. La strada da percorrere è ancora lunga, ma la direzione di marcia sembra essere quella giusta.

Si dovrà lavorare allo sviluppo di un ecosistema tecnologico europeo che potrebbe essere volto a promuovere “Technology for Good in contrapposizione alla tecnologia statunitense e cinese che hanno promosso rispettivamente “Technology for Money” e “Technology for Social Control“.

L’entità degli investimenti necessari allo sviluppo di un ecosistema tecnologico e la pervasività della tecnologia in tutti gli ambiti, economico, sociale, della difesa, fanno sì che i paesi europei non possano più gestire i loro interessi in modo autonomo. In questo senso la tecnologia offre un’occasione formidabile per rompere le barriere fisiche che impediscono una completa unificazione del continente e l’instaurazione di una vera e propria sovranità europea.

(wired Redazione Dicembre 2020)

L’Europa spiegata bene

Per inquadrare un leader politico, soprattutto uno dei più esposti al mondo, analisti e osservatori ci mettono al massimo qualche mese. A più di tre anni dalla sua elezione, invece, Emmanuel Macron resta in gran parte un enigma.

Non siamo i soli ad avere questa sensazione. L‘intervistona che vi avevamo segnalato nello scorso numero, uscita sulla rivista le Grand Continent, è stata interpretata in maniera esattamente opposta da due giovani e brillanti commentatori italiani che seguono le cose francesi, Raffaele Alberto Ventura e Lorenzo Castellani. Su Domani, Ventura ha segnalato una svolta progressista di Macron che, parlando con le Grand Continent aveva messo bene in chiaro il superamento del neoliberalismo economico. Su Panorama, Castellani nota invece in Macron una trasformazione: da leader «progressista» a «espressione di un nuovo conservatorismo sociale, quasi «sovranista». Entrambi usano ottimi argomenti e citano diversi brani dell’intervista. E quindi?

Macron è sempre stato molto bravo a modulare il suo messaggio a seconda del pubblico che ha davanti, e a fare dichiarazioni che possano essere intese in un certo senso, ma anche in un altro. «Il presidente fa marketing politico», ha detto a franceinfo Anne-Claire Ruel, che insegna comunicazione politica alla Sorbona. Ma ormai è evidente che la sua strategia non si limita alla comunicazione. A quale Macron dobbiamo credere? A quello che promuove e difende la nuova legge che impedisce di filmare i poliziotti in servizio e che nomina un ministro dell’Interno di destra, oppure a quello che reagisce «furioso» al pestaggio di Michel Zecler, ed esige la sospensione dei poliziotti responsabili? A quello che propone il cosiddetto Recovery Fund e spinge per un’Europa sempre più integrata, oppure a quello che conduce una politica estera con una rivendicata autonomia, soprattutto in Nord Africa e Medio Oriente? A quello che chiede ai leader civili e religiosi islamici di far evolvere l’Islam, o a quello che sostiene non sia corretto criticare le esecuzioni di massa del governo egiziano? Tutto potrebbe tenersi, nella sua testa: del resto ha una profondità e un’articolazione di pensiero più da professore universitario che da leader politico. Se avesse voglia di discuterne e spiegarsi – magari prima dell’autunno del 2021, anno in cui diventerà di fatto il capo dell’Europa dopo la fine dell’ultimo mandato di Angela Merkel – noi siamo qui, sempre disponibili. Nelle scorse due settimane c’è stato parecchio trambusto dentro e fuori dalle istituzioni: ma la notizia di gran lunga più discussa dalla nicchia di Bruxelles, è stato lo scandalo intorno all’europarlamentare ungherese József Szájer.
Szájer si era dimesso dal Parlamento europeo domenica 29, senza molte spiegazioni. Due giorni dopo, si è saputo che poco prima la polizia lo aveva sorpreso a partecipare a un party a sfondo sessuale con una ventina di uomini, violando le regole del lockdown. Ha fatto letteralmente il giro d’Europa la scena trapelata dai resoconti della polizia: quando gli agenti hanno interrotto il party, che si teneva al secondo piano di un pub del centro, Szájer ha cercato di scappare dalla finestra finendo per strada, seminudo e con le mani insanguinate. Dopo essere stato fermato, Szájer ha spiegato di essere un europarlamentare, non è chiaro se per il più classico dei “lei non sa chi sono io” oppure per invocare l’immunità parlamentare. L’aspetto più succulento della notizia è che Szájer appartiene al circolo ristretto del primo ministro ungherese Viktor Orbán ed è uno dei principali leader del suo partito, Fidesz. Non solo: Szájer era noto per le sue posizioni omofobe, e nel 2011 aveva scritto un controverso emendamento alla costituzione che vincolava il matrimonio all’unione fra un uomo e una donna (scritto peraltro su un iPad mentre si spostava da Bruxelles a Strasburgo). Insomma, c’erano tutti gli ingredienti per alimentare risolini e gomitate circospette, oltre che una certa Schadenfreude: hai oppresso per anni gli omosessuali? Ben ti sta. A noi, questa storia ha lasciato un retrogusto amaro, forse per i toni un po’ goliardici con cui si è parlato di “orge” e “festini”, di persone gay il cui orientamento sessuale è stato di fatto rivelato dai giornali senza il loro consenso, di un presunto sottobosco “dissoluto” nella capitale delle istituzioni europee. Sul Post, dopo molte riflessioni, abbiamo scritto un pezzo il più asciutto possibile: per evitare equivoci e soprattutto perché sulle prime la faccenda sembrava limitarsi a Szájer. Da un paio di giorni sembra che il caso si stia allargando. Il giornale polacco Onet ha intervistato l’organizzatore del party, un dottorando di 29 anni, secondo cui ai suoi eventi hanno partecipato in passato altri 9 politici di Fidesz e 4 di Diritto e Giustizia, il partito di estrema destra che guida il governo polacco e a sua volta spinge molto sull’omofobia. Al momento, però, non abbiamo riscontri: l’organizzatore dei party potrebbe essere semplicemente in cerca di visibilità. Torneremo su questa storia se la riterremo indicativa di una tendenza al di là del caso di Szájer.

(Post Konrad Yiva Johansson)

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