L’oasi felice UE

Dic 13 • L'opinione, Prima Pagina • 233 Views • Commenti disabilitati su L’oasi felice UE

Dr. Francesco Mendolia

Ho terminato di scrivere queste notizie il 26 novembre. È il 26 novembre del 1922 quando l’archeologo inglese Howard Carter scopre la tomba di Tutankhamon, XI faraone della XVIII dinastia, che regnò sull’Egitto dal 1333 al 1323 a.C.

Gilet gialli, un anno fa l’atto primo. E adesso cosa rimane del movimento?

Il 17 novembre ricorre il primo anniversario dell’«Atto primo», così era stata chiamata la prima grande mobilitazione del movimento francese dei Gilet gialli. Omissis. In questo anno, i Gilet gialli hanno prodotto un’enorme protesta sociale, assieme a una marea di contraddizioni, a partire da quella – la più classica – tra destra e sinistra, movimento progressista insoumis o indignado o forconi e camionisti inferociti. Omissis. Che poi non di rivoluzione si trattava: se stiamo alla distinzione che forniva Furio Jesi tra “rivolta” e “rivoluzione”, mentre entrambi possono avere il medesimo scopo (prendere il potere, per esempio), la differenza sta in una diversa esperienza del tempo: la rivoluzione è un insieme di atti coordinati e rivolti al fine ultimo, mentre la rivolta è sospensione del tempo storico. Accada quel che accada, nella rivolta tutto si consuma lì per lì. Ed è forse questo il principale limite dei Gilet gialli. Pur avendo espresso rivendicazioni precise – ma a quelli a cui cade il monocolo sembrerà comunque sempre la racaille di sarkozyana memoria, l’irrazionale jacquerie pronta a squartare possidenti e preti -, il movimento non ha pensato la temporalità storica. Certo, vaste programme! Ma se il significante vuoto da riempire non c’è, se non c’è il telos quasi escatologico, se non c’è la struttura ma ci si affida allo spontaneismo, allora il movimento è destinato a consumarsi. E questa consunzione è ciò che oggi, a poche ore dall’Atto 53, rischia di far fallire le “celebrazioni” dell’anniversario. Complice anche il lavoro di Emmanuel Macron che, se da un lato ha garantito risorse finanziarie (17 miliardi) per prestazioni sociali e riduzioni fiscali, dall’altro ha lanciato il Grande dibattito nazionale per raccogliere i cahiers de doléances della popolazione. Vero è che i Gilet gialli avevano risposto con il “vero dibattito”, una consultazione democratica online ben diversa dalla furba somministrazione di questionari macroniana. Tuttavia, la Francia ha discusso. E discute anche in queste ore, divisa fra il favore verso le ragioni della protesta e l’insofferenza verso i disagi da essa creati. Omissis.

(Il fatto quotidiano novembre Francescomaria Tedesco)

A che punto è l’Iran con il nucleare. (L’Unione Europea sta provando da tempo a mettere a posto le cose.)

L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA), l’organizzazione dell’ONU incaricata di controllare il settore dell’energia nucleare, ha fatto sapere che il governo iraniano ha messo in atto l’annunciata minaccia di ricominciare ad arricchire l’uranio nel sito sotterraneo di Fordow, un passaggio fondamentale per la produzione di armi nucleari che viola i termini dell’accordo sul nucleare raggiunto nell’aprile del 2015 con diversi paesi occidentali, tra cui inizialmente gli Stati Uniti. Nel maggio del 2018, il presidente degli USA Donald Trump aveva annunciato il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo, ottenuto alla fine di negoziati lunghi e faticosi. L’accordo prevedeva una significativa riduzione della capacità dell’Iran di arricchire l’uranio e la rimozione di alcune delle sanzioni imposte all’economia iraniana negli anni precedenti. Al ritiro statunitense era seguita l’imposizione di nuove sanzioni, e l’Iran aveva risposto annunciando che avrebbe smesso di rispettare alcuni dei termini dell’accordo: cosa che ora si è concretizzata. L’Unione Europea sta provando da tempo a mettere a posto le cose, soprattutto perché le sanzioni che il governo statunitense ha reintrodotto hanno enormi conseguenze anche sull’attività delle aziende europee. Finora però, i risultati sono stati mediocri e il lavoro di mediazione si sta facendo sempre più complicato. Omisiss. Ci sono diverse opinioni sul tempo che mancherebbe all’Iran per accumulare combustibile sufficiente per produrre una bomba: secondo diversi diplomatici occidentali ci vorranno ancora dai 10 ai 12 mesi, secondo altri studiosi tra i 6 e i 10 mesi. Prima dell’accordo del 2015 si credeva che l’Iran fosse a circa due mesi dall’avere combustibile sufficiente per una bomba. Omissis. Martedì 19 novembre, il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, ha chiesto all’Iran di interrompere immediatamente l’attività di arricchimento dell’uranio e ha detto che dal prossimo 15 dicembre saranno revocate le esenzioni che, finora, avevano permesso alle società straniere di lavorare con il sito di Fordow evitando le sanzioni USA: «Gli Stati Uniti porranno fine alla moratoria dalle sanzioni relativa all’impianto nucleare di Fordow a partire dal 15 dicembre 2019».

(Il Post  novembre 2019)

Le città più ricche e inclusive al mondo? Le solite note: Zurigo e Vienna

Omissis. L’indice Picsa è il primo studio che, utilizzando tutti i dati disponibili, cerca di quantificare il successo dei tentativi di 113 città nel mondo di far quadrare questo cerchio, misurando fattori come il Pil pro capite ma anche l’accesso all’istruzione, i servizi pubblici, il costo delle case, le disparità economiche, la facilità di accesso a internet e la disponibilità di medici e servizi sanitari di qualità. Omissis. L’indice Picsa ha compilato una lista delle città che più si sono distinte in questo campo. Le migliori sono state premiate ieri sera in una cerimonia al celebre museo Guggenheim di Bilbao. Prima in classifica si è piazzata Zurigo, il centro finanziario svizzero, città scelta per l’alta qualità della vita, delle abitazioni, del sistema scolastico e universitario e per la sicurezza, con un bassissimo tasso di criminalità. «Soprattutto Zurigo è una città che si è posta il problema e che guarda al futuro», ha detto Lanvin.

Vienna ha conquistato il secondo posto, soprattutto grazie all’elevata qualità del sistema sanitario pubblico, mentre Copenhagen è in terza posizione. Bilbao, città che ha avuto una crescita esponenziale negli ultimi anni puntando sulla sostenibilità economica, sociale e ambientale, si è piazzata al 20esimo posto.

Le città europee dominano la classifica con 15 centri nella lista dei primi venti, tra i quali Helsinki, Lussemburgo, Oslo, Ginevra, Praga e Monaco. Omissis.

(Nicol Degli innocenti)

Il suicidio dell’Italia in Libia

Anche nei momenti più difficili, sia sul campo che a livello diplomatico, l’Italia ha sempre potuto contare su un uomo d’affari di Misurata capace di mostrare all’occorrenza il suo volto moderato o la sua vicinanza ai Fratelli musulmani. E capace, soprattutto, di parlare italiano e di saper bussare alle porte delle stanze che più contano, a Roma come a Tripoli. Il riferimento è ad Ahmed Maitig, vice di Al Sarraj e punto di riferimento diplomatico per il nostro Paese. Il fatto che negli ultimi giorni Maitig sia stato visto in altre stanze di un’altra capitale, ossia quella francese, per l’Italia non è affatto un buon segno. C’è un passaggio che sfugge a molti, anche nella stessa capitale libica: l’Italia è da sempre stata in prima linea nel sostenere l’esecutivo di Al Sarraj, anche nei momenti in cui quest’ultimo più volte è sembrato sul punto di cadere. A Misurata, esposti alle bombe dell’aviazione di Haftar, il nostro Paese ha 300 uomini, il tricolore è l’unica bandiera di un paese occidentale a sventolare in una rappresentanza diplomatica in quel di Tripoli, negli ultimi giorni una coccarda tricolore era ben evidente in un’ala di un drone abbattuto a Tarhouna, uno dei fronti più delicati della guerra tra Al Sarraj e Haftar. Perché, ed è questo il punto di domanda, proprio adesso tanti tentennamenti? Omissis. Prima i tentennamenti sul memorandum, rinnovato poi tacitamente il 2 novembre scorso pur se con delle richieste di modifica. Omissis. In particolare, non è andata giù l’accusa sulle condizioni dei centri per migranti: “Se vogliono miglioramenti, ci diano più soldi”, hanno fatto sapere tra i corridoi diplomatici alcuni membri dell’amministrazione tripolina. Omissis. Ma l’ultima vera goccia che potrebbe far vacillare definitivamente il vaso sta riguardando in queste ore quanto accaduto a Washington la scorsa settimana. In occasione del Security Dialogue, dove erano presenti molti rappresentanti delle diplomazie sia occidentali che del mondo arabo, il ministro degli esteri Luigi Di Maio non ha incontrato la delegazione libica. Il titolare della Farnesina, è l’impressione rimbalzata a Tripoli, ha snobbato i libici. Il fatto che il massimo rappresentante della diplomazia italiana non si sia occupato del dossier inerente alla Libia, pur avendo a pochi metri di distanza sia l’omologo tripolino Mohamed Siala che il ministro dell’interno Fathi Pashaga, è stato percepito nell’altra sponda del Mediterraneo come una vera e propria presa di distanze. Omissis. A mancare è una chiara visione a lungo termine sotto il profilo politico.

(Il Giornale. Mauro Indelicato Novembre 2019)

 

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