L’autoflagellazione ideologica

Mag 27 • L'editoriale, Prima Pagina • 368 Views • Commenti disabilitati su L’autoflagellazione ideologica

Eros N. Mellini

In passato, c’erano indubbiamente meno vincoli morali – o forse, più semplicemente, la morale era un’altra – e si  presupponeva che il proprio paese fosse il migliore, che tutto quello che faceva era giusto e, se qualcuno non era d’accordo, non doveva far altro che mettere mano alle armi e chi sopravviveva aveva ragione. Il passato storico era importantissimo, veniva inculcato nelle menti fin da bambini e, quando non ce n’era uno abbastanza eroico, lo si inventava con miti e leggende cui, a furia di sentirli e di ripeterli ai propri figli, si finiva per credere. La storia romana è piena di questi miti che facevano risalire la fondazione dell’Urbe a Romolo che, con il fratello gemello Remo, era figlio di Rea Silvia – discendente di Enea, a sua volta figlio della Dea Venere – e di Marte, Dio della guerra. Una discendenza illustre, dunque, cui il popolo romano rese omaggio con statue e monumenti degli Dei coinvolti in, a volte complicate, vicende extraconiugali che davano origine a nuovi insigni personaggi di cui vantare un’ascendenza. Giove, Apollo, Marte, una lupa che – invece di sbranare agnelli come oggi in Ticino – allattava neonati, eroi le cui gesta erano perlopiù compiute nell’ambito di guerre d’aggressione, tutti avevano il loro posto d’onore in strade, piazze, templi e palazzi pubblici. Il bello della morale di quei tempi, è che nessuno si metteva a contestare i meriti dei soggetti pretendendo la rimozione dei monumenti che li ritraevano, salvo nei rari casi di «damnatio memoriae» che però sottostava a precise regole: il condannato doveva averla fatta davvero molto grossa ma, soprattutto, doveva aver agito contro lo Stato in quel momento reale. Ed era lo Stato a comminare questa pena, non una folla urlante e inferocita che, solitamente, aveva cose ben più importanti cui pensare, per esempio come conciliare il pranzo con la cena.

Un atteggiamento durato fino a pochi decenni fa

Questo (sano) atteggiamento è durato fino a pochi decenni fa. Nelle strade di tutto l’Occidente facevano bella vista monumenti dedicati a personaggi che avevano fatto la storia o vi avevano contribuito fattivamente con scoperte, esplorazioni, invenzioni, letteratura, arte, eccetera. E l’avevano fatto vivendo in una realtà che non era la nostra, con l’etica di quel tempo che, come detto sopra, non era vincolata a ipocriti sensi di colpa per comportamenti per l’epoca del tutto normali. Ma poi è arrivato il ’68, con la stupida tolleranza verso la rivolta organizzata e istituzionalizzata che, non trovando praticamente alcuna resistenza da parte di una società infiacchita dal benessere, nel giro di pochi decenni ha dato vita alla contestazione di massa, al rifiuto acritico e aprioristico di qualsiasi riconoscimento di quanto di positivo l’individuo potesse avere fatto, a meno di dimostrarne l’assoluta castità secondo i parametri di oggi. C’è posto solo per i santi, naturalmente previo rigoroso controllo del loro passato. E siccome qualche peccato di gioventù l’aveva anche la maggior parte di loro, dovremmo rassegnarci a una vita senza capolavori delle arti visive che non siano rappresentazioni di nature morte o di ritratti di neonati che si presumono essere senza peccato.

Così, non importa che Cristoforo Colombo abbia scoperto l’America, no, aveva degli schiavi – peraltro consentiti dalle leggi di allora – quindi è indegno di essere ricordato. Come si è permesso di scoprire l’America? E Churchill? Ha praticamente salvato l’Europa dal pericolo nazista schierando l’Inghilterra da sola (in quel momento gli Stati uniti non erano ancora entrati in guerra, lo fecero solo dopo Pearl Harbor nel 1941) contro la Germania nazista. Ma era razzista! Quindi colpevole, secondo il famigerato articolo 261a del Codice penale svizzero, che però – a parte l’inapplicabilità nel caso specifico – è entrato in vigore nel 1995, ben 50 anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

Un’autoflagellazione assurda quanto ingiustificata

Oggi non crediamo più a miti e leggende, e sarebbe un bene se ciò non avesse causato una reazione inversa, ossia la distruzione di tutti i valori del passato, anche di quelli che sarebbero eticamente accettabili pure oggi, ma che vengono irrisi o disprezzati, gettando il bambino insieme all’acqua sporca. Parole come amor patrio, libertà, orgoglio nazionale, hanno assunto una connotazione negativa purtroppo condivisa anche da molti che, di per sé, non sono contestatori e che, tutto sommato, si trovano bene nel nostro paese. Una sorta di masochismo che ci provoca un orgasmo ogni volta che degli storici – o pseudo tali – riescono a far emergere qualcosa dall’acqua magari anche un po’ torbida del nostro passato. La Svizzera ha agito male contro gli Ebrei durante la seconda guerra mondiale, evviva, evviva. La Svizzera trattava con il Sudafrica dell’Apartheid, che bello, che bello. Deve pagare per questo.

Tutto ciò è frutto di un’autoflagellazione assurda quanto ingiustificata – ma soprattutto ipocrita – per avvenimenti successi in un passato che non abbiamo vissuto, e che quindi dubito che abbiamo il diritto di giudicare, dettati da un «politically correct» spinto al parossismo. Giudichiamo con lo spirito di oggi ciò che è accaduto in tempi passati o addirittura remoti. Eppure, l’articolo 1 del Codice di procedura penale dice espressamente che «Nessuno può essere perseguito per un fatto per il quale, alla data in cui fu commesso, la legge non commina espressamente una pena». Ma a questi moderni iconoclasti ciò non interessa. E noi tolleriamo, tolleriamo, tolleriamo.

A furia di tollerare, la nostra società è diventata una «casa di tolleranza».

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