L’indegno dramma dell’interruzione della cooperazione per la ricerca con la Svizzera da parte dell’UE

Feb 18 • L'opinione, Prima Pagina • 188 Views • Commenti disabilitati su L’indegno dramma dell’interruzione della cooperazione per la ricerca con la Svizzera da parte dell’UE

Black Rot

Come è noto, la Svizzera è stata esclusa dall’UE, come membro a pieno titolo, dal programma di ricerca europeo Horizon, dopo che il Consiglio federale ha affossato l’accordo-quadro.

Recentemente, rappresentanti dell’economia e della ricerca hanno chiesto una limitazione immediata dei danni per le università dopo la fine dell’accordo quadro con l’UE. In una risoluzione, hanno chiesto che il governo faccia di tutto (!) per ottenere un’annessione completa al programma di ricerca Horizon dell’UE entro la fine dell’anno.

Ora (stato al 30.1.2022) Martina Hirayama, la nostra Segretaria di Stato per l’Educazione, la Ricerca e l’Innovazione del DFE, sta facendo un appello all’UE. L’UE non dovrebbe collegare le questioni istituzionali con la cooperazione nella ricerca, perché – ha detto giustamente – non c’è alcuna connessione per questo né in termini giuridici né materiali, la ragione sarebbe «politica». E inoltre, essere associati e avviare trattative di associazione non sono la stessa cosa. Ma non appena i negoziati sono iniziati, si è considerati un paese associato e si può partecipare a tutti i progetti Horizon. «Il punto critico è se e quando possiamo iniziare i negoziati. Purtroppo, l’UE ha finora rifiutato».

Quale strategia adottare?

  1. Che un reclamo svizzero alla Corte di giustizia europea sul collegamento, puramente politico e contro ogni legge, fra gli accordi quadro e la cooperazione nella ricerca da parte dell’UE, ci porti a qualcosa è probabilmente illusorio.
  2. L’autofinanziamento della ricerca svizzera di Horizon può essere sostenibile per il momento, perché i contributi annuali di Horizon dall’UE alla Svizzera non sono molto più alti dei contributi svizzeri all’UE per i suoi programmi di ricerca; ma questa non può nemmeno essere la soluzione.
  3. La ricerca sostitutiva di una cooperazione più intensa con paesi extracomunitari con un livello d’istruzione superiore (come gli Stati Uniti, il Regno Unito o alcuni paesi asiatici) è fortemente da sostenere.
  4. L’ora previsto appello non vincolante all’UE non ha verosimilmente alcuna possibilità, vista la testardaggine politica dell’UE.
  5. Chiedere al Consiglio federale di fare TUTTO per ottenere un’annessione completa a Horizon entro la fine dell’anno (cioè di accettare qualsiasi compromesso sfavorevole) ci mette troppa pressione.
  6. Sarebbe molto meglio esercitare una contropressione sensibilmente più forte nei negoziati, basata sulla reale situazione. A questo scopo, ecco due argomenti:

Piazza scientifica svizzera

Insieme agli Stati Uniti, al Regno Unito e ad alcuni paesi asiatici, la Svizzera è uno dei migliori siti di ricerca al mondo. È qualitativamente molto meglio e più rinomata di quelli degli Stati dell’UE (dato che il Regno Unito non ne fa più parte). Non è quindi sorprendente che molti ricercatori, soprattutto dai paesi dell’UE, vengano in Svizzera per la loro ricerca e l’insegnamento. Non vengono qui per puro amore della Svizzera o per la bellezza del nostro paesaggio, ma semplicemente perché qui trovano condizioni di lavoro, di carriera e di vita molto migliori che nei loro paesi d’origine. È altamente improbabile che ora si ritirino in massa dalla Svizzera (e migrino verso i paesi dell’UE?) dopo il rifiuto dell’UE di cooperare su Horizon. Per i ricercatori dei paesi terzi già molto più qualificati o emergenti, è comunque così. L’argomento della migrazione della ricerca è puro allarmismo da parte di una piccola cerchia di diretti interessati!

Università svizzere

Le nostre università sono altrettanto rinomate a livello internazionale quanto la Svizzera come sito di ricerca. Non sorprende quindi che nei semestri invernali e autunnali del 2020/21, un totale di 51.700 studenti provenienti dall’estero abbia studiato nelle università svizzere (le 10 università cantonali, i 2 politecnici federali e altre 2 istituzioni universitarie). Si tratta di circa il 40% di studenti stranieri nelle università svizzere, principalmente dai paesi dell’UE. All’università ticinese (l’USI) i 2/3 di tutti gli studenti sono stranieri, soprattutto dall’Italia (questo era probabilmente previsto quando l’università fu fondata, perché un’università in lingua italiana a Lugano non sarebbe mai stata giustificata per le poche decine di studenti ticinesi).

Per contro, sono piuttosto pochi gli studenti svizzeri che studiano in università straniere. Complessivamente – come le statistiche vogliono farci credere – questa cifra è del 17,7%, ma per la maggior parte si tratta solo di singoli semestri all’estero («regalati» ai nostri studenti dai loro genitori per farli contenti, o per lo studio della lingua, ma principalmente in paesi di lingua inglese come gli USA o il Regno Unito). Quasi nessuno studente svizzero studia stabilmente nelle università dell’UE, piuttosto insignificanti a livello internazionale (tranne forse studenti di tedesco, francese o italiano o studenti di sociologia di sinistra – ci sono ancora in quest’ultimo campo di studio degli studenti non orientati a sinistra? – in università europee con professori rigorosamente di sinistra). Alla fine, gli studenti svizzeri che tornano dalla loro breve visita nelle «università Jekami» dell’UE con qualche diploma di fantasia, avranno difficoltà a trovare lavoro in questo paese: è ormai noto a ogni datore di lavoro che i possessori di tali «titoli accademici» stranieri non sono buoni a nulla; Italia in primis.

L’UE ci boicotta; perché non facciamo altrettanto?  

Ma dopo questa digressione sui luoghi di ricerca e le università, torniamo all’argomento di base di questo articolo. Si tratta di sapere come e con quali argomenti la Svizzera dovrebbe presentarsi all’UE sulla base dei fatti sopra descritti, per far valere i suoi interessi. Con lamenti e appelli all’UE non otterremo niente. L’autofinanziamento dei programmi UE può aiutare, ma è indegno. Aumentare l’attenzione della cooperazione formativa su determinati paesi non appartenenti all’UE non è solo utile, ma imperativo. Ma infine, se l’UE ci boicotta spudoratamente in modo illegale, perché non la boicottiamo anche noi nel settore della formazione? Le possibilità per questo ci sono certamente (vedi i due capitoli precedenti sulla piazza scientifica e le università).

I nostri ricercatori non possono più partecipare ai programmi di ricerca dell’UE? Cosa ci impedisce di decidere che gli studenti dell’UE non solo devono pagare più tasse universitarie, ma non possono più studiare nelle università svizzere (a causa della sproporzione evidente degli scambi di studenti tra l’UE e la Svizzera e l’alta qualità delle nostre università, questo sarebbe un vero disastro per l’UE)? Dopotutto, le nostre costose università cantonali e federali sono pagate dai contribuenti svizzeri!

Conclusione: è semplicemente inaccettabile che in un settore in cui siamo molto forti e possiamo avanzare richieste giustificate all’UE, continuiamo a inginocchiarci davanti agli arroganti tecnocrati di Bruxelles e ci lasciamo costringere a soluzioni inaccettabili o anche solo a compromessi sfavorevoli nel rapporto globale. 

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