L’oasi felice UE

Dic 12 • L'opinione, Prima Pagina • 97 Views • Commenti disabilitati su L’oasi felice UE

Dr. Francesco Mendolia

 

Ho terminato di scrivere queste note il 3 dicembre 2020 alle ore 23:00. Il 3 dicembre del 1992 Neil Papworth, un ingegnere britannico ventiduenne invia il primo Sms della storia, dal suo computer di lavoro al telefono Orbitel 901 il messaggio: Happy Christmas.

Europa e Stati Uniti torneranno amici?

Negli ultimi giorni le istituzioni dell’Unione europea hanno mosso i primi passi nel tentativo di ricucire i rapporti con gli Stati uniti, danneggiati dai quattro anni di presidenza di Donald Trump. Sia la Commissione sia l’ufficio di presidenza del Consiglio europeo hanno diffuso dei documenti in cui delineano una collaborazione più stretta con l’amministrazione del futuro presidente Joe Biden, elencando una serie di temi su cui si può ricostruire quella che negli scorsi decenni era stata una delle alleanze più solide dell’Occidente. Una relazione transatlantica robusta tra partner uguali è essenziale per la sicurezza e la prosperità sia dell’UE sia degli Stati uniti e per la promozione di un ordine mondiale liberale, si legge nel documento del Consiglio, parzialmente pubblicato dal Foglio. Negli ultimi anni, Trump ha più volte definito l’Unione europea un nemico: per ragioni elettorali la base del Partito repubblicano si è ormai spostata su posizioni isolazioniste più che politiche. Trump, infatti, tendeva a inquadrare i rapporti con gli altri paesi solamente nell’ottica del commercio: e, dato che l’Unione europea e gli Stati uniti hanno da tempo alcune divergenze in materia, la sua amministrazione ha avviato una piccola guerra diplomatica e commerciale contro l’UE, prima nominando ambasciatori sostanzialmente irricevibili in mezza Europa – persone scelte soprattutto per la fedeltà e i finanziamenti garantiti a Trump durante la campagna elettorale – e poi imponendo dazi su alluminio e acciaio europei. Per mesi, soprattutto nell’ottica di una eventuale rielezione di Trump, si è discusso se l’Unione europea potesse acquisire quella che gli esperti chiamano «autonomia strategica»: se cioè potesse trovare il modo di diventare una potenza sempre meno dipendente sia dagli alleati storici come gli Stati uniti sia da partner-avversari come la Cina. Lo avevano suggerito apertamente sia Angela Merkel sia Emmanuel Macron, i leader politici più potenti fra i capi di governo europei

(Konrad. Il post 2 dicembre 2020)

 

La Francia indagherà su decine di moschee per contrastare l’estremismo religioso

Giovedì, il ministro dell’Interno francese Gerald Darmanin ha detto che il governo ha dato istruzione alle forze di polizia di indagare su 76 moschee, per combattere l’estremismo religioso che è considerato una crescente minaccia per la sicurezza nazionale. Le moschee su cui si indagherà, sugli oltre 2.600 luoghi di culto musulmani in Francia, sono state indicate da Darmanin come possibili minacce non solo per la sicurezza, ma anche per i valori repubblicani. Darmanin ha definito l’iniziativa «senza precedenti» e ha detto che è stata decisa per contrastare il «separatismo» degli estremisti musulmani, cioè quelle che, secondo il governo francese, sono iniziative per la creazione di comunità musulmane separate che non si riconoscono nei valori della Repubblica francese. «Ci sono in alcune aree concentrate luoghi di culto che sono chiaramente anti-repubblicani», ha spiegato Darmanin, «(dove) gli imam sono seguiti dai servizi di intelligence e dove i loro discorsi vanno contro i nostri valori».

Dei 76 luoghi di culto, 16 sono nella regione di Parigi e 60 nel resto della Francia. Darmanin ha detto che dove i sospetti di attività pericolose per la Francia saranno confermati, le moschee saranno chiuse. Gli investigatori indagheranno sui finanziamenti alle moschee, sul passato degli imam ritenuti sospetti e cercheranno prove, tra le altre cose, anche nelle scuole coraniche per bambini.

Alla fine di ottobre il presidente francese, Emmanuel Macron, aveva annunciato, e in parte messo in atto, una serie di misure restrittive contro individui e organizzazioni legate all’Islam radicale, dopo l’uccisione di Samuel Paty, l’insegnante di scuola media decapitato il 16 ottobre nella periferia nord di Parigi. Paty era stato ucciso da un ragazzo di 18 anni di origine cecena che aveva saputo, tramite i social network, che il professore aveva mostrato vignette satiriche sul profeta Maometto durante una lezione sulla libertà d’espressione. Il ragazzo, Abdoullakh Anzorov, viveva in una cittadina in Normandia, a circa 100 chilometri di distanza da Parigi, e non aveva legami né con il professore né con la scuola media in cui questi insegnava.

(Il Post 3 dicembre 2020)

 

Manfred Weber apre all’espulsione di Orban dal Ppe

“Basta parole, è ora di agire. Covid ha bloccato la decisione prevista per settembre”. Più volte tirato in ballo negli ultimi giorni dall’ala più liberale del partito, oggi anche il portavoce del gruppo Ppe al Parlamento europeo, Manfred Weber, si è esposto sul tema che ha di nuovo scatenato la guerra interna alla famiglia più rappresentata in Unione europea: l’espulsione di Fidesz, il partito del primo ministro ungherese Viktor Orban, dal Partito popolare europeo. Parlando in videoconferenza con la stampa estera in Germania, il politico bavarese ha detto che “il tempo delle parole è finito, adesso è il momento di agire”. Omissis. Purtroppo, a causa del coronavirus, a settembre non è stato possibile escludere Fidesz“. La tempistica per prendere questa decisione è nelle mani del presidente del partito Donald Tusk ma, da statuto, il voto all’assemblea del partito può avvenire solo in presenza, mentre a causa della pandemia gli incontri si stanno tenendo sempre da remoto. Così i parlamentari che mirano alla cacciata di Orban hanno deciso di organizzare una raccolta firme per l’espulsione di  Tamás Deutsch, capo della delegazione ungherese, colpevole di aver paragonato la clausola sullo Stato di diritto, sulla quale la maggior parte del partito è d’accordo, alla repressione nazista e comunista. Una mossa che, se dovesse ottenere i risultati sperati dall’ala più liberale, secondo fonti interne sentite da Ilfattoquotidiano.it, convincerebbe lo stesso Orban ad abbandonare sia il Ppe che il relativo gruppo all’Europarlamento prima ancora di un voto sull’espulsione del partito.

(Il Fatto quotidiano 3 dicembre 2020)

 

Per un rimpasto vero serve un governo forte (n.d.r. Italia)

Quando si comincia a parlare di «rimpasto», e in questi giorni se ne parla sempre di più, significa che un governo è nell’anticamera della crisi. A questa regola non si sfugge, anche se per ora si tratta di voci sussurrate, pettegolezzi, desideri spacciati per realtà, schermaglie tattiche tra alleati. Che la politica sia anche questo ci sta, il problema è che oggi si è ridotta solo a questo, con un effetto paralizzante per l’attività del governo e del Parlamento. Quando si sente girare per i palazzi il profumo delle poltrone gli appetiti si svegliano. Ma questa volta, dovessi scommettere, non ci sarà alcun rimpasto: bianco o nero, vita o morte del Conte due. Troppo deboli sono infatti il premier e il governo per permettersi il lusso di avventurarsi nella foresta. Il rimpasto è il tagliando che si possono permettere maggioranze solide che, strada facendo, ritengono di cambiare qualche pezzo logorato e lo fanno senza correre alcun rischio di non ripartire. Non è questo il caso. Il governo Conte è un castello di carte, ne sfili una fosse anche quella dell’ultimo sottosegretario – e vien giù tutto. L’alternativa è aprire una crisi formale, ma questo può succedere solo per un incidente di percorso come accadde a Prodi nel 2008, tradito da un mancato voto di fiducia di Franco Turigliatto, oscuro senatore di Rifondazione comunista. Può succedere, certo, ma anche qui non è aria, non è questo un Parlamento, sia tra le fila della maggioranza che dell’opposizione, disposto a immolarsi su questioni di principio o di bandiera. Assisteremo quindi per mesi a ultimatum rettificati in corsa, a penultimatum che poi scompaiono dall’agenda come se nulla fosse, in cambio di qualche briciola di potere, il più delle volte pure inconfessabile. Dobbiamo farcene una ragione: la forza di questo governo sta nella sua debolezza, l’unico collante è arrivare in qualche modo insieme all’elezione del capo dello Stato della primavera 2022. Il potere non indietreggia mai, se non in presenza – diceva il saggio leader afroamericano Malcom X – di un potere più forte di lui. Un qualcosa che, al momento, da quelle parti, non si vede neppure all’orizzonte.

(Il giornale  Alessandro Sallusti 3 dicembre 2020)

 

Come il Regno Unito ha fatto prima sul vaccino contro il coronavirus.

Mercoledì 2 dicembre il Regno Unito è diventato il primo paese ad autorizzare l’utilizzo su larga scala del vaccino contro il coronavirus sviluppato da Pfizer-BioNTech. La decisione consentirà di avviare la distribuzione delle prime dosi già a iniziare dalla prossima settimana, ma ha fatto sollevare alcune perplessità e critiche, sia nei confronti del governo britannico per avere accelerato un’autorizzazione così delicata, sia nei confronti dell’Unione europea, accusata da alcuni esponenti politici di essere in ritardo con l’approvazione. Omissis. Il vaccino di Pfizer-BioNTech ha superato con risultati promettenti le tre fasi di sperimentazione clinica, orientate a verificare inizialmente la sicurezza della soluzione e solo in un secondo momento la sua efficacia. Nella fase 3 della sperimentazione sono stati coinvolti 44mila volontari, con un’incidenza relativamente bassa di effetti avversi, di lieve entità e temporanei come mal di testa o dolore nel punto dell’iniezione. L’efficacia rilevata è stata del 95 per cento, molto al di sopra delle aspettative. Il vaccino di Moderna ha fatto rilevare un’efficacia del 94,1 per cento e non ha fatto riscontrare particolari effetti avversi.

(Konrad Il Post 2 dicembre).( Konrad Il Post 2 dicembre 2020)

 

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