L’antiterrorista climatico

Giu 14 • Dal Mondo, L'opinione, Prima Pagina • 53 Views • Commenti disabilitati su L’antiterrorista climatico

In questa rubrica pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, una serie di interviste e articoli raccolti da Franco Battaglia nel libro «CO2 – Il Diavolo che non c’è».

Diffidate delle Cassandre sul clima: fanno previsioni contro la scienza

Daniele Mazza è professore di Chimica al Politecnico di Torino. Come quasi chiunque si occupi di clima, anche Mazza aveva cominciato la propria carriera scientifica in un altro campo. L’interesse così esteso per la questione climatica tra gli scienziati è figlio dell’interesse che vi ha riposto la politica. Altrimenti, l’argomento sarebbe rimasto tra quelli di nicchia, come molti altri. Comunque sia, è da alcuni anni che il professore si occupa di questioni ambientali, in generale e, più in particolare, di chimica degli oceani, equilibri dinamici della CO2 nell’acqua marina e variazioni dei cicli climatici. Sull’argomento ha creato una interessantissima pagina web, www.climate-regression.com, ricca di utili informazioni per gli interessati. In collaborazione con un suo collega del Politecnico di Torino, il prof. Francesco Marino, ha scritto per il grande pubblico La strega perfetta (Edizioni Tab, 2020), il cui sottotitolo «fatti e misfatti della CO2» non lascia dubbi su chi sia la strega.

Professore, l’altro giorno leggevo su un quotidiano nazionale: «Secondo un nuovo rapporto della Wmo (World Meteorological Organization) e secondo i meteorologi dell’americano Noaa (National Oceanic and atmospheric Administration), è molto probabile che il mondo sperimenterà nuovi record di temperature già nei prossimi cinque anni 2023-27». Credo che lei sia la persona giusta per commentare l’affermazione.

È da molti anni che esamino l’andamento globale del clima, raccogliendo dal web i più recenti dati di temperature medie globali e regionali. Nonostante vari tentativi di negarlo, è evidente una pausa nel riscaldamento globale iniziata nel 2000. Questa pausa fu interrotta nel 2015-2016 da un anomalo riscaldamento dovuto al noto fenomeno El Niño, che provocò un picco di riscaldamento intenso ma breve, nei dati climatici. Da allora, il clima globale si sta lentamente raffrescando, con una velocità di circa 0.01°C/anno. Attualmente, si assiste però a un nuovo ciclo di riscalamento nella fascia di oceano tropicale nota come Regione «El Niño 3.4» (5N-5S, 120W-170W). Ma, anche questa sembra, a guardare i dati, una normale naturale ciclicità.

Entra un po’ più nel dettaglio?

Certo. Attualmente, la temperatura media terrestre nell’ultimo anno (da giugno 2022 a oggi) risulta, in gradi Celsius, di 14.18, con un aumento di 0.18 gradi rispetto alla media degli ultimi 30 anni. Se confrontiamo la stessa media annuale degli ultimi 10 anni, i valori sono diminuiti di 0.008 gradi per il globo, di 0.02 gradi per gli oceani, e di 0.22 gradi per la fascia tropicale del pianeta (20S-20N): in sostanza, un raffrescamento globale lieve nell’ultima decade, ma più pronunciato nella fascia tropicale, dove l’irradianza solare la fa da padrone. Quest’ultimo dato (fonte: dati satellitari Uah), in particolare, dovrebbe far riflettere i detrattori del ruolo del sole, in primis quelli dell’Ipcc (il comitato dell’ONU sui cambiamenti climatici), negli equilibri climatici.

Vorrei sottolineare come il detto riscaldamento di 0.18 gradi è impercettibile a livello umano, tanto più nella scala dei tempi trentennali: solo accurati strumenti lo evidenziano. Quindi, le affermazioni giornalistiche del tipo «come ci si accorge facilmente» o «il riscaldamento globale percepito da tutti» sono assolutamente prive di fondamento.

Però vi sono eventi meteo che sono perfettamente percepibili, e sono questi a essere considerati dai media conseguenza di questo 0.18 gradi di aumento delle temperature globali in 30 anni.

Già e, a sua volta, questo riscaldamento è imputato alla CO2 antropica. Non smetto di stupirmi ogni giorno delle notizie riportate dalla stampa sulle responsabilità antropiche di vari eventi meteorologici «estremi», che invece sono del tutto riconducibili a cicli naturali: dagli incendi boschivi del Canada all’abbassamento delle acque del Mar Morto e alle inondazioni recenti in Emilia-Romagna. E non solo i media, ma anche la Wmo lancia di continuo previsioni catastrofiche per il prossimo futuro. Ma l’occhio e l’orecchio inesperti dovrebbero fare molta attenzione a una frase immancabile in tutte le previsioni catastrofiche.

Quale?

Le parole «è molto probabile che», oppure «potrebbe accadere che». L’uso del condizionale è una costante in tutti questi avvertimenti. Abbiamo dimenticato che qualche mese fa tutti i notiziari meteo annunciavano che ci sarebbe stato «molto probabilmente» in Italia un giugno caldo e siccitoso, ma hanno fallito miseramente (finora abbiamo avuto per l’Italia un abbassamento termico di 3.1 gradi rispetto agli stessi giorni del giugno 2022).

Se le cose stanno così a distanza di pochi mesi, che attendibilità hanno le previsioni sui prossimi 5 o 10 anni?

Appunto. Sembra che la gente comune, i giornalisti e i politici, ma anche molti scienziati, non capiscano come funziona il metodo scientifico. Qualunque congettura scientifica deve essere conseguente all’osservazione di dati sperimentali e misurabili. Quando questi ultimi non sono più spiegati dalla congettura, o le sue previsioni falliscono, semplicemente essa viene cestinata, lasciando spazio a una più complessa o magari completamente diversa spiegazione. È questo il cammino della scienza fin dai tempi di Galileo. Affannarsi a spiegare dati e misure (o peggio, a nasconderne una parte) mantenendo invariata la nostra spiegazione iniziale è pura ideologia o pseudoscienza. Porta sempre a conseguenze negative e, nel caso del clima, a scelte politiche ed economiche fallimentari. Questo è esattamente il caso della CO2 oggigiorno.

Cioè?

Ogni anno si aggiungono nuove conoscenze sulle temperature terrestri nel passato recente (diciamo dal 1880 in poi), ma anche negli ultimi 10’000 anni e anche nelle 4 ere glaciali passate (una ogni 100’000 anni, circa). Ovviamente non si può tornare indietro nel tempo con un termometro, ma sempre più indicatori fanno luce sulle variazioni del clima del nostro pianeta (e sulle sue conseguenze nella storia della civiltà). Nei vari report dell’Ipcc e della Wmo le variazioni climatiche del passato preindustriale sono pressoché ignorate. La frase tipica è: «dall’inizio dell’era industriale si nota che, etc.», come se il clima dei decenni, dei secoli e dei millenni precedenti non fosse mai cambiato, e che il cambiamento fosse una alterazione conseguente alla «fastidiosa» crescita numerica e tecnologica dell’umanità.

La relazione tra crescita della concentrazione di CO2 nell’atmosfera e temperatura è screditata, ad esempio, dai periodi acclarati di raffreddamento globale degli anni 1880-1920 e 1940-1980, quando la CO2 saliva. E dai periodi acclarati di riscaldamento (1690-1850) quando le emissioni di CO2 erano inesistenti. E più indietro nel tempo, il pianeta ha subito la Piccola era glaciale (due secoli attorno al 1700) e ha goduto dei Pericoli caldi medievale e romano.

Insomma, una continua alternanza caldo-freddo, a parità di livello di CO2.

Esatto. Per esplicita propria ammissione, l’Ipcc considera ininfluenti per il clima i forzanti esterni, come l’irradianza totale del sole. Negli ultimi 20 anni invece si sono raccolte evidenze in senso contrario, in particolare considerando il vento solare (sciami di particelle ionizzate che colpiscono la terra), la polvere interstellare, i micrometeoriti, e i raggi cosmici. In particolare questi ultimi sono tra i responsabili (come dimostrato sperimentalmente) della formazione dei nuclei di condensazione delle nubi che riflettono la radiazione solare verso lo spazio, come un gigantesco parasole (fenomeno noto come albedo). E l’aumento di raggi cosmici è modulato dall’attività solare.

Inoltre, molti vulcani (e la maggioranza è sottomarina e poco notata dai media) immettono notevoli quantità di CO2 nell’atmosfera. Anche il flusso termico dal mantello terrestre è di solito trascurato dai climatologi. Che sono inspiegabilmente tutti concentrati su un solo parametro: la CO2 antropica.

Un ultimo commento?

Potrei citare un elenco senza fine di false profezie., di dati nascosti o talvolta persino contraffatti (ad esempio con la scusa di doverli «ricalibrare» con nuovi standard di misura), e tutto questo anche con il benestare di organismi blasonati come l’Ipcc. Ma, come spesso accade, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Per esempio, Julia Andreasen dell’università del Minnesota, negli USA, ha pubblicato il 16 maggio 2023  accurate misure satellitari sulla piattaforma glaciale artica, che testimoniano l’aumento della superficie dei ghiacci: 5305 Km2 in 10 anni dal 2009.

Alla faccia dell’allarme della riduzione dei ghiacci polari.

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